Michel Houellebecq: il nuovo romanzo

di Desirée Massaroni

Elisabetta Sgarbi, publisher de La nave di Teseo, ha annunciato che il nuovo romanzo di Michel Houellebecq uscirà il 7 gennaio 2022 anche in Italia, “in contemporanea con la Francia”. Il libro sarà di 736 pagine, ma Flammarion al momento non ha rivelato il titolo né l’argomento. A riguardo, il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, durante la riunione degli industriali a Parigi alla fine di ottobre, ha affermato che è a conoscenza di uno dei temi del libro. E che probabilmente riguarda la difesa dell’industria.

Dal 10 novembre, intanto, Flammarion ripubblicherà in Francia tre romanzi che hanno reso Houellebecq uno degli autori più importanti nel panorama letterario francese e internazionale: Estensione del dominio della lotta (1994), Le particelle elementari (1998) e Piattaforma (2001). Nel 2010 è stato insignito del Prix Goncourt 2010 per il romanzo La carta e il territorio.

Seretonina, edito nel 2019, è l’ultima opera. Un romanzo che tratta della depressione del quarantaseienne Florent-Claude Labroust, insorta in seguito alla sua fuga dal mondo e dalla giovane fidanzata attratta da rapporti sessuali anomali. Il Captorix è il farmaco di nuova generazione che, ri-captando la serotonina, consente al protagonista di continuare a vivere. La Nave di Teseo ha pubblicato anche alcuni saggi di Houllebecq come In presenza di Schopenhauer, Cahier.
Lo scrittore e intellettuale francese si è dedicato anche al cinema. In qualità di regista con lavori come il cortometraggio La rivière (2001) e La possibilité d’une île (2008). E in veste di sceneggiatore ha scritto Monde extérieur con la regia di David Rault (2004) e Possibility of an Island (2008) di cui ha curato anche la regia.
In questo periodo si sta si sta dedicando al teatro: sarà in scena al Rex Club di Parigi dal 7 al 10 novembre per un nuovo spettacolo, dal titolo Existence à basse altitude. Houellebecq leggerà davanti al pubblico diciotto suoi testi. E altri saranno detti da Hugues Jourdain, Margot de Rochefort e Victorien Bornéat.

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Dove la vita vale quaranta noci: il cinema di Samira Makhmalbaf

di Donato di Stasi

Primi piani. Un lancio di luce negli occhi e la realtà oggettiva si fa presente e immediatamente si converte in immaginario, liberando fasci di emozioni e polvere finissima di pensieri: è il modo di girare di Samira Makhmalbaf, regista iraniana, classe 1980, da sempre impegnata a trovare il vero e non a illudere con il bello artefatto di opere commerciali mainstream.

Capace di uno stile rigoroso, epico e documentaristico, poetico e antilirico, Samira Makhmalbaf mostra una maturità sorprendente, girando a vent’anni Takhte Siah (Lavagna nera, in italiano semplicemente Lavagne) con pochi mezzi e infinito talento, subito riconosciuto a Cannes, dove riceve il premio della giuria.

Il film è realizzato tra mille difficoltà, spesso con la sola camera a mano e sempre in esterni (al modo del neorealismo italiano e della nouvelle vague francese), non lontano da Halabcheh, uno dei tanti luoghi maledetti dove la minoranza curda subisce da decenni bombardamenti, l’uso di armi chimiche e di mine anti uomo.

È la storia di due maestri itineranti che, lavagna di ardesia a tracolla, si inerpicano sulle montagne del Kurdistan iraniano alla ricerca di allievi da istruire: Said si unisce a una folla di anziani che tenta di raggiungere il confine iracheno, mentre Reeboir si mette alla guida di un gruppo di ragazzi che trasporta merce di contrabbando.

Samira Makhmalbaf riprende con amara e dolente oggettività il calvario da un confine all’altro come se fosse una condizione normale, come se attorno alle tradizioni più antiche del popolo curdo, disperso tra più nazioni, si fosse cristallizzata una normale assenza di libertà, un’esistenza durissima e spietata e, infine, un’identità immutabile.

L’equivalenza fuga-rassegnazione fa vibrare le corde più profonde della coscienza. Nel fluire delle immagini e dei dialoghi sembra che tutti abbiano ragione e torto nello stesso tempo. E allora, proprio allora, in quel preciso istante, si comprende la potenza del cinema e del suo linguaggio universale di denuncia e di disperata bellezza.

Scene da un purgatorio senza redenzione. Incipit Takhte Siah. Campo lungo. Avanzano verso lo spettatore figure indistinte, ciascuna con un enorme oggetto rettangolare legato alle spalle. Stacco. Controcampo. Le stesse figure, riprese da dietro, escono dal cono d’ombra, via via inondati da una tagliente luce solare. Gli oggetti indistinti assumono una fisionomia precisa, sono delle lavagne nere, o forse aquile che hanno dimenticato come si vola, o ancora simboli di una pena divina da scontare.

Gli uomini che arrancano affaticati cercano persone da sottrarre all’analfabetismo endemico di questa remota parte dell’Asia. Sono maestri itineranti, gli insegnanti più disperati di qualsiasi insegnante al mondo, in cerca di alunni, giovani o vecchi che siano, per ottenere in cambio qualcosa da mangiare, o qualche moneta per pagare un dottore per sé e per la propria famiglia.

I maestri salgono con il loro carico inutile. Nessuno di coloro che incontrano, o delle persone che abitano villaggi a forma di nido hanno tempo per l’alfabeto e per le addizioni. Il  loro scopo è sopravvivere e sopravvivono solo se diventano rocce essi stessi, impermeabili e impenetrabili: rocce in cammino, rocce che rotolano con la loro nuda vita.

Dalla fila dei maestri se ne staccano due, Said e Reeboir. Il primo incontra dei nomadi che si sono persi, che non riescono a ritrovare la strada per l’agognato confine. Said si offre di aiutarli in cambio di quaranta noci, ma riceve un secco rifiuto. Si accoda comunque, perché non sa dove andare: strano paradosso di nomadi che non sanno fare i nomadi, di esseri umani che hanno smarrito la loro umanità.

Reeboir, invece, il secondo maestro, si imbatte in un gruppo di ragazzi piegati dal peso di pesanti scatole piene di merce rubata. All’offerta di istruzione rispondono che il loro destino è di camminare senza fermarsi mai, avanti e indietro dalle linee di confine con il loro carico di contrabbando.

Said e Reeboir vivono situazioni orribilmente concrete, assurde fino all’inverosimile: le loro lavagne imbrattate di fango sono più utili come riparo in caso di attacco da parte dei soldati, possono rappresentare la stranissima dote di un matrimonio celebrato sul ciglio di un burrone, o ancora la lettiga per trasportare un anziano affetto da anuria.

Samira Makhmalbaf fruga i visi, evidenzia le rughe più profonde del letto asciutto di un torrente, mette in sequenza luci e ombre, montagne brulle abbacinate dal sole e esistenze imprigionate in vestiti e riti soffocanti.

La regista si muove nello spazio e nel tempo, riprendendo un mondo fermo, benché in perenne movimento, inchiodato a sé stesso, immobile, per nulla scalfito dai miti del divenire e del progresso.

Lo schermo dissonante. Se ci si sofferma sulla qualità delle immagini, esse si aprono, ci accolgono, ci permettono di entrare nella loro dimensione: traboccano di verità, di oggettività pratica, ma questo non esclude una latente tensione immaginativa.

Ogni sequenza viene presentata nella sua duplicità di estremo realismo e di radicale trasfigurazione, di disincanto e di pietà umana, di durezza esistenziale e di dolcezza che sopravvive, nonostante tutto, nell’amore lancinante di una madre per il proprio figlio.

La scelta del reale implica una precisa oggettivizzazione del racconto e, contemporaneamente, una meno evidente soggettivizzazione della materia narrata, secondo un incrocio di mediane tra la necessità di documentare e l’urgenza di fare emergere i sentimenti nascosti, imbrattati di fango, inascoltati da parte dei personaggi.

La macchina da presa si sposta a scatti, da un posto all’altro, riduce il tempo reale e moltiplica il tempo cinematografico in un gioco di specchi funzionale al passaggio dalla frammentarietà delle scene all’unità della visione, dalla parzialità delle inquadrature alla totalità di una credibile weltanschauung (pars pro toto, la parte per il tutto).

Con le sue immagini scarne, secche, corredate da suoni e colori essenziali, la regista ottiene l’effetto di potenziare la realtà, di renderla più significativa e, a tratti, indimenticabile.

Le figure umane, il paesaggio e gli oggetti-segni vengono liberati dal loro spazio angusto e portati su un piano simbolico, ne deriva che la prigionia materiale di maestri itineranti, nomadi e bambini-contrabbandieri viene riscattata sul piano stilistico di denuncia e di adesione a eventi che non possono lasciare indifferenti.

La distanza fra vita e finzione cinematografica si contrae, si restringe fin quasi a scomparire. Ci sono atomi di verità da entrambi i lati: da una parte il dolore reale, le ferite quotidiane, le umiliazioni della nuda vita, dall’altro l’esigenza di dignità e di emancipazione, vissute nella dimensione immaginativa dell’opera cinematografica.

Samira Makhmalbaf raggiunge uno straordinario effetto di dissonanza fenomenica, sovrapponendo l’ordine delle immagini all’ordine delle cose, altrimenti fruito dallo spettatore in modo meccanico, mimetico, calligrafico.

Lavagne narra la poesia che si nasconde dentro le cose, più che le cose stesse, che restano sempre al loro posto, sotto gli occhi di tutti.

Sottofinale e finale claudicante. Lavagne appare strutturato su tre piani: documentaristico (la storia vera dei maestri itineranti curdi), poetico (la trasfigurazione di ogni paesaggio in stato d’animo, condizione interiore, esperienza di solitudine e di lotta per la sopravvivenza), surreale (la nebbia che compare nelle scene finali e che avvolge il confine, trasformandolo in una terra di nessuno, in un luogo sospeso, magico).

Samira Makhmalbaf mescola cronaca e invenzione, momenti corali e straziate vicende individuali, l’epica senza canto e il canto muto di un popolo annichilito, la fine della speranza e la speranza che si rinnova in fondo a ogni abisso.

È vero Said cerca di insegnare alla sua sposa come si dice “ti amo” e non ci riesce. È vero anche che in quelle terre ignorate da qualsiasi divinità non ci si sposa tra persone, ma con le montagne e le pianure, con la madre terra, eppure ogni singolo fotogramma di Lavagne rimane come un monito, come un segno che né il sole implacabile, né il freddo inconsutile, né la ferocia dei popoli tiranni possono cancellare.

*  Il film è visibile al seguente indirizzo:   https://youtu.be/RAcKdcj84N4

Il cinema di Antonio Pietrangeli a cura di Alessandro Ticozzi

di Desirée Massaroni

È uscito di recente il libro Io le conoscevo bene: tutte le donne di Antonio Pietrangeli (Sensoinverso, p. 37, E. 8,00) scritto da Alessandro Ticozzi. Il giovane e prolifico autore affronta in questo testo i personaggi femminili nel cinema di Pietrangeli, incarnazioni delle trasformazioni sociali e interiori della donna a partire dagli anni del dopoguerra fino a quelli del boom economico.

Nel capitolo “Da Celestina ad Adriana: donne sole o male accompagnate” Ticozzi ripercorre, con dovizia di riferimenti bibliografici, i personaggi di Celestina protagonista del film d’esordio Il sole negli occhi che da ignorante e sprovveduta ragazza acquisterà consapevolezza di se stessa e della realtà affrontando con coraggio la condizione di ragazza-madre. La figura di Francesca in Nata di marzo dove si dipana lo sforzo di una parità fra uomo e donna anche nella sfera sessuale, tema questo che verrà diversamente approfondito nella pellicola Adua e le sue compagne. Qui il gruppetto di prostitute è emblema della denuncia della Legge Merlin come iniqua, laddove la chiusura delle case di tolleranza non fa che sottolineare anche l’ipocrisia e le ingiustizie sociali. Tra le attrici di questo film, l’autore si sofferma sull’interpretazione di Sandra Milo di cui riporta un’interessante testimonianza rispetto al suo lavoro con Pietrangeli. La stessa Milo che poi impersonerà Pina in La visita, una donna emancipata quanto affettivamente sola.

Il critico si concentra poi su La parmigiana in cuiCatherine Spaak impersona Dora una giovane donna le cui peregrinazioni sentimentali sono in fondo un modo per conoscere se stessa. Stefania Sandrelli è invece Adriana in Io la conoscevo bene, dove Pietrangeli racconta le delusioni e le umiliazioni di una giovane donna in cerca di fortuna nello scintillante mondo del cinema. Come, quando e perché? è invece il film incompiuto a causa della prematura morte di Pietrangelinel 1968, all’età di cinquant’anni.

Il libro si correda della prefazione di Mario Sesti e di un’articolata intervista a Paolo Pietrangeli, figlio del compianto regista e di cui riportiamo un breve estratto.

“Mio padre era un genio. Aveva visto nel suo interesse per le donne qualcosa che fosse tanto importante da essere oggetto di tutti i suoi racconti cinematografici (…) e che nell’universo femminile non guardato ideologicamente potesse esserci quell’elemento di novità, quel motore inarrestabile, quell’aspetto rivoluzionario destinato a cambiare il mondo”.

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Qualcosa da selvaggiamente sprecare 

di Marcello Sambati

Una meditazione sulla mattanza inarrestabile dei sistemi culturali e politici che con brutalità e indifferenza cannibalizzano soffocano e polverizzano germogli e utopie della creatura umana. 

[ Rappresentato a Catania e a Roma nel 2018, in scena Elena Rosa e Marcello Sambati, questo testo è il primo di una trilogia – Teoria del vento e del respiro – che comprende “La Marionetta” e “In tempo sospeso”. ]

…rimane ancora qualcosa da selvaggiamente

sprecare (Paul Celan)

Elena Rosa e Marcello Sambati in “Qualcosa da selvaggiamente sprecare”

           

il buio

l’oscura lotta tra il buio e la luce

cieca è la luce

e non vede ciò che illumina

fora la pelle del buio

e svela il miracolo di un corpo

vedi

carne ho

sangue ho

vita ho

perché parlare?

luminosa scintilla e cuore

ecco la carne

muta carne del tempo

e del rosso della rosa

guardo il non visto

ascolto il non detto

tutto nel corpo è scritto

            col filo sottile del sangue

qualcosa vive, qualcosa muore

a pochi centimetri dal cuore

maree malinconiche oscurano il cuore

forse m’inganno su ogni cosa

forse dico parole cieche

forse non c’è tempo

forse sto tremando

l’angelo del sangue

all’improvviso

cammina col mio corpo

disegna i miei gesti

frantuma, spezza

i momenti di vita

della mia vita

mi prende la mano

mi conforta, mi strazia

fa crescere le spine

fino al cuore

c’è sempre una ferita

penso di essere tutto

sento di essere niente

esito ad ogni passo

del mio sempre andare

tremo ad ogni sguardo

del mio cieco vedere

soffio su ogni perdita

e ne asciugo le lacrime

è tutto inutile mi dico

sciogli ogni vincolo

non ostinarti nell’errore

non puoi, non devi

il mio sentire

è il mio capire

eppure bisogna continuare

ancora continuare

ancora e ancora

c’è sempre un fiore

c’è sempre un sangue

ospite della mia carne

guardo gli uccelli

danzo nella mia carne

danzo con le pietre, gli alberi e il vento

l’animale

escluso dalla comunione

cerca altre vie

respira

tra la gioia e il nulla

respira il respiro

gioioso e fatale della vita

e il grido che in sé gridò

l’intera vita

resiste a ciò che sente

s’inganna senza fine

sta tutti i giorni

senza scopo a stare

chiaro unico mondo tra i mondi

palpita tra le illusioni

si accende e danza

resiste quel che non esiste

ogni cosa oscura

in se stessa è chiara

piccolo io, il destino

lacrime

senza rumore

cadono

m’interrogo sullo scopo

sulle asprezze dell’anima mia

sull’insensata abitudine alla vita

e sulla morte

questa pagana morte

che scava noi per noi

aggiogato dalla luce

l’animale che si nutrì d’amore

sopravvissuto è qui, sangue d’agnello

e dolore di carne viva

nello specchio incrinato della realtà

la creatura divora la creatura

Due poesie

di Giuseppe Alagna

Nonni e gente del futuro

                            I

Ricevo notizia di gente che è diventata nonna.

Gli auguri, i rituali sono uguali a sempre, anche se

sono stati concepiti in pieno virus.

I selfie, i video girano uguali, con mascherina o senza.

I sorrisi sono quelli di sempre.

La festa continua, anche in tempi di Covid. 

(Col vaccino poi, ultima scoperta della forza,

della scienza, l’ottimismo aumenta…).

La vita non si trattiene. Eiacula sempre.

 

La volontà di vita macina ogni cosa. Solo 

la rappresentazione, nel suo stupido pallore,

rimane stupita. La volontà si fa reattiva,

e caccia via morti e malattie.

A calci e sperma. Le due grandi armi.

                             II

I piccoli nati, i benvenuti, conosceranno presto la mascherina.

(Gli psicologi diranno la loro con saggezza…

Forse ci giocheranno. Forse avranno timore.

Non c’è ancora l’inchiesta…). è la prima cosa

che i piccoli incontreranno ogni mattina.

Come in un gioco de “La vita è bella”.

Non è detto che non accresca il divertimento… 

Quasi dispiace che il mascheramento sarà temporaneo.

Non diventerà norma. In fondo, è un simbolo

carnevalizio che ci è venuto addosso

dal tempo antico fino al moderno.

Come fossimo romani, veneziani, viareggini, latinoamericani…

Servirà inoltre a future epidemie se, come dicono

gli scienziati più seriosi e pessimisti, torneranno ancora,

massive e potenti. Tutto serve nella vita.

Si diventa più forti e convinti. Anche davanti

alla fine del mondo. Ci si ricicla sempre. 

Si fa tesoro dell’esperienza. è un’avventura…

                             III

Genitori nuovi con mascherine mattutine per figli nuovi

con mascherine a colori, firmate (dall’alto, dal basso…)

per una nuova infanzia postmoderna.

Tutto è bello, deve esserlo a forza, a costo di violenza

contro la violenza. Guai se si arrabbia l’ottimismo.

L’Eros aggredisce sempre Tanathos con la forza.

Nomadland 

È nato da una inchiesta giornalistica, il film di Chloé Zhao,

la cinese americana. Ma non è un film di sociologia.

Come tutti quelli che denunciano qualcosa.

Ha infatti scelto la strada della poesia,

che non era una strada ovvia.

La denuncia recede ben presto, dacché

non è affatto l’ottica primaria.

E prende corpo la via della saggezza.

Il film si avvia, lento, verso un viaggio lungo, reale,

desertico, autostradale:

verso un’autostrada filosofica. 

Non conta più l’origine del male, l’avvio

a una vita perturbata.

Ciò che conta è come si vive e si sopporta.

Come si trasforma una vita subita

in una vita scelta, attiva,

che può far ritrovare più di una pepita d’oro….

è un film, “Nomadland”, che sarebbe molto piaciuto,

io credo, a Hadot. Che segue la strada

di quella ricerca della felicità intima, propria, segreta,

indipendente dall’esterno che tutto condiziona,

o lo si accetta come un dono, folle, difficile,

di un assurdo quotidiano che ferisce

ma che è e deve essere la strada dell’uomo.

(Dell’uomo libero davvero, che cerca dentro sé

la libertà. Difficile o impossibile da trovare in altri luoghi).

L’esterno, con la sua miseria, indegnità, bruttezza, 

con i suoi ricatti e strangolamenti, col suo cinismo 

e i suoi adattamenti, non deve avere più peso.

Via ogni pedagogia, ogni speranza da questa strada.

Non deve ucciderci a poco a poco, alla sua maniera.

È l’interno che conta, la sua parte invisibile e preziosa, 

che contiene tutta la dignità dell’uomo.

È lì che bisogna viaggiare, avere intimità, dialogare

nel silenzio… Lì si trova l’infinito, e si può cercarlo – a specchio –

in un viaggio in caravan per tutto il Nevada…

Il deserto è l’infinito che ti salva l’anima. 

Che ti richiama – ad eco – l’infinito che possiedi.

(Ci sono echi, ci sono specchi che salvano.

Non tutto è specchio di Narciso, eco di un’Eco straziata 

di dolore. Ci sono echi amici, echi simili a noi stessi…).

La cinepresa di Chloé Zhao carezza i corpi, i volti, i paesaggi…

Accomuna in una fratellanza di carne persone e natura.

Affratella voci, sguardi, pietre, venti, acque…

La protagonista si muove lenta (e la cinepresa la segue

accarezzandola), si muove nella stessa maniera 

(e così la cinepresa…)  sia se passeggia nel deserto,

sia che cammina negli immensi magazzini Amazon, 

sia che tocca una pietra abbandonata

(o donata da qualcuno che l’ha raccolta),

sia che tocca un pacco o una ruota del caravan…

La povertà è ovunque in questa America disgraziata,

eppure non si nota.  La si dimentica, quasi.

Emerge soltanto lo spessore umano.

Esiste solo l’umano. Emerge il legame, la simpatia,

la preparazione alla morte…

Tutto è dolcezza. 

Cibi distribuiti ai poveri, piccoli oggetti da riparazione,

panini semplici e saporiti, persino la plastica dei pacchi…

Non si vive più di potere, di un mestiere fisso,

di una casa, ora… Ora che non c’è più niente,

che non hai più niente, che non sei

che l’ombra di te stesso e di te stessa,

puoi staccarti dalla vita dolcemente,

Céliniana  (remix)

di Marco Palladini

Posso soltanto darvi il mio populismo lirico,

che è poi un comunismo con l’anima, anche licenzioso, dunque vivo…

Del resto, ho in odio tutto ciò che assomiglia a intimità, amicizia e cameratismo

è un aspetto della vita che mi disgusta e su certe cose non si cambia mai…

Uno dei miei principi, inoltre, è di non credere a niente,

solamente ogni tanto a quello che vedo… se lo vedo

E non voglio dagli altri nessun regalo. Maledizione!

Io voglio guadagnarmi la vita, è ben diverso… È abbastanza chiaro?

Mi perseguitano con un processo! Mille processi! Ma me ne frego!

Ché un condannato a morte se ne frega di tutto…

Quando la carogna è sul trono sarebbe meglio tacere in effetti…

E quanto a Sartre è un teppistello… Scrive assai male, ma è un ottimo delatore…

E continuano contro di me i processi da caccia alle streghe.

Ditemi: a cosa cazzo può servire la ragione? E la giustizia?

A farsi due risate. Al più a stuzzicare sotto il patibolo le tricoteuses

Ancora oltraggi, minacce, insulti che per me ormai

non sono altro che latrati di cani… Cani dell’inferno certo

ma all’inferno ci sono abituato…

Qui ingoiano abbastanza merda le carogne, e avidamente,

per privarli delle mie grazie… Spero davvero che il mio carattere ignobile,

il mio tanfo fedifrago, la mia pestifera fellonia facciano fremere il tribunale…

Sì, lo dico e non lo nego: dovrei vivere mille anni

per vomitare tutto ciò che penso dei miei colleghi!

Più l’uomo s’istruisce e più a quanto pare è ignobile! E artista di conseguenza!

Comprendetemi: ho l’anima da operaio. O regalo

o mi faccio pagare a peso d’oro, non conosco vie di mezzo…

Comunque, non impedisco a nessuno di rispondermi! Di affermare che dico cazzate!

Lo sapete: io sono uno dei rarissimi imbecilli ad avere perso tutto,

rischiato tutto, perché venisse risparmiata, preservata,

perpetuata la loro razzaccia degenerata…

E la Germania mi fa semplicemente orrore. La trovo provinciale, pesante, volgare…

Come scrittore sono un paradosso: muoio di sete vicino alla fontana! …

La divinità del mondo moderno è la “situaaaazione”…

Io sono l’ultimo coglione che ha perso la sua “situaaaazione”

per un piatto di lenticchie. Non me ne consolo né mi risollevo…

Ma poi, scusate, si è mai visto Calibano desiderare altro che la gogna

e ancora e sempre la gogna? Sul mio nome ripristinate il circo,

la pubblica tortura e avrete con voi l’intera Francia…

Ho visto, eccome se l’ho visto, l’assalto degli sciacalli,

il pasto delle bestie immonde. Quello che per la moltitudine sentimentale

è letteratura, cinema, per me è semplicemente la realtà

Mi sento come come S. Tommaso: voglio vedere

per credere all’abiezione degli uomini. E ho visto, perdio!  

Dunque, non avrò vissuto inutilmente…

Mi derubano, mi proscrivono, mi braccano, mi fustigano,

mi coprono di merda e sputi, mi vogliono alla forca…

Ah, che fastidio tutti questi scrittorelli… sono come le ragazze

che parlano sempre d’amore e non godono mai! E danno lezioni d’amore!

Sarà pure un tic, ma è la letteratura in generale che mi inorridisce…

Come gremita di femmine frigide che disquisiscono all’infinito di stupro.

Terribili! Feroci! … nessuno di questi balbuzienti è “dentro la cosa”.

Soltanto infinite seghe restandone fuori… 

Come mi reputo? Un gran benefattore e patriota!

O scrivo più trivialmente per non essere dimenticato!

Oppure: per rompere il cazzo alla gente! …

Louis-Ferdinand Céline

I miei testi sono ardui, pieni di insidie – non è roba

da merdosi correttori di bozze! … parliamoci chiaro – …

Con questi editori e redattori: sempre discrezione?

No, solo coglionaggine – Poltroneria – … il problema è che tengono famiglia…

Ne crepano tutti… Poi ci sono io che dico merda.

Ché ho troppo sofferto, soffro troppo di miseria e umiliazione

per cavillare, complottare, cianciare, arruffianare ecc. –

Datemi i soldi, e subito… perdio!

Istantaneista, ecco che cosa sono. La resa emotiva del Secondo, nient’altro.

Ed è già Passato. È il Tempo che vince… è il segreto dell’anima,

che canta… che sempre fila via… il movimento della nostra vita

a tempo di rigodon… Sul filo delle Parche…

Ed è questo, guardate, che fa girare le palle alla gente. Niente da dire.

Bello vero? Innegabile vero? E allora vai a cagare! È l’Eterna bellezza…

Ne so qualcosa, anzi molto di naufragi! Ci sguazzo!

Ma niente ottimismo – Odio quello che faccio, ma lo faccio perfettamente

Io sono: lavoro, discrezione, puntualità, risposte precise alle lettere,

alle scadenze, in poche parole sono un vero rompicoglioni, e creperò così…

Perché nel mondo, è cosa arci-nota, ci sono solo due tipi di persone,

le canaglie e gli imbecilli, e io non voglio appartenere né all’una né all’altra specie…

Alla mia età, a 57 anni, uno ha la sbronza cattiva anche se beve solo acqua! …

Ribadisco: franchezza, chiarezza, onestà… Il pagliaccio sono sempre io

fatalmente, lui, il padrone, non fa un cazzo e io produco…

Ma adesso abbiamo raggiunto il limite…

Statemi bene a sentire: non sono i tiranni a fare gli schiavi,

ma gli schiavi a fare i tiranni…

Ché i poveri non sono altro che scimmie frustrate,

feroci, schifose tanto quanto i ricchi… ce ne sono spiagge intere,

strade intere, cimiteri interi, pullulanti di vermi…

ma il povero non faccia incidenti! L’incidente è uno sport per ricchi…

il povero non ne ricava che gemiti, sofferenza, si sfinisce,

così perde alla fine il suo ruolo di pagliaccio…

Dunque, niente blabla, per favore!

La sola ombra di un blabla mi uccide! …

Vergogna… vergogna! Meglio piuttosto centomila puttanate!

Nel frattempo, mi copiano, mi plagiano a più non posso!

Scrivono prefazioni nel mio stile ignorandomi!

Ne ingoio di tutti i colori! Sarebbe simpatico fregarsene ad averne i mezzi!

Ma purtroppo non è così…

Ho frequentato a lungo, come medico, i Manicomi,

e c’è di che rimanere nauseati a vita, di tutte le scortesie…

Niente da fare per i tagli al mio libro! Mostruoso oltraggio!

Cesellante purista fedifrago! Capisco che il signor redattore  

sia estenuato da un anno senza vacanze,

io sono vent’anni che penso a ben altro! …

Tutta questa gente che se ne va in vacanza

la impiccherei per insegnargli il pudore! Tanto per cominciare! … 

Lei lo sa: mi sta facendo crepare di fame e di freddo.

E per ricompensa mi fa anche pagare le tasse!…

pagando le tasse sugli anticipi io pago un’imposta sul suo capitale.

È una bella trovata… Allora mi chiedo: a quale gang? A quale nucleo?

A quale Sinagoga? A quale pisciatoio? O partito? O loggia? Dovrei appartenere? 

Tra l’altro l’editor padrone è miliardario! Senza fare un cazzo! …

Ma non mi indigno mica… è che mi infastidiscono le sue manfrine!

So cosa vuole dire avere contro il mondo intero, e non per finta,

con le manette ai polsi… È sempre lui il coglionazzo in capo…

è inesauribile in astuziose scemenze,

da far venire il vomito! … la saluto bandito!

Il libro, il mio povero libro mi sembra messo proprio male,

abbandonato al tavolino di un bar,

finirà in mano a froci, plagiatori e camerieri!

O crudeltà delle Decadenze! Telefoni, Silenzi, Assenze! …

Racconti: “Capriole al novilunio” di Santina Liturri

di Anna Santoliquido    

Presentare un libro è un’assunzione di responsabilità; significa avallarne la scrittura, rassicurando il lettore della qualità del testo. Per me è pure un motivo di gioia, poiché si liberano delle energie positive che arricchiscono il territorio. Occuparmi della produzione femminile mi rallegra, pensando all’impegno che, sin dagli anni Settanta del secolo scorso, ho profuso per incoraggiare le autrici del Sud – principalmente di Puglia e Lucania – a proporre le loro opere e a svolgere un ruolo che spetta loro di diritto. Ed è così che, nei primi anni Ottanta, ideai “Donne e Poesia”, sodalizio aperto anche agli uomini disposti a riconoscere le competenze dell’altra metà del cielo. Tra le pugliesi che mi hanno subito affiancata, meritano una citazione speciale la narratrice Maria Marcone, la poeta Biagia Marniti, che iniziò il suo percorso con una raccolta di versi prefazionata da Ungaretti, e la scrittrice e critica letteraria Silvana Folliero.

Santina Liturri esordisce nel mondo della narrativa con il volume di racconti Capriole al novilunio, edito a febbraio 2021, in elegante veste grafica, dalla Progedit di Bari, con un prezioso corredo fotografico di Luigi Grande. Già il titolo preannuncia una ritrovata energia e una passione per il cosmo, insieme alle tante reminiscenze letterarie e scientifiche disseminate nelle pagine. L’analisi del periodo pandemico è effettuata con rigore e sapienti tocchi ironici, per attutirne la drammaticità, a cominciare dalla narrazione dei comportamenti giovanili fino ad arrivare all’Io profondo e alla scoperta della scrittura creativa che, nel suo caso, somiglia alla fotografia.

L’Autrice, nativa di Noicattaro, in provincia di Bari, risiede tra il capoluogo pugliese e Polignano, la città che diede i natali al grande cantautore Domenico Modugno. Ricercatrice Miur e consulente Formez, ha pubblicato progetti di innovazione scolastica su “Annali dell’Istruzione” e riviste specializzate. Già dirigente nei tre ordini di scuola, ha scritto libri di carattere pedagogico, tra cui Laboratori e pensiero scientifico (Bari 2003), Orientare educando (Bari 2003), Il Portfolio delle competenze (Lecce 2004).

L’opera Capriole al novilunio, divisa in due parti, oscilla tra l’introspezione, la ricerca d’identità e il richiamo delle radici, con un forte senso del sociale e del pedagogico. Santina, da educatrice, unisce all’estro creativo l’etica della parola. Si pensi ai brani sull’ecologia, alla denuncia dei mali sociali, alla speranza della rinascita che sa infondere nei lettori.

I sette racconti che compongono il libro presentano ondate vere e metaforiche, che sottolineano la sfida per affrontare la realtà e il futuro incerto. Fotografare il costume dei giovani e dei “non più giovani” è una delle prerogative della Liturri che non rinuncia a esprimere un’opinione.

Il racconto “Io, Caterina e lo scirocco” immerge il fruitore nell’atmosfera degli anni Sessanta, quando le famiglie pugliesi – allora più numerose – sfidavano il destino per assicurare l’avvenire ai figli. L’amore per Noicattaro, il trasporto per il mare, il sentimento dell’amicizia per Caterina, la compagna di scuola, l’innocenza delle ragazze e l’intraprendenza nell’affrontare il pericolo delineano una società fondata sui valori e disposta a emigrare pur di migliorare lo status sociale. Sono pagine gustose, che non celano un velo di malinconia, e che ritraggono la società del tempo, assumendo il valore della testimonianza storica e antropologica.

La prosa consegnata nei vari racconti scandisce le tappe della vita della scrittrice ed è lo specchio del tempo in continua trasformazione. Il lettore assiste ai cambiamenti del singolo e della collettività, rapportandoli a sé e al suo modo di pensare, traendo fiducia dall’ottimismo della Liturri che invoca l’Allegria di naufragi di Ungaretti.

Nel racconto “Storie di mare, anzi d’oceano” esplode l’innamoramento della scrittrice per le distese azzurre. Si coglie lo stupore per un isolotto dell’Oceano Indiano, dove ha trascorso una vacanza e ha esplorato le meraviglie della “laguna corallina”. Le istruzioni di Ahmid, il «Tarzan degli Oceani», le immersioni subacquee, la descrizione della fauna della laguna, la «quiete surreale» della spiaggia e persino la paura di diventare pasto di un mostro marino sono comunicati con linguaggio suadente. Il bisogno di appagare l’interiorità e di scoprire il mistero si combinano con i messaggi ecologici veicolati. Alle soglie del 2000 quelle isole furono sommerse, pertanto l’Autrice annota che non è più «il caso di approfittare della pazienza cosmica».

Sorprende la cultura musicale evidenziata dalla Liturri nel racconto “Con anima… da Rossini”. Da attenta e devota ascoltatrice del geniale compositore (1792-1868), vorrebbe «entrare dentro l’anima profonda della musica». Riemerge l’affondo nella famiglia di origine, attraverso il riferimento al fratello compositore. Curiosa e creativa cerca dimensioni metafisiche e «armonie rarefatte». La leggerezza acquisita con l’ascolto della musica la predispone ad accogliere la spiritualità che è propria delle ‘anime lievi’ (si legga il cenno alla chiesa di Sant’Antonio a Bari).

Nel libro Santina utilizza l’umorismo per esorcizzare la paura del «bastardo virus», come si evince anche dal racconto “Il fenomeno del web che non c’era prima”.

Il volume affronta una varietà di argomenti legati tra loro dal rispetto della diversità, dal dialogo tra le culture e dal bisogno di relazioni autentiche. “Diversamente europei” è un racconto esemplare, per la visione di una «società aperta», l’abbattimento degli stereotipi, l’opportunità del plurilinguismo, il gusto dei dialetti e delle tradizioni. Serena e Vincent si incontrano a Strasburgo per l’Erasmus. Il loro sogno d’amore mette a confronto il Sud e il Nord dell’Europa, Bari e Amsterdam.

Un racconto dal sapore deciso è “Il cuore infranto della città. E poi lei, Rossarosa”. Polignano, definita dalla Liturri «la città più bella del mondo» è al centro della narrazione che mette a confronto il capoluogo pugliese con la piccola città, ormai con pochi residenti e troppi turisti. Libertà e solitudine, amore e inganno si intrecciano fino a sconfinare nel dolore e nella perdita. Rossarosa, colto e avvenente medico, amante del mare, sceglie di vivere a Polignano, dove cerca l’autenticità delle relazioni umane. A causa del contrabbando delle sigarette viene risucchiata in un vortice di sofferenza che la spinge alla scelta più amara, quella di scomparire nelle acque dell’Adriatico.

Oltre alla denuncia degli atti criminali dei contrabbandieri, che incidono pesantemente sulla qualità dell’esistenza, Santina attira l’attenzione del lettore su un aspetto importante della vita comunitaria. Difatti scrive: «una città si può reggere, può vivere, e può salvarsi, solo sui legami che tengono unite le persone». Legami che si sono sfilacciati anche in tante città del Sud. Un’azione di relief è svolta dalle citazioni di celebri versi di Neruda, Gibran, Baudelaire, che evidenziano la sensibilità poetica dell’Autrice nojana.

L’ultimo racconto, “Il borgo dei faggi rinati”,ci trasporta tra i monti della Daunia, a Faeto, paese nel quale, dopo otto secoli, ancora resiste la lingua francoprovenzale. L’integrazione dei giovani ecoturisti con gli abitanti del borgo, l’inclinazione per la ricerca, per capire perché un idioma tanto antico si parli in quel luogo, il viaggio nel bosco per scoprire la propria anima ed «entrare nel cuore delle cose», le ascendenze celtiche, i riti e gli incendi che devastano il bosco sono narrati con mano leggera e incisiva. Le ferite degli alberi sembrano essere le ferite dei lettori che soffrono per la natura oltraggiata. Daniel, una specie di «Prospero shakespeariano», un giullare che declama versi, appare come un dio della foresta che insegna agli uomini a servirsi del “terzo occhio” e a mettere in campo le forze interiori.

I due faggi abbattuti, per costruire i banchi della chiesa locale, e che successivamente rinascono, grazie alla cura dei faetani, sono una fonte di speranza per l’universo arboreo e il genere umano. In questa, e in altre storie, si apprezza l’abilità della Liturri nel tratteggiare i luoghi e i personaggi, incentivando il fruitore a valorizzare l’interiorità e ad assumere comportamenti corretti nei confronti della natura e dei suoi simili.

Santina Liturri

In conclusione, dal volume emerge la spinta ecologica e democratica, per salvare il salvabile e godere delle bellezze del Creato. L’essere è chiamato a porgere il proprio contributo per la sua e l’altrui sicurezza. La prosa è espressa con linguaggio comunicativo, denso di preziosità lessicali, aneddoti e rimandi colti.

Santina ci invita all’azione e al sogno, nella certezza che tutto quanto immagineremo «al novilunio si realizzerà».

Teatro: “Tutto brucia” dei Motus

di Marco Palladini

Per gli stagionati suiveurs del teatro di ricerca (quorum ego) Le Troiane di Euripide non può non rimandare alla incancellabile memoria del bellissimo spettacolo di Thierry Salmon, inscenato nel 1988 presso i Ruderi (post-terremoto) di Gibellina Vecchia. Allestimento straordinario fondato su una trama corale di recitar-cantando in greco antico che il regista belga aveva elaborato col fondamentale contributo musicale di Giovanna Marini. Una partitura eseguita da una ventina di attrici provenienti da tutta Europa che trasmetteva un senso di resilienza, di orgogliosa vitalità post-tragedia che aveva il suo momento apicale quando le interpreti disseppellivano gli abiti dei mariti morti combattendo per la difesa di Troia e li indossavano, a voler significare una autoinvestitura di valori e di identità familiare e comunitaria di oltrevita, ossia affermando che dopo la distruzione della patria c’era comunque una ‘vita oltre’ affidata alla resistenza delle donne troiane, scarmigliate e fiere come amazzoni sconfitte, ma non piegate.

Ecco, in Tutto brucia che il gruppo romagnolo Motus ha presentato in prima nazionale al Teatro India di Roma, non c’è nulla di tutto ciò. Lo spettacolo è una libera riscrittura della tragedia euripidea, in cui si mescolano frammenti testuali da Jean-Paul Sartre, Ernesto De Martino, Donna Haraway, Judith Butler etc., ma è soprattutto un lavoro di scrittura scenica immerso dall’inizio alla fine in una oscurità funerea, miasmatica, asfissiante, priva di bagliori, di veri slanci di reazione. La post-tragedia è assai peggio della tragedia medesima. Il filo rosso del lavoro mi sono sembrati gli arpeggi alla chitarra elettrica della giovane cantautrice R.Y.F. (Francesca Morello) che canta dal vivo in inglese con voce potente, ora più veemente, ora accorata, tra momenti di ‘ballad’ alla Radiohead e brani più rockeggianti. R.Y.F. ha palesemente il ruolo di una sorta di cantore-sciamano che mette in connessione le troiane sopravvissute con i morti.

La scena è pressoché vuota, ricoperta di sabbia, sulla sinistra c’è un involto, forse il simulacro di un cadavere, sul fondale vi è un telone marezzato da cui strisciano fuori come residuali, umani vermi le due protagoniste, barre di neon versicolori illuminano fiocamente lo spazio, ora disposte al proscenio, ora messe a delimitare delle piste disegnate spostando la sabbia, ora riunite come a designare un minimo, celibe focolare, ora brandite come ali luminose da una delle performer (Stefania Tansini) che gira vorticosamente su se stessa quasi volendo ricercare un impossibile volo.

A parte brevi inserti recitati di taglio descrittivo o didascalico, lo spettacolo vive soprattutto attraverso brevi movenze di teatrodanza delle due interpreti che ora rotolano còlte da spasmi simil-epilettici, ora hanno gestualità e maschere animalesche, ora si esibiscono in balzi scimmieschi. Il tutto nel ribobolare di un’atmosfera di insensatezza, di sospensione, di vuotitudine e di dolore, prodromo del futuro di esilio e schiavitù al seguito delle navi dei greci vincitori.

Si evocano Polissena, figlia di re Priamo, sgozzata sulla tomba di Achille; e poi Cassandra i cui vaticini vengono qualificati e respinti come un delirio; un sacco arancione cade dall’alto richiamando Astianatte, il piccino di Ettore e Andromaca, precipitato giù dalle mura di Ilio; e quindi la regina Ecuba, la cui uscita di scena, tra incendi, rovine fumanti, sciabolate di catastrofico e reboante suono elettronico, segna il terminale destino di Troia rasa al suolo. Il tutto proponendo un elenco di nomi di uomini, donne e bambini che vogliono assimilare le vittime della guerra combattuta trentatre secoli fa nell’Asia Minore alle vittime dei devastanti conflitti contemporanei nel Medio Oriente, dalla Siria all’Iraq, all’Afghanistan.

Tutto brucia, va detto, non ha molte idee. È un lavoro giocato su una unica corda luttuosa, dolente, disperata, venata da un nichilismo assoluto, dove non si scorgono possibili luci in fondo al tunnel della post-tragedia. Come a dire, siamo nel cuore di tenebra e vi rimarremo.

“Tutto brucia” (ph. Vladimir Bertozzi)

Lo spettacolo mi sembra così significativo soprattutto pensando alla storia dei Motus, il gruppo creato giusto 30 anni fa dai due registi Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande. Nella prima parte del loro percorso i Motus si erano principalmente connotati per un teatro sperimentale, anche multimediale, prillante, effusivo, assai dinamico dentro una simulacrale macchinazione iper-postmoderna lontanissima dal teatro che propongono oggi. Una intera epoca storica sembra passata: dopo la effervescente quadrilogia X(ics) Racconti crudeli della giovinezza (2007-2008) i Motus hanno conosciuto una progressiva e sempre più netta svolta estetica di politicizzazione e di impegno mitopoietico nella esplorazione della ‘terra bruciata’ della modernità. Oramai più che maturi cinquantenni, i due registi Nicolò e Casagrande, hanno appunto maturato una visione diversa del fare teatro che non gioca più con la tecnologia, il neobarocco, l’ingordigia merceologica in salsa pop, ma con una esigenza di dare una coscienza di profondità ai loro spettacoli. E qui hanno incontrato il corpo androgino e spesso nudo dell’attrice-performer Silvia Calderoni, che è diventata la bionda, insostituibile icona di riferimento del loro teatro. Animale di scena ipersensibile e scattante, ripiegato ed esplosivo che, pure in questo allestimento meta-euripideo, conferisce accenti di verità al campo di sangue e di morte delle Troiane. Un campo senza scampo, dove immaginare un domani appare un’ardua impresa, al confine, mi sembra, col più cupo vaneggiamento.               

Eraldo Affinati: la parabola della fraternità ferita

di Plinio Perilli

“Il Vangelo degli Angeli”

Per E. Affinati,

che si è figurato

– o meglio ci ha forse perfettamente

rivelato, svelato –

“Dobbiamo far brillare la luce negli occhi di chi ci viene

incontro, soltanto così potremo trovare la fede. C’è

uno splendido e lungo lavoro umano da svolgere.”

Come accade quasi ad ogni suo nuovo libro, Eraldo Affinati ci sorprende e ci conforta, ci intriga e ci rasserena, verso e dentro l’impegno vero dell’autocoscienza, di una doverosa e mai rinviabile crescita interiore: plurime Odissee dentro il flusso tormentoso e tormentato dei nostri tempi, che sono sempre e comunque – leopardianamente – anche Storia di un’Anima – prioritario romanzo del Cuore. Un cuore arricchito e per così dire investito dal compito, dal messaggio, dall’impegno inesausto e caparbio dell’attenzione sensibile, della responsabilità etica e della solidarietà umana, individuale nel sociale. Un umanesimo integrale che ovviamente richiama l’apostolato e i dettami di Teilhard de Chardin (cui Eraldo dedicò nel 2008 La Città dei Ragazzi), ma che soprattutto si rafforza e si indirizza a un forte e libero spirito educativo, laico fervore educativo, pedagogico.

“ Gesù insegnava, portando esempi offerti dalla tradizione, il rapporto indissolubile fra il pensiero e l’azione. Era in questa prospettiva un uomo integrale: rifuggiva dalla semplice dimensione intellettuale, come pure dall’automatismo degli istinti. (…) Le parole devono scaturire dalla vita, esserne quasi un’emulsione: sono come lampade capaci di illuminare ciò che è celato, noi dobbiamo accenderle, non tenerle nascoste nel segreto illudendoci di conservarle per il tempo a venire. ”

Ora la sorpresa ci è forse ancora più cara, lieta, anzi necessaria. Di veri scrittori dedicatisi – a proprio estro – a ripercorrere, suffragare (o perfino smentire, criticare) i testi sacri, il sacro o laico ipse dixit che filosofeggia d’anima denudando finalmente l’anima con parabole amiche solo della verità, una verità nuda e cruda che il buio lo traghetti, lo vinca sempre nella luce – di questi scrittori, ammettiamolo, la migliore letteratura ha sempre registrato, elogiato la presenza: e proprio perché quei testi sacri non restassero tabulae sacramentate, dogmi o vulgatae intoccabili, indiscutibili come una legge, e per di più di Dio.

Ciascuno con le sue predilezioni, chi non s’è immerso – fuori dai consueti modi e riti devozionali, casualmente o per fiera, coltivata intenzione – in testi “assolutamente moderni” come Il Quinto Evangelio di Mario Pomilio (1975), La Gloria di Giuseppe Berto (1978), perfino il perfido e severo atto d’accusa di José Saramago, come suo solito, alla Chiesa ufficiale, istituzionale, orchestrato in testi vividi e polemici? Il grande scrittore portoghese verbalizzò in effetti un cadenzato, affilato nuovo Vangelo secondo Gesù (1991), che fu molto discusso…

Eppure manca, mancava – è sempre mancato un testo semplice, umile, non scritto con la testa del romanziere a ogni costo, secondo i dettami narratologici che infestano le scuole di scrittura, a partire da quelle americane. Mancava un testo semplice (non facile!) come punto d’arrivo, confluenza risolta d’ogni dubbio in progress, o domanda contemporanea: e manca da tanto tempo, dopo un secolo – l’abbiamo accennato – dedicato a rintracciare questa fausta sorgente, questo indicibile dono di carità e fervore…

“ Aprendo le grandi ali della sorte, del perdono e della misericordia, quei giovani ardenti, audaci eroi delle flottiglie celesti, girarono in tondo nella voliera allo scopo di favorire la discesa degli Angeli Custodi, i quali erano già pronti in miliardi di schiere: frotte di agenti segreti educati nei secoli al trapasso vertiginoso da una vita che va a quella che viene, pronti all’azione di guardia e sorveglianza, formati al divino insegnamento come inconfondibili rappresentanti dei nuclei territoriali diffusi ovunque sulla Terra.”    

Del resto, non ce l’aveva fatta neppure il modernismo cattolico… Non ce la fece Fogazzaro, teso nei suoi romanzi più infebbrati, anche provocatorii e oltranzisti di fede (Il Santo era del 1905), e sùbito messi all’Indice.

Non ce la fece nemmeno il barricadero e ancor prima mangiapreti Papini, che dopo la memorabile, strepitante conversione del 1921, s’inchinò estatico, quasi penitente, con la sua fideistica Storia di Cristo:

“… Ma il più grande Rovesciatore è Gesù. Il supremo Paradossista, il Capovolgitore radicale e senza paura. La sua grandezza sta qui. La sua eterna Novità e Gioventù. Il segreto del gravitare d’ogni gran cuore, presto o tardi, verso il suo Evangelo”…

Non ce la fece la dolcezza umile e morigerata di tanti scrittori cattolici toscani, da Tozzi a Giuliotti, da Betocchi a Nicola Lisi (chi legge più alcuni fertili doni narrativi di quest’ultimo, come Paese dell’anima o L’arca dei semplici, schietti e nudi frutti degli anni ’30?).

Forse non ce la fece neppure – ed era già il dopoguerra, tempo ondeggiante, inquieto e salvato d’esistenzialismo – il teatro moderno ma spiritualista di Diego Fabbri, il cui “Processo a Gesù” (1955), che fu davvero un grande successo, anche esportato all’estero, segnò davvero un’epoca (“… una rappresentazione metateatrale” – annota Simona Foà – “in cui i personaggi attori – un gruppo di ebrei scampati allo sterminio – che rivivono l’episodio evangelico, sono indotti dai personaggi spettatori, dopo un intenso confronto, a rimettere in discussione la sentenza.”):

SACERDOTE  Noi, vuoi dire?  

ELIA  Ecco: tutti loro. Perché finora non siete riusciti a cambiare il mondo? Scusi, sa, capisco che è una domanda molto delicata… e potrebbe anche non rispondermi.

SACERDOTE  No, no, non si preoccupi della delicatezza… (rimane un po’ pensoso) Io posso risponderle.

ELIA  L’ascoltiamo tutti. (Si fa assoluto silenzio)

SACERDOTE (agitandosi un po’, come pentendosi)  Risponderle… del tutto personalmente, s’intende. Noi, noi preti, abbiamo tradito Cristo. Siamo i più vicini a Giuda, parenti stretti talvolta. Lo so, e chiedo perdono. Perdonateci perché nel nostro caso… non si tratta né di dimenticanza, né di vergogna… Noi non abbiamo imitato Cristo, non ci comportiamo nella realtà, nella pratica di tutti i giorni, non ci comportiamo come si sarebbe comportato Cristo. Ho parlato di tradimento. E non intendo cercare scuse.

E prima ancora, ne avevamo avute di altre prove nobili di avvincenti e ispirate riscritture evangeliche… C’era già stato il cristianesimo “libero” di Charles Péguy (morto in guerra nel 1914, prima della battaglia della Marna), cioè fuori dalla chiesa ufficiale, il cui Getsemani fu un testo rilevante e discusso. Il macerato successo della Vita di Gesù (1936) di François Mauriac, cattolico fervente, sensibile alla problematica giansenista. Per non parlare dell’impegno sociale e pastorale di Don Primo Mazzolari, che precisamente nel 1946 pubblicherà Il compagno Cristo

Eppure…

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Quando Pier Paolo Pasolini si provò a dialogare, a rinverginare Il Vangelo secondo Matteo (1964), le cose erano insomma fin troppo chiare, valutando, elogiando quel testo sacro (scritto da Matteo, “il più mondano di tutti gli evangelisti”) come “il più rivoluzionario”, e “il più vicino ai problemi reali di un’epoca storica”… Pier Paolo lo confessò a chiare lettere in molti articoli e interviste – e in pressoché tutte le sue opere:

“… Non mi interessava ricostruire con esattezza l’intera situazione. È la sensazione suscitata dal Vangelo alla prima lettura che è rivoluzionaria. Cristo che si aggira per la Palestina è veramente un turbine rivoluzionario: uno che si avvicina a un paio di persone e dice «Gettate le vostre reti, seguitemi e vi farò pescatori di uomini» è assolutamente un rivoluzionario.”…

Pasolini (e in fondo, anche la Alda Merini de La Terra Santa, opera, offertorio laido e dolente, fulgido e psicotico, del 1984) furono davvero gli ultimi, veri Usignoli della Chiesa Cattolica, in un mondo anche intellettuale che scivolava verso la stanchezza e nuovi, infausti luoghi comuni. Cui Pasolini, da poeta, aveva in qualche modo reagito.

Prima coi versi… Che belle, le sue prime liriche friulane in dialetto, poi raccolte nel ’54 in La meglio gioventù:

   Cui sàia il colòur dai vuj di un Anzul?  

   Cui plànzia il colòur da la maja di un famèj?

      Hèila, bocia!

   Chi sa il colore degli occhi di un Angelo?

   Chi piange il colore della maglia di un garzone?

      Ehi, ragazzo!

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   Aleluja aleluja aleluja!

   Cui sìntia la vòus dai Anzuj?

   Cui sàia la passion di un puòr?

   Cui sìntia il ciant dai Anzuj?

   Aleluja Aleluja aleluja!

   Chi sente la voce degli Angeli?

   E chi sa il tormento di un povero?

   Chi sente il canto degli Angeli?

Poi, magari, con le splendide inquadrature d’un capolavoro come “La ricotta”; e insieme con le sue ultime riflessioni antropologico-culturali, insomma il suo appassionato raziocinio saggistico e interpretativo…

Ancora una nuda e caparbia precisazione sul suo amato o criticato, polemico e polemizzato, ma presto celebre Vangelo secondo Matteo (1964):

“… Solo esteriormente il film presenta i caratteri tipici dell’opera cattolica. Ma dal punto di vista interiore, non credo di aver mai fatto una cosa più mia, più tagliata addosso a me del Vangelo, per le ragioni che le dicevo prima:” – si trattava di una lunga conversazione con Jon Halliday, risalente al 1968-1971 – “la mia tendenza a vedere sempre e in ogni cosa, anche negli oggetti e negli eventi più banali, ripetitivi, semplici, qualcosa di sacrale, mitico, epico. In questo senso Il Vangelo era la cosa più adatta a me, anche se non credo alla divinità del Cristo, perché la mia visione del mondo è religiosa, improntata a una religione mutila perché non ha nessuna delle caratteristiche esteriori della religione, ma è tuttavia una visione religiosa del mondo, e perciò per me fare Il Vangelo è stato il culmine del mitico e dell’epico.”…   

E inoltre, a ruota, una tirata di feroci, in verità sacrosanti distinguo estetico-filologici, etici ma anche esegetici, riguardo a quella che potremmo chiamare la scrittura della fede (o, annessa e connessa, la letteratura religiosa, forse addirittura la poesia di Dio):

“… Il linguaggio religioso è da secoli insopportabile, almeno in Italia. La Controriforma ha fissato fino ai giorni nostri tale insopportabilità. Fra l’altro si è aggiunto l’odioso sentimentalismo della sottocultura tradizionalistica ottocentesca e anche novecentesca. La lingua italiana liturgica parlata oggi in Chiesa è quasi ripugnante.”…     

Pasolini citava poi, viceversa, come provvida controprova, Don Milani (che reputa, al di là di qualche stilettata un po’ malevola, “un personaggio  fraterno del nostro universo: una figura disperata e consolatrice”) – o soprattutto l’esempio adirato, rivoltoso ma in nome del Bene di un Dom Franzoni (abate “ribelle”, poi spretato, di S. Paolo fuori le mura)…

“… Non c’è predica di Dom Franzoni, che, prendendo convenzionalmente il pretesto o dal Vangelo o dalle Lettere di Paolo, non arrivi, implacabilmente, ad attaccare il potere nel suo ultimo immancabile delitto: in tutte le parti del mondo (è la prima volta che, così, la Chiesa si presenta in concreto come universale). Non c’è predica in cui Dom Franzoni non assuma un problema attuale, non per elevarlo o prenderlo ad esempio: ma per risolverlo, o almeno porsi il problema della sua soluzione.”…   

Ma gli anni – i decenni sono passati vorticosi e nefasti, tra terrorismo, sopraffazioni, consumismi e poi globalizzazioni… Senza che nulla mai riazzerasse tutto per ricominciare, senza altro all’attivo che qualche poesia per sensibilizzare, catechizzare un mondo che stava comunque cambiando, anche troppo in fretta, ma non faceva in tempo a chiedere alla tecnologia, o soprattutto all’informatica oramai straripante, i nudi precetti dell’Etica…

E torniamo alla folleggiante, sconnessa, ma pur sempre beata, credente provocazione lirica della Alda Merini, col suo memorabile manicomio di Àffori (periferia nord di Milano), trasfigurato in una visionaria, purgatoriale Terra Santa:

   Ho conosciuto Gerico,

                         ho avuto anch’io la mia Palestina,

   le mura del manicomio

                          erano le mura di Gerico

                e una pozza di acqua infettata

                ci ha battezzati tutti.

                Lì dentro eravamo ebrei

                e i Farisei erano in alto

                e c’era anche il Messia

                           confuso dentro la folla:

                un pazzo che urlava al Cielo

                           tutto il suo Amore in Dio.

                Noi tutti, branco di asceti

                eravamo come gli uccelli

                            e ogni tanto una rete

                oscura ci imprigionava

                ma andavamo verso le messe,

                le messe di nostro Signore

                e Cristo il Salvatore.

Manca e mancava, insomma, un vangelo pressoché pedagogico (l’aggettivazione, non gli fa mai giustizia), ma mai più didattico nell’accezione più vièta, o peggio ancora catechistico. Con quest’ansia ma anche con questo fervore, ho quindi aperto l’agile tomo, il lungo ispirato messaggio, tutto brossurato in blu – col bel visetto quasi cinematografico d’un bimbo/angelo intenso a guardarci, catechizzarci – che Eraldo Affinati dà oggi alle stampe per i tipi di HarperCollins Italia (Milano, 2021, pp. 505, € 19,50).

“… Cos’è la fede, se non il frutto di una volontà che liberamente prende posizione? Ecco il varco che ci consente di uscire dall’oscurità e trovare la luce: e se poi questa risultasse inventata? Se fosse un semplice gioco di polso? Gli apostoli non erano stupidi. Anche se la fede risultasse un sotterfugio, ammettiamolo, sarebbe ugualmente preziosa, se non altro perché ci insegnerebbe a cogliere fiori che non avremmo visto, nascosti sotto la roccia o camuffati. Chi siamo noi per comprendere appieno la vera differenza tra finzione e realtà?”…

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Ecco dunque, con Eraldo Affinati, un Vangelo, alleluja, come scritto da un angelo, per gli angeli – custodi e inopinabili bambini anch’essi, forse eterni adolescenti, a noi vicini, custodi, quasi complici (e mai tremendi, come pur giunse a definirli il Rilke delle sovrumane e insieme umanate Elegie di Duino); un Rilke che, assai più giovane, nei lucenti quadretti gnostici e chagalliani delle Nuove Poesie, era giunto invece a immaginarselo, questo “Angelo”, come incorrotto ai gesti, ai gridi, perfino ai silenzi, numinosamente dolce al massimo grado:

   Con un cenno della fronte respinge

   lungi da sé ogni vincolo, ogni limite

   perché per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo

   degli eventi che ricorrono eterni.

   Nei fondi cieli scorge una folla di figure

   che lo chiamano: riconosci, vieni –.

   Ciò che ti pesa, perché lo sostengano,

   non affidarlo alle sue mani lievi.

Ora Affinati fa un passo decisivo, perché infinitamente umile, semplice, ripetiamo, creaturale – e insieme strenuamente progressista, come sempre fa ed è chi torna, creatura, ai primi, ai semplici, ai migliori, agli angeli premiati da Dio (come in fondo ai bambini, i prediletti di Gesù –: “Lasciate che i bimbi giungano a me”) – o ai puri di cuore, agli incorrotti di sempre, i fragili e gli umili che però valgono, combattono perché tenacemente e teneramente vinca sempre la verità dei cuori.

“… Poi usciva a prendere un po’ d’aria e se ne stava seduto per lunghe ore sul muricciolo a parlare coi bambini. A uno di loro piaceva dargli i pizzichi sulle guance, era molto vivace e sempre scherzoso, tanto che gli amichetti se lo portavano dietro sicuri che lui li avrebbe fatti divertire. Il rabbi ci giocava volentieri. Quando lo teneva in braccio, si lasciava perlustrare la barba dai ditini del piccolo, che rideva di gusto. Non aveva figli e ne avrebbe voluti. Gli sarebbe piaciuto possedere una famiglia a cui dedicarsi perché amava la vita.”…

Eraldo immagina, rivive, parcellizza e ci spiega, da eterno ardente pedagogo, mèntore anche e soprattutto dei grandi, Il Vangelo degli Angeli: e cerca, vivaddio trova nuovamente un grande romanzo costruito con le vicissitudini ripercorse, vorrei dire camminate, peregrinate: come fu di certo con i suoi altri ineludibili, commendevoli capolavori storico/narrativi, raccontati vademecum, breviari etici: Campo del Sangue (1996), un laico pellegrinaggio ad Auschwitz come memoria e buco nero del ’900; l’assolata e dolente testimonianza operativa, cognitiva, educativa, de La Città dei Ragazzi (2008).  

Il viatico quasi ancestrale d’un itinerario che è dentro e fuori di noi, ci appartiene e prelude, pertiene e interroga, annette e conclude la Storia, tutte le storie che qui la infibrano, ne infiorano il disegno e l’ordito, forse anche l’inconscio – remoto com’è remota la nascita (l’invenzione?) degli Angeli.

“ Il reggimento angelico abitava nella fortezza di là dal cielo, oltre i mari, i monti, le città e i deserti, il sole e le stelle. I monaci alati che ne facevano parte, scelti nel novero dei più intraprendenti e volitivi, vivevano solerti e composti, guerrieri o spirito, soldati azzurri con giubbe e calzarinatici delle missioni esclusive, pronti a tutto pur di eseguirle.”…

Angeli, per fortuna qui riconquistati nuovi e cari amici sul campo, non stramazzati o trasvolati via, esausti, dai polverosi testi o libroni teologici…

La scienza e conoscenza degli angeli, non ci è infatti del tutto nuova… Sappiamo, più o meno – ed è ricco materiale per ogni repertorio o centone di simbologia – come essi siano un simbolo, delle entità, presenti diremmo da sempre in tutte o quasi le religioni maggiori. Ma nell’evocazione e significazione di Eraldo Affinati, il simbolo è per così dire sovrastato, quasi inficiato dalla Realtà, che detto simbolo dunque si annette, e poi prodigiosamente libera, sublima:

“… Il destino aveva giocato sporco con questi ragazzi e ragazze quasi troppo belli per essere veri, prima illudendoli nella possibilità di avanzare rispetto alle condizioni di partenza, poi recidendo senza pietà le loro passioni distintive. Erano stati artigiani e lavoratori, artisti e poeti, donzelle e musiciste, sognatori e giocolieri, in poco tempo bruciati nel commercio amaro coi patti sociali, traditi e traditori, segnati dall’infedeltà e dal rimorso, schiacciati sotto il peso della colpa e dell’inerzia. Eppure, giunti al fondo della disperazione, dopo aver guardato in faccia i draghi dell’individualismo, con il corpo piagato e le mani poggiate alle pareti dei muri ciechi oltre i quali non potevano fuggire, erano riusciti a trovare la forza per contrapporsi innanzitutto a se stessi”…

Riepiloghiamo: chi sono, gli angeli? La parola “angelo” ci viene dal greco e significa “messaggero”. I maleachim menzionati nell’Antico Testamento, sono diventati ambasciatori di Dio e del Cielo, messaggeri di Luce e del Celeste. Gli angeli quindi sono degli intermediari tra Dio e gli uomini, portano agli uomini la sua parola. Si parla anche però di angeli custodi, impariamo fin da piccoli la preghiera per il nostro angelo custode, quello che ci affianca nel corso della vita e custodisce la nostra anima, intercedendo con la preghiera. Sempre nella Scrittura si parla poi di “categorie angeliche”, cioè di vari tipi di angeli che portano nomi diversi. Stanno davanti a Dio per pregarlo e lodarlo. Anche nel Vangelo incontriamo tante volte gli angeli, che accompagnano la vita di Gesù. Altre volte è Gesù che parla di loro.

L’Angelo – precisa Don Marcello Stanzione, fra i massimi “esperti” in materia – è per eccellenza colui che può presentare a Dio le preghiere dei giusti arricchendole con la sua propria santità… «Clemente di Alessandria ne conclude che l’uomo, anche se prega da solo, è mescolato alla preghiera dei Cori angelici, ed Origene mostra gli Angeli che si riuniscono intorno a quelli che pregano al fine di unire le loro preghiere alla sua. “Perché, se salgono al Cielo, è per portarvi le nostre preghiere; se ne discendono, è per riportarci i doni di Dio” (Origene, Contra Celsius). Facendo questo, essi compiono un’opera sacerdotale, giustificando la tradizione iconografica che li riveste degli ornamenti sacri. Ma la preghiera degli Angeli,» ribadisce don Stanzione, «è dapprima un canto di lode perpetuo. Quando i bambini diventano adulti troppo spesso purtroppo dimenticano questa loro celeste compagnia, occupati come sono a pensare unicamente ad una loro, spesso illusoria, realizzazione terrena, la Chiesa però ci ricorda chiaramente che tutti gli uomini, anche coloro che purtroppo non si salveranno perché hanno deciso con il loro comportamento di andare all’Inferno, hanno sempre vicino l’angelo custode, perché tutti gli esseri umani fino all’ultimo loro respiro sulla terra sono chiamati a salvarsi l’anima.»

Origene, Clemente di Alessandria, Dionigi l’Aeropagita (col suo Trattato sulle gerarchie celesti), San Bernardo di Chiaravalle… O la tradizione islamica dei malaika (dalla radice semitica ml’k)… I loro rapporti stretti con la magia – di cui parla anche il Corano… Poi il parallelismo fra gli ordini angelici e i mondi astrali, spiegato da Rudolf Steiner in Les Hièrarchies spirituelles 

No. Eraldo Affinati ricomincia da capo, ostinatamente, cocciutamente creaturale. Nessun altro aggettivo gli si attaglia meglio. Non c’è più spazio per intellettualismi di maniera, neanche per severe e dolenti discettazioni da Minima moralia (1951 –: il sottotitolo esatto del testo di Adorno era “Meditazioni della vita offesa”, e fu scritto dal grande filosofo tedesco dal 1944 al 1949, mentre si trovava in esilio negli Stati Uniti)… Del resto, non si è sempre, Eraldo, dedicato a figure esemplari, commosse e commoventi, per fervore e semplicità insieme? Don Lorenzo Milani, cui ha di recente dedicato un libro memorabile, sorgivo e documentato, laico e rapinoso, estatico di verità,  ribattezzandolo e reputandolo vero uomo nuovo, anzi L’uomo del futuro  (Mondadori, Milano, 2016):

“… Don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma un’energia allo stato puro. Una tensione che stenta a sciogliersi. L’inquietudine che c’è prima dell’azione.”…

O perfino un teologo egualmente scomodo come Dietrich Bonhoeffer (Un teologo contro Hitler, Mondadori, Milano, 2002) ripercorso nelle sue scelte sacrificali, tutte tese a immolare il suo cuore in nome di tutti i cuori, e soprattutto la sua Mente, perché mai la Mente, le Menti – attenzione – vincano sui cuori…

“… Il 16 luglio, quattro giorni prima del fallito attentato a Hitler del conte von Stauffenberg, scrive: «Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come uomini che se la cavano senza Dio». Ecco la serie delle importanti conseguenze che tale affermazione determina: Dio è con gli uomini proprio quando li abbandona. Acquista potenza nell’impotenza.”…

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Ora Eraldo vuole spiegarsi e spiegarci il gran dono, il messaggio semplice e profondo della Buona Novella – che nasce comunque da una incarnazione, da un fermo e immane disegno divino: quello del farsi Uomo, e vivere in pochi anni tutte le esperienze terrene, sino al martirio, alla crocifissione, all’espiazione e alla salvazione… Via Crucis e Via Lucis insieme – non dimentichiamolo – unico e unito connubio per la Redenzione.

“ Addio vita, addio compagni, addio amore!

La sera Gesù usciva dalla città salendo pensieroso sulle rampe del Monte degli Ulivi, dove trascorreva la notte all’aperto insieme ai suoi amici più stretti. Le stelle erano lanterne manovrate dagli angeli.”    

Piace, questa narrazione tornata stupefatta di sé, sorpresa e sorprendente come ogni miracolo di profondità, ogni ardua, e anche un po’ arcana testimonianza di bontà. Le frasi, come suo solito, si snodano brevi, cadenzate; poi, via via, avvolgenti, sommosse di aneliti ma anche ammonimenti… nonché intrecciate del facile e inarrivabile insegnamento perenne dei Vangeli.

Qua e là – oggi più che mai, e forse con una più ispirata, impennata adesione – Eraldo ci conduce, trasvola sull’Ippogrifo della prosa lirica; con risultati eccellenti, inopinati di rarefazione o a tratti, addirittura, di una fibrillazione ariostesca (anzi, dentro i canoni della poesia moderna, ci torna in mente un esempio primo-novecentesco da tempo obliato, archiviato: parliamo della Terrestrità del sole di Arturo Onofri, per cui la critica parlò, in illo tempore, di una “inquietudine di resurrezione”, di un inesausto e abbacinante “viaggio ascensionale”).

Ma ecco le incandescenze celesti del Vangelo degli Angeli:

“… L’esercito valoroso e qualificato della Terza Persona, Spirito Santo, respiro delle prime rocce, vento dell’atmosfera, energia della Storia, indole  della natura umana, si posizionò paziente lungo i crinali scoscesi del nostro destino. Bastarono pochi attimi, poi le amorevoli guide vennero giù come fiocchi di neve, stelle cadenti, arcobaleni mobili: sin dai primordi, era sempre stata questa la loro opera distintiva.”…      

Fino a giungere al messaggio forse supremo, quello che trasforma anche la parabola in atto di fede (molto più del credo quia absurdum!), e ci parla di una Fraternità Ferita che può finalmente essere aiutata, lenita, guarita, risanata in Terra, lo sguardo attratto, trasognato verso il Cielo:

“… Pregate così: non staccandovi da me. Imparate a riconoscermi nella fraternità, soprattutto se la scoprirete ferita. Sappiate che accadrà sempre, lo vogliate oppure no. Sarà quello il momento in cui mi troverò più vicino a voi…”

Ecco l’incanto e la trasparente, già ascendente parabola della “fraternità ferita” in cui Eraldo immette, consacra e incornicia un’emozionante Trasfigurazione – che è difficile non sovrapporre, fin troppo celebre Imago, a quella dipinta da Raffaello (A.D. 1520) e non finita; ultimo capolavoro prima della sua tristissima, sorprendente morte, che fu, almeno per un attimo, quasi la morte, un mancamento supremo – doloroso a tutti – perché fu quasi come la sospensione, l’interruzione della Bellezza:

“… Quando giunsero sotto l’altura, Gesù, senza aprire bocca, si volse indietro di scatto, alzò le mani sopra di loro per benedirli, quindi cominciò a salire staccandosi dagli apostoli che capirono di dover restare fermi dov’erano. Due cherubini, mostrandosi ormai senza più alcun ritegno nello splendore delle vesti lussureggianti, lo stavano scortando in cielo indicandolo ai suoi amici rimasti a terra affascinati. Su, su, senza tremare. Questo è il confine tra la storia del mondo e il regno lontano delle segrete cose. Là dove non piangeremo più i nostri morti perché diventeremo tutti angeli.”…

Diventeremo tutti angeli… Ma solo se saremo davvero capaci d’amare…

AMARE (titolo e credo dorato del bellissimo 62° capitolo): questo il fulcro di tutto. E dove Eraldo Affinati davvero destina e si gioca, ci dona (in senso sia emotivo che stilistico, sia ispirativo che raziocinante) gran parte, la più profonda e miglior parte di Sé:

“… L’essere umano si trova spiazzato di fronte a una richiesta così inaudita. Amare chi? Amare cosa? Amare tutti? È come un liquido infiammabile.”…

   Scrittore e pedagogo, paterno e sapiente insieme, Eraldo distilla un comun denominatore che pare tratto, o comunque rimandare al titolo, al senso prezioso, all’abbraccio severo e avvolgente, inquisitorio e penitente del primo grande dramma teatrale di Arthur Miller, Erano tutti miei figli (1947), nato all’indomani delle ignominie, del coraggio ma perfino degli inghippi, degli affari orchestrati durante la Guerra, a spese degli angelici giovani eroi, in fondo umiliati e offesi dalla loro stessa bandiera, presto vittime sacrificali di Comandi spesso miopi o maldestri. L’ammonizione pedagogica e paterna di Affinati esce un po’ dalla stessa costola:

“ Dobbiamo imparare a diventare padri e madri non solo dei figli carnali, che proteggeremmo fino alla morte, pure a costo della vita, bensì di tutte le persone che incontriamo durante la giornata: amici e sconosciuti.”     

Ivi est perfecta letitia – sarebbe il canone francescano: ma lo scenario, lo sfondo, il proscenio umano, troppo umano, è tutto il dolore del mondo: dunque la ferita mai chiusa o guarita del soffrire, dentro o per il nostro esistere, Esser-ci (teorizzavano i grandi filosofi, sempre però prigionieri della Ragione – e troppo innamorati, rapiti dalla Teoria: incapaci, sempre e comunque, di evangelizzare lo Spirito).

Qui, invece, l’unica filosofia è la Fede – e la Fede è l’Amore.    

“ Gesù mostrava se stesso come modello di uomo integrale sapendo che ognuno avrebbe dovuto trovare la maniera di tradurre nella propria vita la sua esortazione.”

Vogliamo dire, non la fede dei Teologi, dei porporati, dei ministri del culto – dei culti – ma quella degli uomini buoni, di ogni Uomo Nuovo, che magari non ne sia del tutto conscio, ma si sforzi comunque di volerlo essere…

“ Non fare dichiarazioni altisonanti. Stare in mezzo a chi la pensa diversamente. Lasciarsi trafiggere dal punto di vista altrui. Gesù, appena conquistava il consenso, procedeva oltre.”   

Eraldo, ecco, ha scritto un Vangelo proprio come forse avrebbe voluto e potuto fare un Don Milani in compagnia dei suoi ragazzi (Dettato… Svolgimento… Tra due ore consegnate…), giorno dopo giorno, parabola dopo parabola, a meglio conoscerci e riconoscerci. Spulciando tra le vecchie lettere ardimentose e anche risentite, fiere e incorrotte, che il maestro di Barbiana mandava ad amici e nemici, creature semplici e dignitari più o meno infausti del Sistema (per difendersi, per spiegare, per attaccare….), abbiamo infatti trovato un’affettuosa, cordiale epistola a Giorgio Pecorini, uno dei suoi interlocutori più fedeli, che pare davvero inserirsi come nell’alveo spontaneo e illuminato di un nuovo vangelo semplice, umile e rustico, buono e giusto, anzi in qualche modo accanito, di bontà…

“ Quando si vuol bene davvero ai ragazzi, bene come gliene può volere solo la mamma che li ha fatti o il maestro che li ha partoriti alla vita dello spirito o il prete che ha solo figli fatti per mezzo dei Sacramenti e della Parola, allora il problema della scuola confessionale o non confessionale diventa assurdo, ozioso. ”

Eppure, la Grazia lieve, la tenerezza vera che attraversa l’intero libro, non è né astratto furore trasgressivo d’avanguardia, né densa, squarciata e impavida dialettica pasoliniana.

Le parabole che Eraldo Affinati adotta e riracconta, le gioie intime, le illuminazioni progressiste (e progressive), le piccole gestuali adesioni al mistero più umile e recondito, sono da cronache di Rossellini, quello che amò girare I Fioretti di S. Francesco. Una immaginazione luminosa e semplice, calata in una ProtoStoria (non pasoliniana Nuova Preistoria!) che è tutte le Storie che vennero e ancora verranno.

“… Bisogna lavorare a lungo dentro noi stessi per capirlo, coltivando le rose ma anche le spine che sempre ci sono e non spariranno mai. Capito? Mai. Ti pungeranno sempre, sino alla fine.”…    

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Eraldo Affinati

Inopinati e sublimi soldatini dell’Immenso, docili ma pugnaci, caparbi sempre in nome del Bene – cioè contro la scoraggiante, pessima e maldestra Banalità del Male,Affinati ha dipinto, pennellato e “virato” i suoi angeli e angioletti in una luce quasi d’eterna adolescenza, in un sereno, cogitabondo labirinto (ludico e scolare) dell’infanzia inesauribile, e in qualche modo irrinunciabile – anche per noi ormai fin troppo adulti…

“… I ragazzini? Sì, certo, loro innanzitutto. Ma piccoli si può continuare a esserlo anche dopo, in cento altri modi. È piccolo chi si limita a raggiungere gli obiettivi prefissati seguendo semplici programmini. Piccoli siamo tutti noi, in un certo senso: sono pochi quelli capaci di gettare le carte all’aria, rovesciare il banco, fare la rivoluzione.”…

Poesia, anche, come eterna infanzia del mondo.

Inutile ora rispolverare Leopardi – ma certo il Nostro amico Eraldo è in qualche modo sintonizzato su questa stessa lunghezza d’onda.

Lui che da bambino, e me l’ha sempre confidato, amava molto giocare coi soldatini, immaginare con passione le grandi battaglie napoleoniche – Lodi o Marengo, Jena o Wagram, il trionfo di Austerlitz o la disfatta di Waterloo – nella miniatura fervorosa e brulicante delle divise: gli ussari, i dragoni, e poi i fantaccini, i granatieri, gli artiglieri che s’immolarono nei luoghi e nelle date e nelle contese che sappiamo, magari in nome e per sogno (adulterato?) della Libertà.

“… Queste erano le istruzioni. In tempo di pace sembravano facili da eseguire. Durante la battaglia si trasformavano in misere didascalie. I portaordini angelici tornavano ansanti e trafelati al campo base. Appena varcavano la tenda del comando, ai generali bastava guardarli per capire se stavano portando notizie infauste eppure non demordevano.”…

Ora tutta la sua educazione da bimbo ad adulto, sfuma e ritorna, si riaddensa e s’invola in questi vorticosi, abbaglianti e supremi colpi o frulli, battiti d’ali dove la Storia forse resta ferma, ma non il Cuore.

“… In quell’istante la Guardia Reale si risvegliò dal torpore. I veterani celesti, temprati dalle battaglie più cruente, spesso si addormentavano nelle brandine poste ai lati dei finestroni perché non riuscivano a restare inattivi per troppo tempo.”…

Perché è il cuore che sale, s’affida alle ali del vangelo – e un Vangelo degli Angeli – cambia, s’impenna, decolla luce e perdono, assegnerebbe a ogni nome un nuovo abbraccio, a ogni esperienza la controprova d’una parabola; e forse, per fortuna, non sarà mai più lo stesso.

“ La risposta di Gesù anticipava lo scenario oltremondano: «Chi risorgerà dai morti e verrà giudicato degno della vita futura sarà uguale agli angeli». ”

Il contrappasso è questo: l’angelicità, tanto più distribuitaci, regalataci, quanto più ci colse, ci offese o ci dannò la ferocia, l’eterna, nietzschiana Nascita della Tragedia che è l’Uomo nella Storia, prigioniero e carceriere, vittima o aguzzino allo stesso modo.

“ Gli angeli da tempo s’erano insediati nella città santa prendendo discretamente possesso degli spazi dove di lì a poco sarebbe avvenuto il finimondo. Andavano al mercato, frequentavano il Tempio. Il pomeriggio restavano in attesa nelle locande sgranocchiando pane abbrustolito. Seduti agli usci delle case, lasciavano che il sole accarezzasse i loro volti. Ripiegate le ali, facevano la bella vita sapendo che sarebbe durata poco. Le donne guardavano i giovani stranieri credendoli pellegrini di una nuova religione: ogni tanto ne spuntava una… ”

Colpisce, anche la mia fragile ma devota esperienza di lettore tornare agli amati testi degli storici e confrontarli invece con queste scie di luce, queste fantasmagorie dello spirito, evoluzioni come d’una applaudita, strepitosa pattuglia acrobatica (Caro Eraldo!), ma questa volta di Angeli – Angeli veri (nemmeno più quelli cinematografici di Frank Capra, se ricordiamo bene, di seconda classe: ricordate La vita è meravigliosa? – era il 1946). O forse ancor meglio quelli (quello) di Wim Wenders, ne Il cielo sopra Berlino (1987), splendida prova di Bruno Ganz, che rinuncia ad essere angelo, per amore patisce, ritrova l’ombra, il peso, la finitudine e l’impermanenza… Sceglie d’essere uomo… “poema unanimista intessuto di storie individuali,” scrisse Morando Morandini “appassionato inno alla terrestrità”.

Oh, sì, lo ricordiamo bene quello splendido finale, suffragato anche dalla penna di Peter Handke, co-sceneggiatore d’eccezione.

Ma qui Affinati fa giustamente l’opposto: evoca le vite, le parabole umane che furono – brevi, arrestate, tarpate, quasi stelle cadenti – poi viceversa giubilate, innalzate nelle più pure sfere angeliche, come premio indicibile.

“… Molti degli angeli che giravano lì attorno rividero in quel momento le loro esistenze di prima che prendessero il volo…”

Questi di Eraldo sono invece dei finali di storie brevi, arrestatesi – che s’impennano invece in un epilogo senza fine, un eterno lieto fine:insomma,quelle nuove ali non finiscono, mai finiranno, con quei loro magnifici, agili e fuggevoli voli di trasparenza e silenzio, “essenziali” – lo diceva Il Piccolo Principe – come tutto ciò che è invisibile agli occhi…

“ Devi credere in me. Questa è la mia richiesta. Soltanto così troverai il giusto equilibrio fra il tempo che consuma e quello che salva. ”

 Scantonando le secche e i rischi manierati, irrimediabilmente vulgati e particulari della letteratura volutamente sacra, sacrale, diciamo spirituale (altro parolone sempre scomodo e impreciso), Eraldo trova con freschezza, mai come e meglio di oggi, una sua via sacra, una sua galassia e gran cielo di fede, fra palpiti terreni e alate, celestiali sentenze…

Le stelle erano lanterne manovrate dagli angeli.

Forse ha riletto le parole – attenzione: i versi… (non parliamo mai più di encicliche!) – di Karol Wojtyła, in una sua poesia indimenticabile, dal titolo già programmatico, catechizzante e salvifico, “Resistenza dei pensieri alle parole”. E che per l’appunto esalta e glorifica “la lotta con l’immagine che bisogna sollevare nei nostri pensieri, / con il simulacro di tutte le cose che interiormente compongono l’uomo…”:

   Non di rado, in una conversazione, ci fermiamo davanti a verità

   per cui mancano le parole, manca il gesto e il segno –

   al tempo stesso sentiamo che nessuna parola, gesto o segno

   saprebbe contenere l’intera immagine

   in cui dobbiamo penetrare da soli, a lottare come Giacobbe.

   …

(cfr. la lirica “Pensiero – Strano spazio”, in Karol Wojtyła,

Tutte le poesie, Rizzoli Corriere della Sera, Milano, 2005)

*******  

Aveva proprio ragione Pasolini, ammettiamolo, sulla malcelata, ampollosa insopportabilità et similia della letteratura di fede. Anche se vanno testimoniate e riconosciute posizioni importanti, individualità di grande pregio, vocazioni certo indubbie e cristalline.

Lo studio dell’universo angelico, rileva Plinio Correâ de Oliveira, pensatore, storico e leader brasiliano (1908-1995), “implicherebbe una particolare impostazione di fronte alla bellezza che, purtroppo, oggi non viene insegnata nel Catechismo. In contrasto con il laicismo moderno, che ingabbia il mondo al solo ambito umano, la dottrina sugli angeli aprirebbe tali orizzonti, raggiungerebbe tali profondità, da costituire un fiore all’occhiello della catechesi cattolica. Sarebbe vano confutare intellettualmente gli errori moderni, come il relativismo se, parallelamente, non realizzassimo un apostolato della bellezza angelica. Questo è soprattutto indispensabile con le nuove generazioni, molto più aperte alla bellezza di quanto non lo siano i loro genitori, ancora incantati dal progresso materiale della società industriale”.

Nella sua amorevole prefazione al Rilke delle Storie del buon Dio, Fabrizia Ramondino (TEA, Milano, 1989) riprende, con più dolcezza quell’intuizione essenziale, aspra di Pasolini:

“… Chi studia e spiega il sacro, come chi in nome di Dio perseguita e uccide, è, seppure in modo diverso, lontano da Dio. (…) Tre esseri eccezionali del nostro secolo, che, pur avendo molto nominato Dio, gli sono stati vicino, sono Simone Weil, Etty Hillesum e Rainer Maria Rilke.”…

L’Angelicità è tante cose: c’è quella, ripetiamo, canonica, liturgica, ufficiale… E un’altra che nasce e vive solo dentro il cuore (come un rifugio alpino che scalda nel troppo freddo – e ci salva da ogni lunga, rigida notte ventosa, lenisce ogni stanchezza stanca non della vita ma dei suoi ritmi, delle sue infamie e delusioni)…

Eraldo, col suo estroso ma fedele e introiettato, rimeditato Vangelo degli Angeli, rileva, rintraccia e ci consegna un’intera mappatura di rifugi altissimi, o anche di ritrovi appartati, quasi casupole disseminate nel solito nostro bosco ansioso e più cupo, vicinissimo ma troppo lontano da ogni fiore, e timoroso d’ogni ombra, d’ogni rumore sospetto, eppure vitalissimo…

“ Il maestro anticipava il futuro: non sarebbero stati momenti piacevoli. Al contrario: bisognava prepararsi al dolore imparando la vigilanza. ”

L’Angelicità teorizzata, diciamo pure accademica, ci spiega e racconta come gli Angeli, esseri superiori all’uomo, hanno come gli uomini la libertà di scelta fra il bene e il male…

Perfino Dante – nostro Padre Dante – intesse cogli Angeli una trama pressoché cinematografica, nella sua superba e suprema Comoedìa

Cominciano ad apparire, lo si capisce, in Purgatorio, e proprio in Purgatorio, forse ci concedono le prove più forti, una inderogabile nobiltà d’intenti. L’Angelo nocchiero che guida la navicella che fa sbarcare le anime (canto II). Poi nel canto VIII, oltre la valletta fiorita, i due angeli custodi delle anime contro la tentazione:

      e vidi uscir de l’alto e scender giùe

   due angeli con due spade affocate,

   tronche e private de le punte sue.

      Verdi come fogliette pur mo nate

   erano in veste, che da verdi penne

   percosse traean dietro e ventilate.

Ancora in Purgatorio, la gran porta è guardata da un Angelo (canto IX), che incide a Dante sette P sulla sua fronte, ammonendolo di lavare, purificare via via queste piaghe o peccati lungo il cammino, la risalita di cornice in cornice.

Angeli importanti, essenziali, gesti sacrali, apotropaici: l’Angelo dell’Umiltà (canto XII), l’Angelo della Misericordia (XV), l’Angelo della Pace (XVII), et cetera.

In Paradiso, gli angeli danteschi ripudiano perfino – si direbbe – i gran bei disegni emozionanti e illustrativi del Doré… E i colori, li sfumano in luce… La stessa cherubica luce (o insieme il serafico ardore) che prendeva, incoronava i grandi Santi, nel canto XI, insieme e rispettivamente S. Francesco (come un serafino per ardore di carità), e S. Domenico (pari a un cherubino, per amore della sapienza e virtù di scienza):

      L’un fu tutto serafico in ardore;

   l’altro per sapïenza in terra fue

   di cherubica luce uno splendore.

Affinati invece ne registra ogni lavoro o missione o intervento, ogni breve, fulmineo o lunghissimo volo, come quelli archiviabili in un sacro aeroporto – tutte missioni d’altissima, inesausta (e ineffabile) guerra del Bene… Proditori e abbacinanti Top gun alati, per cuori super- o talvolta sub-sonici

“ Gli angeli volavano fiduciosi in schiere sempre compatte e squadrate, alti e maestosi sopra il cielo color madreperla di Gerusalemme perché sapevano che quella sarebbe stata la stazione finale… ”

Gustosissimi i suoi racconti di questi “piloti” scarmigliati o inappuntabili, nelle loro divise di ali e giubbe, gradi e spalline, forse anche guanti e kepì o berretti storici, bicorni o tricorni, perfino trucco & parrucco da gran costumisti di Hollywood:

“ Cavalcherai  insieme a me sui Campi degli Zaffiri, nel girotondo delle rondinelle, dove non ci saranno più catene né misere rimostranze, e ogni cosa troverà il suo senso. Così dicendo, sbottonò il mantello color antracite di velluto a coste larghe e con le placche blu della vecchia guardia, scoprendo il destriero alato che stava cavalcando, in procinto di scattare verso l’alto. I serafini si chiusero a cerchio e quello svanì. ”

Bello, in una parola, il Gesù protagonista assoluto ma NON Jesus Christ Superstar stucchevolmente cinematografico – e neppure, per contraltare, immerso in una tragedia sanguinosa e truculenta come in ogni caso fu Passion di Mel Gibson: quel Cristo macellato, frustato, inchiodato, crocifisso, dilaniato da un terribile martirio.

Eraldo sceglie invece la seraficità, la forza creaturale e l’immensa luce della Rivelazione. Il Vangelo come dono e conforto perenne. Un’angelicità umanissima come dolce energia, un credo radioso ma mai rabbioso di pace, pulsante come un cuore ricolmo, accelerato di Gioia.

“ La mattina Gesù si svegliava presto e andava a insegnare nel Tempio. Camminava nei saliscendi dell’antica città pestando le pietre coi sandali consumati. Chi lo vide soltanto allora per la prima volta avrebbe conservato per tutta la vita il ricordo di un giovane uomo curioso e appassionato, sorridente e disponibile…”

Molto efficaci, inoltre, gli scenari rievocati dei luoghi, umili o fatati che fossero:

“ Amata Palestina! Terra dei crocicchi e dei venditori ambulanti, delle donne che tornano a casa   coi lunghi capelli raccolti dentro lo scialle, mentre tutt’intorno si sparge il profumo dei cedri e delle spezie. ”

Ma allo stesso modo, ben oltre la usuale sequela delle parabole (zeppe di significati che sfuggivano, e di “immagini legate alla mentalità popolare”), nonché di frequenti dialoghi o incontri non meno mistici che apotropaici, Affinati privilegia alcune parti o personaggi meno definiti del previsto, forse anche i più contraddittori, e dunque affascinanti: che qui eccellono e risaltano, s’impongono rimarcati caravaggescamente da un sublime e profetante chiaroscuro.

La Maddalena, anzitutto, cioè l’adultera: o la donna cinque volte vedova; per non tacere della prostituta che ebbe fede… Splendido anche il ritratto e l’episodio del vecchio Achim, che intenerisce l’arcangelo Gabriele, Achim così dolce pur nonostante avesse un po’ smarrito la lucidità…

O Zeev stupendo d’umiltà e fedeltà, il carrettiere che decide di aspettare Gesù, che non vedeva da tempo, “nella speranza di poterlo prima o poi incrociare”… Così come indimenticabile resta anche l’episodio del piccolo Amos, timido e appartato, all’apparenza scambiato per un adolescente un po’ pazzoide, sempre muto e corrucciato, stranito. Eppure il Gesù di Eraldo, “insegnante”, lo sceglierà come “scolaro preferito”, commovente…

“… mentre stava piegato a raccogliere sassolini. Li sistemava in un cantuccio allineandoli in fila alla maniera di pietre preziose. Poteva restare ore a guardarli, assorto come davanti a un tesoro.”…

E poi, più di tutti, Giuda, che del resto – come Caino (e il Nessuno tocchi Caino!)– ha sempre attratto la fantasia provvida e angustiata degli scrittori di tempra, specie quelli anticonformisti e bastian contrari. Il vangelo di Giuseppe Berto, ne La gloria, è ovviamente rinarrato, rivissuto e rispecchiato da Giuda:

“… Per Te soffrivo, come Tu avevi sofferto per me condannandomi a tradire, ma la volontà dall’alto doveva essere fatta. Con angoscia andavi verso la morte, ma la Tua fermezza nella sofferenza era amara e grandiosa: non dovevo ostacolare il cammino che T’eri scelto.”…

Anche un importante scrittore contemporaneo come l’israeliano Amos Oz – autore d’un intrigante, pacificante saggio Contro il fanatismo – si è dedicato alla figura di Giuda (2014).

Bellissima, nel racconto di Eraldo, la forte, inarginabile crisi dell’angelo custode di Giuda; e gli immensi, lancinanti sensi di colpa, diciamo così (incredibile forse usare mere, usurate categorie psicologiche per gli Angeli che sono sovrumani, eternati e divini!), per non essere riuscito a epurarlo, salvarne lo spirito e i gesti:

“ Quando Giuda operò la sua tragica scelta, negli spazi oltremondani il serafino che lo seguiva entrò in crisi, quasi non riuscisse ad accettare il fallimento dell’uomo che aveva deciso di sorvegliare. ”

E certo l’insegnamento, l’allenamento interiore, e inderogabile, palpita, brilla – come sempre in Eraldo Affinati, fin dal saggio tolstojano della Veglia d’armi, dal primo romanzo autobiografico Soldati del ’56, e poi dalla parabola lancinante di Bandiera bianca – i suoi primi libri – e continua ad essere il tema, il fulcro, il ruolo e il messaggio (il dovere!) della responsabilità.

Per rinfrancare, catechizzare la quale era andato a piedi (o con mezzi faticosi) da Venezia ad Auschwitz. Una Auschwitz, però, mai più santino o retaggio etico/politico, ma, al contrario, seme di una nuova, irrinunciabile responsabilità dentro e oltre la Storia; seme per il nostro ininterrotto Vangelo laico, diario dell’anima e insieme mappa per tutti i cieli ribaltati, capovolti quaggiù in terra:

“… Alzando gli occhi su verso le bandiere, ho visto, con la freschezza imbambolata caratteristica del primo risveglio, l’albero gigantesco lasciato germogliare apposta oltre i reticolati, in flagrante allusione alla cecità della natura capace di crescere sempre, anche dove non serve, fra le pietre.”…

O si era messo pazientemente sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer, come un inopinato detective del Bene (e della laicità del sacro):

“… Invitava ad annunciare il Vangelo in modo «non religioso», ma tale espressione restò fino all’ultimo, per evidenti ragioni pratiche, indicativa e non soddisfacente. La «disciplina dell’arcano» (lodi, preghiere, ringraziamento, cena non avrebbe dovuto essere vissuta secondo schemi liturgici staccati dal mondo. La grazia è sempre «a caro prezzo». Gesù viene concepito come «l’uomo per gli altri». Sebbene questo fosse chiaro sin dall’inizio, le parole del prigioniero di Tegel restarono pericolose come braci ardenti.”…

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Ora il frullo trasparente e arioso, abbacinante e umbratile insieme, delle sue ali d’angelo, ci accompagna, ci custodisce con una tenerezza in più, severa d’impegno e di dolcezza:

“ La Terra era una crosta scura laggiù nello strapiombo, scomposta fiumana di volenterosi: di solito bastavano pochi colpi d’ala per atterrarvi nella segretezza più assoluta. I cadetti, dalle fronti alte e scoperte, pallidi e tremanti ma carichi di gioia, uscivano dai portelli già inclinati in direzione dell’abisso. Pronti al lancio. L’aria schiaffeggiava i loro volti smaniosi. ”

E forse ci volevano davvero le pandemie, il loro inferno domestico, e poi il purgatorio dei vaccini, il lock-down ripetuto, dolente e metafisico, le lunghe ore angustiate reclusi a casa, per chiedere ai nostri custodi angelici, per de-secretare il loro essenziale, parallelo, ancestrale (?) ed ora mai più eludibile Vangelo degli Angeli…

“… Alcuni ancora adolescenti, col sorriso infinito dei primi capitani; altri più maturi, temprati dall’esperienza. Molte amazzoni dal piglio severo e consapevole. Atlete abituate al sacrificio. Tanti feriti rimarginati, consolatori dei falliti. Appena giungeva il segnale, questi eroi del sostegno attivo nei confronti dei più svantaggiati, fratelli dei perdenti, animatori della buona fede, cultori della speranza, non esitavano a gettarsi nel vuoto.”…

La parabola della fraternità ferita, si sutura, si cicatrizza così con nuovi provvidi, semplici esempi; e nuove gemme nel quotidiano.

      Ben discernëa in lor la testa bionda;

   ma ne la faccia l’occhio si smarria,

   come virtù ch’a troppo si confonda.

I verdi angeli che nel purgatorio di Dante  (VIII, 34-36) accoglievano il poeta – la Poesia – come la Primavera attende, anzi propaga lei stessa, miracolosa e consueta linfa di rinascita.

Roberto Calasso: “Allucinazioni americane” tra Hitchcock e Kafka

di Marco Palladini

Per una di quelle strane coincidenze che sono, forse, il vero ‘pedale continuo’ della nostra esistenza, la notizia della morte, a 80 anni, di Roberto Calasso mi ha raggiunto proprio il giorno dopo (il 29 luglio u. s.) in cui avevo incominciato a leggere il suo terz’ultimo libro Allucinazioni americane – essendo esattamente il 29 luglio usciti i suoi due volumetti postremi: Bobi, dedicato a Roberto ‘Bobi’ Bazlen, il suo grande maestro e maieuta intellettuale e editoriale, e Memè Scianca, in cui sono raccolte le memorie della sua adolescenza.

Immediatamente licenziai un pòst su FB che raccolse un discreto numero di consensi e condivisioni e che qui ripropongo:

“Riflettendo sulla morte di Roberto Calasso, il meno che si può dire è che senza alcuni suoi libri (sto leggendo: Allucinazioni americane) e soprattutto senza lo sfolgorante catalogo dei volumi Adelphi l’intera vita culturale di questo spaese sarebbe più povera e chiunque di noi lettori dei suoi libri scritti e editati sarebbe più povero.

Eppure per molto tempo ho ascoltato nei suoi confronti l’accusa di essere un editore di destra, fin da quando decise, primo in Italia, di pubblicare l’opera omnia di Nietzsche. Questo per sottolineare la miseria e il settarismo culturale di certo sinistrismo che pure è stato per lunghe decadi egemone in questi lidi.

Calasso e la linea Adelphi hanno infine vinto? Non ne sarei così sicuro, visto l’imbarbarimento attuale, certo la grande cultura della Tradizione è stata da Calasso rivalorizzata e nobilitata, mostrando come in essa si potevano reperire ancora potenti anticorpi versus la suppurazione di Moderno e Postmoderno e l’eclissi delle visioni materialiste anche nella declinazione marx-rivoluzionaria. Su quelle rovine è come se Calasso abbia eretto una piramide gloriosa di libri che nutrono un pensiero divergente, non allineato, disappartenente all’orizzonte di comunicazione ipermediatica e cieco-bieco consumismo del presente.

Si può approvare in toto o soltanto in parte la sua visione filosofico-gnostica, ma la sua dipartita ci priva di un punto di riferimento importantissimo. In ogni caso continuerò a leggerlo, augurandomi che la Adelphi sappia proseguire nel suo solco, anche se il suo ‘magic touch’ di editore mi sembra insostituibile.

Settecento anni dopo l’Alighieri muore un altro fiorentino, almeno idealmente, esule in patria, un ‘italieno’ che ha illustrato la sua nazione ben più e ben meglio di millanta sepolcri imbiancati e tromboni che reggono la nostra società culturale. Onore a lui… R.I.P.”

Peraltro, sul social in questione ho, poi, visto che hanno continuato a manifestarsi le voci contrarie all’illustre editore-scrittore, ancora e sempre accusato di avere sì promosso la grande cultura, ma immancabilmente in chiave anti-comunista. No comment. Non mi sembra il caso di replicare a chi tuttora si dimostra prigioniero di una ideologia naufragata nel XX secolo e che al presente si può soltanto perpetuare come credo fideistico, antistorico e metapolitico (che neppure la verve filosofica di Slavoj Žižek ha saputo riattivare come progetto utopico credibile).

Ovviamente tutto questo non c’entra nulla con Calasso che volava alto e in altra direzione nei cieli del pensiero critico e di una editoria di cultura che è pressoché un unicum non soltanto in Italia, ma direi nel panorama internazionale.

La qualità e la finezza delle sue riflessioni e ossessioni risalta pure in Allucinazioni americane (Adelphi, 2021), aureo libretto composto di scritti redatti in tempi diversi sul tema del cinema, di cui Calasso era un grande appassionato – anche se en passant si burla dei cinephiles fissati con il mito del cinema d’autore, laddove egli reputa il cinema una creazione eminentemente collettiva. Difficile dargli torto, così come è difficile però non considerare lo stesso scrittore-critico fiorentino un provetto cinéfilo per la sopraffina capacità di intus-legere il linguaggio delle immagini in movimento, sino alla maniacalità feticistica con cui spesso vengono costruiti i film.

Così, il vero tema del libro è la natura allucinatoria del cinema, a lungo e accanitamente indagata attraverso la radiografia, in primis, di due capolavori di Alfred Hitchcock, Vertigo (in italiano La donna che visse due volte, 1958) e Rear Window (ossia La finestra sul cortile, 1954). Due pellicole pressoché perfette, che la critica d’antan considerava mero cinema d’intrattenimento e che, invece, sono poderose macchine fantasmatiche e mitopoietiche in grado di riflettere, secondo una ‘mise en abyme’, la sostanza appunto vertiginosa, doppia, sempre ambigua e mirifica delle immagini cinematografiche e dell’occhio che le guarda, in un giuoco multiplo e autoriflessivo che coinvolge pienamente e in modo pure sconvolgente l’occhio degli spettatori.

Calasso nella dissezione critica di questa potenza allucinatoria e perturbante del cinema hitchcockiano mette in campo più e più soluzioni definitorie, dal “ballo dei fosfeni” (curiosamente però non cita Zanzotto) ai “fenomeni entoptici”, dal “figmentum” alla ridda dei fantasmi psicanalitici che scorrono e trascorrono nel fluxus immaginale di un film. Soprattutto Vertigo si pone come un prodotto apicale in cui le vertigini di cui soffre il detective James Stewart sono la metafora di una vertiginosa e interminabile trama di proiezione di immagini mentali, che danno luogo alla fabbricazione di falsi e di copie dell’immagine falsificata della donna. Una seducente, sensuale Kim Novak che si manifesta come corpo doppio (o triplo) di simulazioni a seguire, idolo femminile simulacrale che non esiste in sé, ma soltanto per sé, ovvero nello sguardo manipolatorio e desiderante prima di Tom Helmore (Gavin Elster) e poi del poliziotto.

Di Rear Window Calasso arriva a dare una lettura ‘vedantica’, così attestando la sua curiosità sapiente e la sua disinvoltura nell’individuare i fili rossi che connettono l’Oriente e l’Occidente. Lo sguardo del fotografo con la gamba ingessata che attraverso un potente teleobiettivo scruta e investiga la vita del cortile interno del palazzo in cui abita è designato come “un occhio sovrano, immobile: l’ātman, il Sé”. Il quale ātman non è però isolato, è sempre in relazione con l’aham, l’Io, che poi è il processo di costruzione di una identità. Calasso coglie in questa endiadi vedantica il cuore della dialettica tra sguardo e azione-sacrificio che guida le mosse del fotografo (sempre James Stewart), laddove in lui ātman e aham convivono e confliggono nel medesimo corpo. Ancora più in profondità viene colta una corrispondenza tra il fotografo e il commesso viaggiatore uxoricida: “Il commesso viaggiatore Lars Thorwald uccide la moglie: il fotografo lo scopre con l’aiuto della donna che vuole diventare sua moglie [la bellissima Grace Kelly n.d.r.] (e a sua volta rischierà di essere uccisa dall’assassino). Come sempre, sacrificio e ierogamia sono avvolti l’uno nell’altro”.

E allora sarà il piccolo cane del cortile la vittima sacrificale che ribalterà la prospettiva etica-filosofica del film in un finale roseo dove tutto si riarmonizza e tutti si ritrovano infine contenti e soddisfatti. È “la crudele ironia di Hitchcock: previa qualche uccisione, la vita si alleggerisce e si rianima. Gli assassini passano, il cortile resta”. 

Altre pagine del libro inseguono la capacità del cinema di configurare immagini di feticismo assoluto, come il guanto che Rita Hayworth si sfila con gesto super-erotico in Gilda, o di “venustà fantasmatica” come quella incarnata da Martine Carol, protagonista di Lola Montès di Max Ophuls.

Ma è nel testo conclusivo che il percorso saggistico di Calasso sulla “compresenza di allucinazione e iperrealtà” nel cinema, devia verso la letteratura, in particolare verso un genio europeo come Franz Kafka che non era mai stato in America e che pure nel suo romanzo incompiuto Il disperso (che Max Brod avrebbe poi titolato Amerika) seppe cogliere nel modernismo del paesaggio metropolitano degli States una dimensione onirico-allucinatoria che culmina nella visione del Grande Teatro di Oklahoma, in cui secondo Calasso c’è una descrizione prolettica dell’età dell’oro del musical, quello per intenderci anni Trenta di Busby Berkeley, “una delle più alte, irripetibili e incantevoli forme inventate dal Novecento”.

Ecco lettore e spettatore onnivoro e critico più che sagace il patròn della Adelphi, quando scriveva era come se ripercorresse, in un certo senso, se non tutti, gran parte dei sentieri del mirabile catalogo della propria casa editrice. La felicità della sua opera ermeneutica nasce esattamente da questa perfetta coincidenza di funzioni e di applicazioni. Perciò la figura di Calasso è unica e non replicabile. E il suo poiein ci mancherà assai.                          

Strade da percorrere da solo: dieci anni senza Massimiliano Chiamenti

di Francesca Del Moro

Venerdì 3 settembre ore 20.30, CostArena, Via Azzo Gardino 48, Bologna

Bologna in Lettere 10th – azione 4.

A cura di Francesca Del Moro

Con Marco Palladini, Adriana M. Soldini, Vladimiro Cantaluppi, Marco Benetti, Lorenzo Spurio e il collettivo della fanzine Idioteca

non ho più paura
di morire
né ho più voglia
di fare fotografie
rimarranno i miei versi
so che qualcuno
li leggerà
e mi rim-piangerà
troppo tardi
come avviene
sempre
con i morti
quando sono morti
e non possono tornare più
accanto
né parlare
né ridere

Con questa sua poesia dal titolo pensiero, affidata alla voce della scrittrice Adriana M. Soldini, abbiamo scelto di aprire la serata dedicata dal festival Bologna in Lettere a Massimiliano Chiamenti, lo scorso 3 settembre. Quel giorno cadeva il decennale della sua scomparsa e la città dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita era naturalmente chiamata a ricordarlo. Per contribuire, in questa data simbolica così come in altre in passato, a far sì che i suoi versi, come amaramente si augurava, continuino a essere letti.

A rim-piangerlo non siamo rimasti in molti, come abbiamo potuto constatare dall’assenza pressoché generale dell’ambiente letterario cittadino a questo appuntamento e come testimonia la scarsità di iniziative a lui dedicate, che perlopiù continuano a essere organizzate da un ristretto manipolo di artisti amici. È quanto rischia di accadere ogni volta che un autore se ne va prima di essersi conquistato un riconoscimento ‘ufficiale’ e senza che nessuno della famiglia si impegni a mantenere vivo il suo ricordo.

Scandalosa per gli ambienti accademici, che pur riconobbero il suo valore di filologo e dantista d’eccezione, e ugualmente distante dai circoli ristretti del cosiddetto sperimentalismo e dal lirismo più tradizionale, l’opera di Massimiliano trova a fatica una collocazione critica.

Come lui stesso scrive in una poesia dal titolo forma, i suoi versi sono “pochissimo punteggiati / sempre / senza maiuscole / a metrica sillabicamente libera / ma con un certo ritmo musicale / poesie e non prose / sempre a metà / tra gnosi / e lirica / a metà / tra note di diario / e manifestino / eversivo / influenzate / da dante / da leopardi / dai poeti dell’inglese / e da un trilione di canzonacce rock”.

Già da questa dichiarazione di poetica, si può intuire l’eclettismo di una scrittura che affonda le radici nella musica e nella letteratura, vicina alla beat generation che amò e tradusse, una scrittura che se ne infischia di qualunque canone e, pur appoggiandosi a una cultura solidissima, rivendica una completa libertà espressiva senza rifuggire l’autobiografismo oggi tanto bistrattato.

È infatti soprattutto alla propria vita che Massimiliano guarda scrivendo i suoi versi, una vita nutrita dalla letteratura, quasi ‘pensata’ per la letteratura. Senza abbellimenti né censure, la sua voce potente, cristallina e appassionata unisce la pregnanza e la musicalità della poesia alla capacità della prosa migliore di creare mondi in cui il lettore possa abitare a suo agio. Nonostante siano mondi attraversati da droghe, malattia, sesso e istinti suicidi.

La spudoratezza con cui vengono trattate queste tematiche scandalizza ancora oggi molti lettori ed è talvolta valsa a Massimiliano l’accusa di ‘maledettismo’, quando è evidente l’acutezza del suo sguardo sull’animo umano, di cui non si tacciono miserie e splendori, così come è chiaro che sia l’amore il primo di motore dei suoi versi. Amore dantesco per uomini di volta in volta idealizzati e al contempo amore corporeo e passionale, e ancora amore per l’arte in ogni sua forma, per gli amici a volte bersaglio del sarcasmo che non risparmiava neppure a sé stesso, amore per la propria ostinata gioventù, per ogni istante della vita e ogni sensazione da ‘divorare’ sempre fino in fondo.

Di tutto questo abbiamo cercato di rendere testimonianza lo scorso 3 settembre, portando sul palco le sue due principali passioni: la letteratura e la musica, grazie ai contributi critici di due studiosi che tutt’oggi continuano a occuparsi del suo lavoro, Marco Palladini e Lorenzo Spurio, e agli interventi dei musicisti Vladimiro Cantaluppi e Marco Benetti, che hanno condiviso ricordi e letture accompagnandosi rispettivamente al violino e alla chitarra.

Grazie a Marco Palladini, è stato inoltre possibile ascoltare alcuni brani tratti dall’album ormai introvabile Storyboard, inciso da Massimiliano con la band fiorentina Emme, che riscosse un grande successo alla fine degli anni novanta.

Più volte nel corso della serata è stata espressa la preoccupazione che l’opera di Massimiliano possa essere dimenticata, richiamando l’attenzione sull’urgenza di antologizzare i suoi versi e di garantire loro un’adeguata diffusione. Una possibilità che al momento sembra lontana, data la difficoltà di avviare un dialogo con gli eredi. Un primo, importante passo è stato tuttavia compiuto dal collettivo della fanzine Idioteca, che Massimiliano aveva frequentato negli ultimi anni della sua vita. A loro va il merito di aver realizzato, insieme alla libreria Modo Infoshop, una piccola ma significativa selezione dei suoi versi pubblicata nella collana Fotocopie con il titolo “Nel castello della prossima volta”, uscita nel 2019 e nuovamente presentata in questa occasione.

( A M. Chiamenti viene dedicata la manifestazione “Padrelingua” di Massimo Mori che si svolge a Firenze dal 16 ottobre al 6 novembre 2021, presso la Biblioteca Umanistica Corridoio Brunelleschi – N. d. R. )