“Il servo del sole”

Dal saggio inedito:

Senza meta

Erranti e letteratura

di Stefano Lanuzza

Aperto a svariate interpretazioni, vuol essere inafferrabile il libro-opera prima, pubblicato in Inghilterra nel 1963 e sconosciuto ai più, di Charles Haldeman The suns’s attendant (Il servo del sole, 1964, tradotto da Vincenzo Mantovani e “Volume I della Collezione diretta da Elio Vittorini” per la sua estinta collana mondadoriana dei “Nuovi scrittori stranieri”).

Nato nel 1931 a Pickens nello Stato americano della Carolina del sud, figlio di un tedesco e d’una irlandese, alla morte del padre nel 1935, Haldeman viene portato in Germania e, dopo una zingaresca esistenza giovanile nell’Europa ciurmata dai nazisti, è studente a Heidelberg prima di tornare negli Stati Uniti e trascorrere a New York alcuni anni della Seconda guerra mondiale. Proseguiti gli studi in due college della Carolina e dell’Ohio (Erskine college, 1948-1949, e Antioch college, 1949-1950), all’inizio della guerra s’arruola in marina prestando servizio in California e in Giappone fino al 1950. In seguito, dopo avere lavorato in una libreria, torna in Europa spostandosi tra Germania, Italia e Grecia. Negli anni dal 1955 al 1957 è ancora a Heidelberg dove riprende gli studi interrotti e, nel 1958, si trasferisce definitivamente in Grecia (Mikonos, Creta) dove per qualche anno insegna biologia. Negli anni di frequentazione dell’università di Heidelberg, incontra diversi espatriati e intellettuali che lo spingono a scrivere i suoi ricordi, poi, con Il servo del sole, rivissuti come in una parabola allucinatoria o un sogno kafkiano.

Per la sua originalità letteraria, questo libro è apprezzato da Lawrence Durrell e George Steiner (cfr. il volume antologico Best Sellers, U.S. Government Printing Office, Vol. 24, aprile-maggio 1964) e da Peter Levi (in Agenda, n. 3-4, 1985) che ricorda le passeggiate con Haldeman sul lungomare di Hania. E c’è William Gibson che, in una recensione sul “Sabato Review” del 1964, riflettendo sul percorso picaresco di riscatto e speranza compiuto da Haldeman, scrive: “Quanti romanzieri di questo secolo hanno ricordato agli uomini che possono essere uomini santi?”.

Dapprima, anche Henry Miller nomina Haldeman introducendo Big Sur and the Oranges of Hieronymus Bosch (1957): “I miei più vivi ringraziamenti a Charles Haldeman, che è venuto fin da Winter Park (Florida) per mettermi in mano il libro di Wilhelm Fränger su Hieronymus Bosch. Mi perdoni se quel giorno sono stato un pessimo padrone di casa!”.

Diario autobiografico, sorta di poema in prosa frammentato in innumerevoli lasse, aforismario con riflessioni e filosofemi, fantasticheria onirica e, nell’insieme, composito scartafaccio altamente letterario d’uno pseudo-bildungsroman o programmatico non-romanzo (“Non sto scrivendo un romanzo; non ho da inquadrare o equilibrare le cose in un certo modo per ottenere un effetto drammatico” tiene a spiegare l’alter ego protagonista Stefan Brückmann), Il servo del sole è l’autobiografia picaresca di un giovane alla ricerca delle proprie disperse radici e di un’impossibile identità. Vi si adombrano le fenomenologie d’una incessante condizione nomadica e di un esilio che – compendia Vittorini nel risvolto di copertina dell’edizione italiana – hanno come “punto di partenza” la persecuzione e lo sterminio patiti dagli zingari al tempo del nazismo e, come riscattato “punto d’arrivo […,] amore, vitalità, sole (il titolo è emblematico)”.

Il libro ha inizio con le parole di Stefan, scritte per un Immanuel de Bris che, donandogli un quaderno, vorrebbe invitarlo a trascrivervi le tappe di un itinerario introspettivo che il giovane inaugura come per sfida e, rivolto al donatore, premettendo un diffidente “D’accordo, Immanuel, fa’ pure come credi”… Così Stefan, metà tedesco e metà zingaro sopravvissuto ad Auschwitz, ora si sforza, non senza malavoglia o pudore, di ripensare al suo passato rivissuto come l’anamnesi di un sogno da obliare: “Domanda: ‘Stefan Brückmann, vuole identificare questo cadavere?’. Risposta: ‘No, se posso farne a meno’. […] a quanto pare io ho accettato (debole, rispettoso fanciullo!) […, ma] non ci tengo ad essere l’eroe del dolore’”. Pure sperando “che da qualche parte, in tutto il letame in cui dovrò aprirmi faticosamente un varco, possa celarsi, paziente, un diamante (o un soldo) quale mio compenso”.

Stefan nasce il primo giorno di un febbraio del 1929 durante una fiera di cavalli che gli zingari tengono a Nauen, piccola città del Brandeburgo a ovest di Berlino… “Il rom chiama il cavallo Grai, che significa ‘dono di Dio’. È un orribile delitto ammazzare un cavallo o un cane, o cibarsi della loro carne; chiunque lo faccia è chiamato kushpulo, e tra gli zingari tedeschi questo è l’insulto più sanguinoso”.

È così piccolo, Stefan, che – celia lo zingaro Karel Szeklecz, detto Tito – la madre non s’avvede di essere incinta (deplorano la sua impropria gravidanza o balitshtido) e lo partorisce inaspettatamente facendolo cadere sulla neve davanti al carrozzone dove, semicongelato, è raccolto dal padre che quasi lo calpesta tornando a casa dopo avere acquistato una giumenta. Sicuramente, è per quel mezzo congelamento che, fra tutti gli zingari suonatori di violino, nessuno si ritrova con le dita più rigide di quelle di Stefan; che commenta: “Il mio pezzo tzigano: inchino, strimpellata e via, come viene viene. Un balletto di saluti cerimoniosi. Faccia a faccia e indietro fuori tiro. Risate dai marciapiedi”.

Janos, padre di Stefan, è uno zingaro Waldbobui e la madre è una Chali,“(che è per uno zingaro press’a poco ciò che schickse [‘ragazza di facili costumi’] è per un ebreo)”. Padrini del bambino sono Tito e un violinista Lallery, originario della Boemia, con la moglie Maria, ungherese volksdeutsch (cioè di etnia tedesca) con un passato d’acrobata “nel circo viaggiante di Mundt”. Ed è Maria che, costernata, nota sulla schiena di Stefan una voglia purpurea, impronta che, su “tutti i bambini nati nei primi tre giorni di febbraio”, è foriera di sicure disgrazie.

Se poi suo padre e Tito credono di avergli trovato l’esatto quanto imperscrutabile appellativo gitano di Murshkar, trovando l’opposizione di Maria ripiegano sul nome di Stefan: ma poi, chissà perché, per la stessa Maria, Stefan resta Murshkar, nome di un’epoca leggendaria “in cui tutti gli uomini erano sovrani” ed esisteva un re degli zingari, semidio di un atemporale mito zigano, “riconosciuto da tutte le tribù. Costui governava la Puszta e il Délibàb” [termine ungherese per intendere la Fata Morgana o il miraggio]; e “aveva la sua corte in una città a cavallo di un fiume. Il suo carrozzone era il più bello che si fosse mai visto tra il Tisza e il Rodano”… Divenuto vecchio, il re chiama a sé l’unico figlio, appunto Murshkar, e lo esorta a partire per cercare una sposa. Allora va, Murshkar, cavalcando verso occidente, vestito dei colori reali rosso e giallo, con una borsa di monete d’oro e un violino, il boshomengo che, a suonarlo, fa cantare gli uccelli a squarciagola e infonde nuove foglie agli alberi.

Incontrato un Rejtösik, specie di veggente che con voce lontana gli dice di un “fuoco” feroce, di uomini che da qualche parte dell’Europa vengono arsi, continua ad andare per raggiungere il sole che sempre gli si nega sprofondando “nella sua caverna in capo al mondo”. Prova allora a rivolgersi alla luna, che insistentemente gli taglia la strada chiedendogli: “Dove corri, con tanta fretta, senza fermarti mai?”. Ma lui le risponde che non ha tempo da perdere: “Devo trovarmi una moglie” dice. “Ah” fa la luna. “Vieni con me. Sposami”. Lui la sposerebbe pure, ma la luna non può abbandonare i propri luoghi bui. Così scompare, rabbrividendo insieme alla notte che cede all’alba mentre Murshkar continua a correre fino a raggiungere il Regno del Ghiaccio. Qui, reclusa nel suo castello, vive la principessa Fredda Sophie che, a causa di una malia, è costretta a tenere in grembo la propria testa e sta in eterna attesa di un liberatore.

Frattanto appare un “uomo dai capelli rossi” metamorfosante in un nano rivelatosi bramoso della stessa principessa: è Lokowandt, che deruba del cavallo e della borsa Murshkar; il quale, contro il nano, dovrebbe interpretare col proprio strumento le più sfrenate csárdás [dall’ungherese: significante ‘musiche dell’osteria’]: allora quello, frastornato dalle frenetiche note – guai se Murshkar cessasse la musica, perché sarebbe subito mutato in pietra –, si metterebbe a ballare e, senza riuscire a fermarsi, uscirebbe dal castello e sempre ballando tornerebbe nel suo antro per sprofondare fino al centro della terra. Allora sì che la principessa raccoglierebbe la propria testa e se la rimetterebbe sul collo… Così comincia a suonare e ben presto il nano, frastornato, balla senza sosta mulinando e pestando stupidamente i piedi davanti a Murshkar che diteggia il suo violino “come un mulino a vento, come i raggi di una ruota che gira”, esplodendo “in cento passeri d’argento”. E gli sembra d’attraversare un muro simile a un’invetriata, a una “barriera di vetro” dietro cui c’è della gente a guardarlo, e con essa i consunti fantasmi di morti nel fuoco che invocano giustizia e non perdonano chi li ha assassinati.

Continuando ad errare, Murshkar attraversa un fiume su una zattera guidata da un uomo con la barba bianca che, dopo averlo chiamato per nome, si eclissa nella nebbia.

Egli è ora sicuro che non troverà mai più una moglie. Piange sconsolato e le lacrime gli scorrono sul viso congelandosi. “Murshkar” mormora a sé stesso la propria marcatura zingara. “Murshkar!” grida. È Stefan Brückmann o sarà per sempre lo zingaro Murshkar che cammina tra i cadaveri del genocidio nazista, tra i loro “resti carbonizzati” e su un tappeto di ossa disfatte che “gli si spezzano con uno schiocco secco sotto i piedi” tra ceneri turbinanti “come farfalle”?

Recuperata la borsa rubatagli dal nano – “è piena di piccoli carboni ardenti” –, riprende il suo violino e il cavallo che inforca con un salto tenendo alto il violino “come una bandiera. Infatti è una bandiera, rossa e gialla e biforcuta”.

Torna la principessa, e ha un “pallido sorriso”. Lui le si inginocchia accanto, la bacia sulla fronte, le dice parole subito dimenticate. Lei si alza e lo prende a braccetto. Strepito di applausi dintorno. Torna l’uomo dalla barba bianca: “Capisci ora come facevo a sapere il tuo nome?” gli dice. Lui lo guarda e vede che quel vecchio sconosciuto è “suo padre, dopo tutto”: che resta assiso sopra un cavallo dagli zoccoli rimbombanti “sui ciottoli come colpi di pistola”.

Infine, Murshkar e la principessa s’avviano sopra un carro zingaro dai colori rosso e giallo, procedendo oltre “la barriera di vetro”, ritornando verso il sole.

Nella prima parte del libro di Haldeman, che parrebbe scritto su ‘fogli mobili’, Stefan scrive il suo diario sospeso tra il 10 giugno e il 14 dicembre d’un anno imprecisato, ricordando la sua infanzia trascorsa nel Wardo, il carrozzone della famiglia trainato da cavalli e in giro per l’Europa centrale con soste a Budapest nell’inverno del 1934-’35 e poi a Brno in Cecoslovacchia. Ricorda Tito vincitore, a una gara di violino tzigano, di un toro che, legato al carrozzone, viene tirato “fino a Budapest (quando arrivammo era il toro più magro del creato), dove lo vendemmo […] a un macellaio Kosher [cioè conforme alla legge ebraica]”.

Quando lo registrano alla Zigeunerdezernat (‘genere zingaro’), Stefan ottiene una carta d’identità che lo qualifica “Zingaro, Sangue misto, Seconda categoria” e l’autorizza a frequentare una scuola.

A partire da un 13 giugno, la memoria fa spazio a una presenza lancinante: “Ho deciso di tirare in ballo Edith, […] tanto per movimentare le cose durante i frequenti intervalli” o vuoti, e schiarire la foschia mentale… Edith? “Se riuscissi a dimenticarla per cinque minuti, tornerei a innamorarmi di lei a prima vista”.

A Parigi da alcuni mesi, è “davanti a una bancarella della Rive Gauche” che il giovane Stefan, cercando le Illuminations di Rimbaud, incontra Edith intenta a esaminare delle acqueforti. Impulsivamente le rivolge la parola, e lei pronta lo interroga: “Vous n’ȇtes pas français?”. “Non” dice lui. “Ni moi” fa lei, che dapprima non rivela il suo vero nome, spiegando di chiamarsi Sonya e di lavorare come traduttrice. “Et vous, vous ȇtes poète” non domanda più bensì afferma. “Non, pas encore” dice lui, schermendosi. “Mais oui, vous ȇtes poète” ribadisce lei. “J’en suis süre”… Presto detto, diventano amanti. Lei è presa da quel giovanotto bruno e di piccola statura. “Di solito, i piccoletti sono troppo svelti” profferisce. Diventa impertinente: lui è forse un omosessuale? “I poeti lo sono spesso, […] non possono farne a meno”. Non che a lei importi… O è ebreo? “Era certa che fossi ebreo, avevo l’aria di un ebreo, ero ebreo?”.

Prendono a vivere insieme e “per un po’ non si fece altro che l’amore. […] L’amavo alla follia, ma era lei a dirigere la baracca. Io ero la sua scimmia, la sua marionetta: uno xilofono”. Poi “lei esaurì le ottave e io persi la pazienza”. Allora cerca di concentrarsi sulle proprie poesie, che Edith, sapendo che non le sono dedicate, va implacabilmente a controllare. Ciò la rende oltremodo critica e severa con ragione, qualcosa che comunque – conclude Stefan – “mi rafforzò i muscoli dell’autocritica”.

Un giorno dopo l’altro, Edith si fa sempre più tempestosa e i due amanti non fanno che litigare. Lei lo accusa sistematicamente, ingiustamente; e lui sa che, seppure le accuse rivoltegli non siano vere, “ben presto lo saranno”. Il 20 giugno scrive nel diario: “Ormai dormiamo con una spada tra noi”. Nella stessa data, ripensa ai suoi sette anni d’età e al “buon Tito” che gli mette in mano il violino nella speranza di plasmare un vero violinista tzigano. Lui ci prova, fa del suo meglio: niente… “Hai le dita troppo deboli!” gli urla Tito, deluso e affranto.

Ancora Edith…: “Potrei dire che la offendeva la mia presenza vicino a lei: continuava a respirare dall’altra parte”. Quando si lasciano, lei, sempre a Parigi, fa la conoscenza di Immanuel de Bris e, presto, i due si sposano senza, tuttavia, escludere Stefan; anzi continuando a frequentarlo, tenerlo vicino come a sorvegliarne l’esistenza. Lui lo sa; e rivolto a Immanuel, il donatore del quaderno, scrive: “L’imposizione che intendevi nell’offrirmi questo quaderno non era cosa incidentale […]. Ora so che è me che tu vuoi”.

Il diario di Stefan diventa un didascalico repertorio di fatti eterogenei, sovrapposti e con qualche commento: “Egli l’amò per un sudicio inverno” (8 luglio); “Non andammo lontano nell’estate del 1939”, poco prima dell’invasione nazista della Polonia; “Durante l’estate del 1940 mi avventurai da solo tra le casupole intorno all’Alexanderplatz, dove abitavano molti zingari (e, a quell’epoca, gran parte della restante popolazione ebraica) […] le restrizioni alla libertà di movimento e di impiego li costrinsero rapidamente a una vita ai margini della legalità, dove non resistevano a lungo” (15 agosto). Il 24 agosto Stefan ricorda come, “un giorno, nell’estate del 1942”, gli si faccia sapere che la sua “presenza a scuola l’anno successivo, non sarebbe stata ‘gradita’” (24 agosto); e il 26 agosto annota certi versi criptici: “Se le ceneri degli alberi / le annaffia via l’inverno / allora le mie mani saranno le torce / che incendiano gli uccelli. / La loro fame assumerà gli occhi di tutti i morti / e quando muore l’estate il fuoco la consumerà”.

Diario, pagina del 28 agosto: al caffè Zum Siegerktanz si tiene un’“ultima veglia gitana”. Fino a quando, “nel febbraio 1943 [,] crollarono le mura dell’ultima sacca non-ariana di Berlino e vi irruppero le furie: polizia berlinese, S.S., ispettori della Gestapo. Nell’Alexanderplatz rivoltarono le case come guanti. I pochi ebrei superstiti avevano già trattenuto il respiro così a lungo che l’operazione fu per loro come un coup de grâce: ma sorpresa non sarebbe la parola adatta per descrivere l’effetto sugli zingari. […]. Dopo tre giorni in un campo di prigionia (gabbia), ci allinearono per la selezione. […]. Ci portarono allo scalo merci di Stettino […] e ci fecero salire sui carri ferroviari, venti o più per ciascuno. Verso mezzanotte il treno partì” (pagina del I settembre).

5 settembre: “Lo sapevo. Edith è tornata”… Ma lei è una presenza che non può annullare il pur ammutolito orrore dello zingaro Stefan perseguitato. Se altri cercano di rivivere il loro passato, forse lo fanno anche per accusare; invece lui non ha nessuna voglia di rievocare contesti dove un bambino deve imparare a vivere con la continua presenza della morte immanente. Lui è uno vissuto “dentro la stessa morte, non soltanto nelle sue vicinanze. Ho attraversato la pubertà senza accorgermene minimamente. Il mio corpo parve cominciare con la morte […]. È stato lo stesso per la maggior parte di noi bambini, quelli di noi che sono sopravvissuti […]. Eppure respiravamo energia, autentica energia in tutto quello spazio mortale, e riuscimmo a vivere senza speranza: prima della speranza”, respirando “l’aria di un impossibile ottimismo. […] Ci rasero la testa, ci purificarono il corpo. […] Ci addormentammo in enormi camerate, dentro cassette piene di paglia, abbracciandoci vicendevolmente la testa con i piedi nudi […,] divorammo avidamente pane polveroso, soffocammo la flemma della nostra prescritta umiliazione. […] mi smistarono dal Blokovi [quartieri urbani di Belgrado] a un Kommando insieme a un gruppo di tedeschi ebrei”.

Giunto al Blokovi nel 1943, vi trova il gigantesco, magrissimo Isaac Golden che tutti chiamano Rebbe [maestro ebraico], se non un vero rabbino una specie di santo che catechizza gli internati raccomandando loro di non dimenticare mai i propri nomi: “Andare avanti! Questo è essere ebreo. Andare avanti, e avanti, e avanti! Verso di Lui, sia benedetto il nome Suo. Ricordiamo i nostri nomi… […] Non lasciatevi intimidire! Non dimenticate i vostri nomi! Com’è grande il loro potere! […] Non temete! Col tempo tutto sarà spiegato!”. Isaac addita un “Mondo-a-venire” fondato su un consolatorio Eden capace di trasvalutare ogni spavento, dove “gli uomini volano senza ali” e “tutti gli uomini sono ebrei”.

Al compimento del suo quindicesimo anno (pagina di diario del 27 settembre), Stefan riceve un ‘regalo’ dal Reich: lo informano che lui non è più il “piccolo, sporco zingaro di seconda categoria, ma un ariano mascherato fino a quel momento”. Incontestabilmente indoeuropei, non apparterrebbero forse all’immaginaria razza ariana pure gli zingari?… Gli fanno fare una doccia calda, lo spidocchiano, gli incidono accessi e foruncoli, lo vestono con una tuta da ginnastica e gli danno un paio di scarpe. In più, lo ristorano con un pezzo di formaggio e due scodelle di minestra calda. Inoltre gli tatuano una I (Instruktion) e gli applicano un distintivo con la lettera D per Deutsch, Tedesco.

10 ottobre: “Ieri sera ho pagato da bere a una piccola prostituta e l’ho portata fuori a cena. […]. Non aveva ancora vent’anni. […]. Lei mi raccontò la solita storia di sventure, ma solo perché glielo chiesi io. Poi mi disse che voleva restare sola. […]. Quasi le domandai di tornare indietro con me, ma non lo feci”. Al contempo scrive: “Compivo sedici anni (giorno più, giorno meno) quando arrivammo a Breslavia” piena di rovine ancora fumanti dopo avere subito un’incursione aerea. Vi sono gruppi di persone che spingono carretti, altri pedalano su vecchie biciclette cariche di fagotti… È la Germania tra i fiumi La Neisse e l’Elba; e sta per finire una seconda Guerra dei Trent’anni (1914, inizio della Prima guerra mondiale – 1945, fine della Seconda guerra mondiale).

“Linee spezzate nella tempesta” : un romanzo anti-mainstream

di Marco Palladini

Oramai ottantenne Pippo Di Marca esordisce come autore letterario con un fluviale romanzo Linee spezzate nella tempesta (Fermenti Editrice, 2020, pp. 582, € 25,00) che è forse il postremo compimento di una giovanile ambizione di diventare uno scrittore. Ora è difficile considerare Di Marca un mero esordiente, essendo lui un regista, attore e drammaturgo di lungo corso. Ha alle spalle mezzo secolo di mercuriale attività teatrale in cui lui è stato, soprattutto negli ’70 e ’80 del Novecento, uno dei più significativi esponenti del teatro di sperimentazione o d’avanguardia, che dir piaccia, esploso nelle famose o famigerate cantine romane. In questo esteso arco di tempo creativo lui più volte ha tratto ispirazione per i suoi spettacoli dalla letteratura, attraversando autori del calibro di Joyce, Gadda, Kafka, Wilde, Cortàzar, Manganelli, Bufalino, Lautréamont, Sartre, Sanguineti, Bolaño etc. Nel suo avanguardistico teatro, sottomesso al primato della scrittura scenica, le opere letterarie venivano però decostruite, frammentate, polverizzate, citate, parafrasate, rese ellissi o traiettorie semantico-metaforiche per esaltare la teatralità del teatro.

Nel presente romanzo Di Marca si pone, invece, come un narratore a tutto tondo, che dispiega una vena fabulatoria e descrittiva che da una parte rimanda a certo ingordo, turgido realismo psicologico da romanzo ottocentesco, dall’altra parte rinvia a una dimensione epico-vitalistica di stampo rabelaisiano. Quel che è certo è che Linee spezzate nella tempesta è un romanzo anti-mainstream: non c’entra nulla con la linea del romanzo borghese che va da Moravia a Sandro Veronesi, passando per Bassani, Bevilacqua, Siciliano, Piovene, Montefoschi, Albinati e tanti altri; ma non c’entra nulla anche con la linea dell’antiromanzo novecentesco, penso al Nouveau Roman francese e in Italia ad Arbasino, Balestrini, Massimo Ferretti, il primo Malerba, Calvino, Leonetti, Lunetta, Toti etc.

In questo senso, è un prodotto fuori tempo e controcorrente che si spiega soltanto con l’urgenza personale dell’autore di richiamare le due città cardine della sua esistenza: la natia Catania e Roma, il suo luogo di elezione, dove si è svolta per intero la sua vita artistica. Infatti, il libro si struttura come una doppia narrazione, si tratta in pratica due romanzi incastrati uno nell’altro che si svolgono spaziotemporalmente a Catania nell’agosto del 1960 e a Roma tra il novembre 1974 e il luglio 1975 (con una coda che arriva al novembre 1989). A fare da cerniera della doppia narrazione, che è anche una doppia rievocazione, è il personaggio del catanese Mattia Vinciguerra detto lo Sfondato, ’u Sfunnatu, una destinale figura di lumpen-proletario errabondo in mezza Europa e fuggitivo e sfuggente per definizione. Quasi un novello Pantagruel, insaziabile di birra, di cibo e di sesso, insomma una figura arcaica, capace di incarnare, appunto, un vitalismo kako-epico, epperò venato di sfumature malinconiche e nichiliste, sversato ad un cabotinage esistenziale senza baricentro, proprio di uno che va alla deriva, sopravvivendo alle evenemenzialità del quotidiano e insieme manifestando una specie di filosofia etologica, animale, da un lato primitiva ed elementare, dall’altro piena di ferite e di fragilità interiori.

A petto a lui risulta ben più debole la figura di Roberto, il suo interlocutore e compare di notturni bagordi, un 25enne romano, neolaureato, mantenuto dai genitori borghesi, aspirante poeta, che riassume forse con troppi clichés e stereotipi la tipologia dei ventenni del movimento anni ’70, pur se il suo impegno e la sua coscienza politica appaiono più di facciata e di principio, che realmente esplicati nelle pieghe della narrazione.

Ciò che oscuramente attrae i due soggetti è l’essere due ‘losers’, due perdenti e perdigiorno e perdinotte, due flaneurs nottivaghi che si accompagnano per spropositare, per cianciare, per parlarsi addosso, per strafogarsi e poi deiettare e vomitare tranquillamente per le strade vuote e buie come per compiere un fato inesplicato e inesplicabile. Il vero punto di invenzione diegetica del romanzo è l’evocazione che fa lo Sfondato di una sorta di terminale disfida dell’onore e della birra che si svolge nell’arco di una notte estiva, denominata “il tocco, ’u toccu”, e che vede come contendenti un piccolo mafioso locale detto il Califfo, e il protettore di Vinciguerra, il Sindaco, un netturbino insospettabilmente acculturato, che si immolerà sull’altare dell’onestà e della dirittura morale. Ecco, insomma, il classico scontro tra il cattivo ed il buono contorniati da una ventina di folkloristici personaggi che rappresentano un vivido, inferico spaccato popolar-proletario e antropologico-culturale (o sottoculturale) della Catania anni ’60. Qui Di Marca dà fondo a tutta la sua fantasia linguistico-nomenclatoria (da AmadiueFuttioprossimu a Divanu Stortu, da Fiureruvarveri a Fimminarufausu, da Cavadduzzu a Scansajob, da TanuAmatu a Flipper etc.) per rappresentarci il teriomorfo consesso. Va, da questo punto di vista, rilevato che il romanzo più che per il ‘che cosa’ racconta, risulta convincente per il ‘come’ lo fa, attraverso un rigoglioso espressivismo, talora para-gaddiano, crivellato di espressioni dialettali siciliane (in massima parte) e romanesche (in misura assai più contenuta). D’altro canto, Di Marca pratica una diseconomia del racconto, la sua fabulazione ostenta uno stile basato sulla ridondanza iperbolica, sulla ripetizione, sulla iteratività, anche mercè l’indugio, il rinvio, la sospensione, e un fiume di digressioni anche al quadrato. L’input narrativo che sostiene principalmente la storia evocata da ’u Sfunnatu, appare pure un delirio autofagico, la ossessiva analisi di un autodivoramento psichico virtualmente e potenzialmente interminabile.

La demenziale guerra di birra simboleggiata dal ‘tocco’ tra il Califfo e il Sindaco viene descritta attraverso una miriade di notazioni e infinite sfumature, neanche fosse la battaglia di Waterloo con la precisazione di tutte le tattiche e le strategie e le sottostrategie messe in campo dai contendenti per un esito peraltro, forse già segnato in partenza. Ecco Di Marca si immerge in questa materia anche canagliesca, ma ricchissima di particolari per farne una epopea, una parabola mitopoietica che probabilmente riflette storie e vicende vissute quando era un ventenne di belle speranze nella città etnea. Questo è il cuore del romanzo come rito mortale, come sedicente ‘autosacramentales’, rappresentazione dei misteri, laddove tra sacramentare e bestemmiare c’è una stretta interfaccia.

Nel libro c’è anche molto altro: una lunga digressione su Berlino e sul bordello gestito da Belinda, una puttana tedesca che cercava una catarsi per l’Olocausto, offrendosi gratuitamente a tutti i clienti ebrei o ebreizzanti, e con cui Vinciguerra intrattiene una relazione di quattro anni. C’è poi un omaggio al teatro d’avanguardia degli anni ’70 per il tramite degli spettacoli di Carmelo Bene visionati da Roberto, e persino un auto-omaggio laddove si ricorda che l’origine della storica denominazione della compagnia di Di Marca “il Meta-Teatro” si deve ad un articolo di Angelo Maria Ripellino “inneggiante alla grande poesia del piccolo meta-teatro!”.

Ma, ripeto, il vero centro del romanzo è altrove, è nel momento in cui si inscena con potente ardore letterario la corda pazza e crudele dei siciliani, nutrita da un mistilinguismo ben temperato o ben stemperato, talora intemperante. La debordante scrittura di Di Marca non si lascia imprigionare da facili gabbie critiche, mi sembra comunque rimandare ad un mix non ovvio e originale tra Verga e Bolaño, tra D’Arrigo e Moresco. Se la tempesta è la vita e le linee spezzate sono le traiettorie interrotte dei due protagonisti, questo libro mi ha fatto venire in mente un pensiero di Alain Badiou: “Secolo delle resistenze e delle epopee, distruttore senza rimorsi, il XX secolo ha voluto, nelle sue opere, uguagliare il reale di cui aveva passione”.