MUSICA: “ALONE” VOL. 3 DI GIANNI MAROCCOLO

Alone vol. 3 è l’ultimo progetto musicale di Gianni Maroccolo che si propone in forma di suite di attivare un ascolto diverso rispetto a quello della musica commerciale

di Marco Palladini

Assume, mi sembra, sempre più rilievo il progetto musicale Alone di Gianni Maroccolo giunto al suo terzo volume (2019, Contempo). È il progetto di un “never ending album” (in vinile e cd) ossia di un processo compositivo virtualmente interminabile da condurre come il viaggio di un velista in solitaria che circumnaviga il mondo delle note. Epperò avvalendosi di collaborazioni, complicità e sinergie che mutano di tappa in tappa. E il viaggio del compositore è anche il ‘trip’ dell’ascoltatore che si immerge in un flusso musicale con molteplici linee, iterazioni, variazioni, movimenti e sottomovimenti sonori, tutti nel segno di una estetica tra elettronica e post-rock. L’ex-bassista di Litfiba e CSI, forse il più noto e stimato bassista rock italiano, è come se alle soglie dei sessant’anni abbia dispiegato il suo talento, liberandosi dalla forma-canzone per approdare ad una vena compositiva che si esprime in forma di suite, diversa ma analoga, per intendersi, alle Tubular Bells (1973) di Mike Oldfield. Ogni volta la suggestione immaginativa cambia “… come i corpi in fondo al mare narrati nel Volume II e come il solitario bue muschiato perso nella tormenta del Volume I”.

Qui il punto di partenza è la palude e la libellula, intesa come animale simbolo che dal magma pantanoso si distacca per librarsi in volo, vitalmente leggera ed elegante. Ci si immerge così in un paesaggio musicale pervaso di suoni sintetici ora sognanti, ora distorti. Suoni non di rado ‘dark’, oscuri e gravosi, ma di tanto in tanto spezzati da sequenze più giocose, quasi liliali. Ai suoni si intreccia a tratti la voce roca e corposa di Luca Swanz Andriolo che recita in inglese vari brani favolistici e lirici di Nina Maroccolo estrapolati dal suo racconto “Storia di Loletta”, marcato da alcune frasi chiave: “You fell because your feet don’t lie… Her feet lied…Now I drink myself, now I am reborn. Liturgy of salvation… sound is a teen adventure told in order to move the blue. Radiant souls”. Ecco, anche il nuovo corso musicale di Gianni Maroccolo appare una avventura neo-adolescenziale fatta per smuovere e sommuovere altri livelli di ascolto rispetto alla consueta musica commerciale. Marok naviga orgogliosamente controcorrente nell’oceano magnum della musica odierna. Come un vecchio lupo di mare si orienta con le sue stelle e non teme di smarrire la rotta. Forse perché la rotta non c’è, è l’avventura della musica in sé che conta. Dove essa lo condurrà c’è tempo per scoprirlo.

IL CORPO IMPERFETTO DI ALBERTO TONI

Ci ha lasciati da poco Alberto Toni. Non c’è corpo perfetto è il suo ultimo libro di poesie pubblicato in vita in cui si ritrova nell’imperituro dello sguardo poetico la possibilità di cogliere l’attimo perfetto

di Marco Palladini

La prima sezione della Waste Land di T. S. Eliot ‘Il seppellimento dei morti’ si apre con dei versi celeberrimi: “April is the cruellest month, breeding / Lilacs out of the dead land, mixing / Memory and desire, stirring / Dull roots with spring rain”.

E nel più crudele dei mesi, all’inizio di aprile dello scorso anno è accaduto di seppellire Alberto Toni, uno dei migliori poeti della mia generazione, morto a sessantacinque anni dopo una vana battaglia con la malattia che l’aveva attanagliato. Non c’era una primaverile pioggia il giorno dei suoi funerali, ma un tepido solicello che appunto mescolava ‘ricordo e desiderio’, mentre sciamavano all’interno della chiesa intere scolaresche, perché Toni era anche un insegnante amatissimo, un uomo che dai giovani allievi che gli erano affidati sapeva tirare fuori il meglio di sé.

Il ricordo andava anche al suo ultimo libro uscito in vita, dal titolo pressoché destinale: Non c’è corpo perfetto (Algra Editore, 2018, pp. 96, € 10,00). L’imperfezione del corpo e del sentimento “che lo tiene” e lo sostiene per una molteplice perlustrazione lirica che si svolge in altre cinque lapidarie sezioni oltre a quella eponima: “Labile – Guardare fa male – Oh figlio – In forma elementare – Mémoire”. Una scarna segnaletica per una poesia ricca di scansioni e di registri diversi, ma sempre con un che di ostinato e di pertinace nella voce che talora accoglie evidenti echi leopardiani: “Dove principia la linea del colle e il nome che rinserra la cosa, un battere, un levarsi del colle che rimanda e rifà, giunge al confine, ricrea di me l’altezza e gemma e cosa che non ritrovo e il peso tra testa e collo”.

Alberto Toni in generale procedeva lungo il solco di un modernismo poetico anche eterogeneo dove si incontravano Emily Dickinson e Campana, Montale e Quasimodo, Pagliarani e la Rosselli, Ingeborg Bachmann e Wislawa Szymborska ché “… tra luce e ombra, un che di nuovo / e d’antico mi prese ancora una volta per mano”. Nondimeno sapendo che “la mela di Magritte” può surrealmente locupletare una stanza, ma non può riempire di sé la realtà, molto più misteriosa e inafferrabile e sfaccettata di un sogno. E sempre col bisogno di tornare alle cose, alle sostanze primarie: “Lascia che il pane sia di terra e corpo, / lama dell’universo e stato e terra, / lascia che sia di tutti e dammi il porto. / Porto con me la terra fin che vivo / o morto”. Non pochi versi sanno di preciso autoritratto: “Odi et amo, e nell’addio / si consuma anche un passo di me. // … Se nell’addio si nascondesse un santo, / e se il sogno andasse oltre il tempo. // Un punto. Ciò che non muore mai. / Il segreto di una infinita modernità”. Il testo non di rado assume una cadenza dialogica: “Pensiamo al futuro, diceva, alla sua / guarigione… / Non ultimo, ribattevo, non l’ultimo sussulto / di cui andare fieri, ma molta vita che aspetta / di là dal dire e dal fare, foglie, rami, camminare, / riprendere fiato dopo un’altra morte. Sul muro / segnato appoggio il tenero braccio al tuo”. In questo permanente intreccio percettivo di vita che decade e cessa e poi rinasce a nuova lucente esistenza non manca l’omaggio coniugale alla moglie, intesa come una dolce, fedele Penelope: “… sempre arrivi nell’azzurro, colmi, rapisci / le sonorità, ridi, non cadi se non per verità / tra un silenzio e un ordito che tessuto / rimandi a notte, per rimontarlo poi / nella tela che rimanda agli occhi e al cuore”. Ma nella scrittura di Alberto c’è costantemente spazio alla sorpresa nel mondo animato e animale: “… E una volpe sontuosa e bella, / che meraviglia nella sera di fine estate, / 30 agosto 2017. Statuaria e sicura / stava sdraiata, noncurante, / poi ha preso la sua strada. // Io aspetto che ritorni”. Proprio in chiusura del libro un “Trittico per Roma” sembra eliotianamente stimolare le “dull roots”, la sopite radici di un Toni adulto che torna a visitare la casa dove è nato “in via Ciro Menotti, 26” (nella zona di Piazza Mazzini, dalla toponomastica tutta risorgimentale), rivedendo il sé bambino, le giostre, il giardino della scuola, le mattine solatìe, il sentire di un tempo estinto, ma anche i fantasmi poetici di “Keats e Shelley” e di Pasolini invocato da Ninetto Davoli: “… Tutto il bene possibile, / anche quello perduto, andato, che però non è / morto nelle sere più belle”.

Giro di vite e di decenni da non smaltire nell’inceneritore della memoria, ma da far sopravvivere nel verbovalorizzatore della scrittura: “Leggere, al di là dei corpi / in movimento, imperfetti, / un tempo negli occhi / inamovibile e perfetto?”. Ecco nella visione postrema di Alberto, nell’imperituro dello sguardo poetico la possibilità di trovare l’attimo perfetto, quel borgesiano Aleph in cui tutto converge e s’illumina: passato, presente e futuro.