Diario d’autore (14): note random su J. Cortázar; P. Guzzi; M. Sambati; A. L. Longo; E. Minarelli; B. Simonelli; suicidi; politica e guerra; ‘Cancel History’; R. Sakamoto; B. Dylan pittore; “Portolano” finale   

di Marco Palladini

Cortázar ► L’argentino Julio Cortázar (1914-1984) aveva debuttato nel 1938, ventiquattrenne, con un libretto in versi dall’assertivo titolo Presencia, come dire: eccomi qua. E ha continuato a scrivere testi poetici per l’intero arco della sua esistenza, pur senza essere considerato ‘strictu sensu’ un poeta. Grande scrittore in assoluto, tra i maggiori talenti espressi nel Novecento dal continente latino-americano sebbene naturalizzatosi francese, forse lui pure non dava particolare peso alla sua scrittura in versi. Tanto è vero che anagrammava volentieri le sue “poesie” in “iseope, peosie” o ci ironizzava sopra: “… vuol bene a me José Miguel Oviedo quando afferma che le mie poesie sono «commoventemente brutte». E pensa che conosce solo quelle poche che ho pubblicato: immagina che faccia farà adesso…”. Adesso si riferisce al libro a cui l’autore bonairense ha atteso a lungo nell’ultima fase della sua vita e che uscì postumo. Si intitola Salvo il crepuscolo da un haiku del maestro giapponese Matsuo Basho: “Questo sentiero / nessuno lo percorre / salvo il crepuscolo”.

È nel crepuscolo del suo cammino esistenziale che Cortázar ripercorre il sentiero della sua cospicua e inedita produzione poetica mettendo assieme un libro che non è una mera antologia, ma un assemblaggio diacronico e ragionato dei suoi testi mescidato a parecchi scritti in prosa, che sono memorie, aneddoti, digressioni, ripensamenti, riflessioni e precisazioni critiche. Ne risulta un libro poetico anomalo – pubblicato in italiano da SUR (2022), per la traduzione del medesimo editore Marco Cassini – che Cortázar fermamente rivendica contro l’opinione di chi gli dice che “alternare poesia e prosa è un progetto suicida”. Lo scrittore argentino trapiantato in Francia replica: “… resto ostinatamente convinto che poesia e prosa si alimentino reciprocamente e che leggere alternandole non le aggredisca né le annulli… sospetto quella solita serietà che ha la pretesa di piazzare la poesia su un piedistallo privilegiato, e a causa della quale la gran parte dei lettori contemporanei si allontana sempre più dalla poesia in versi, senza tuttavia rifiutare quella che gli arriva sotto forma di romanzi e racconti e canzoni e film e teatro, il che permette di insinuare a) che la poesia non ha perso nulla del suo profondo vigore ma che b) l’aristocrazia formale della poesia in versi (e soprattutto il modo in cui poeti e editori la confezionano e la presentano) suscita resistenza e perfino rifiuto da parte di molti lettori sensibili alla poesia come chiunque altro”.

Difficile dare torto a Cortázar sia in generale sia nello specifico di un libro che intrecciando, appunto, versi e prose varie si fa leggere quasi come il romanzo dell’anima di un esule diviso tra la sua patria da cui è andato via e l’Europa che l’ha accolto e ne ha nutrito e stimolato l’ingegno letterario. Che qui secerne testi di argomento sia politico sia amoroso, poesie che si ragguagliano al tango e canonici sonetti, poesie permeate, spesso con rabbia e amaritudine, dalla visione della Buenos Aires della giovinezza, poesie di viaggio, parecchie ispirate dai paesaggi e dai grandi artisti italiani (Masaccio e Donatello, Piero della Francesca e Duccio di Buoninsegna, il Beato Angelico e Ambrogio Lorenzetti, Giotto e Francesco Laurana) oppure evocanti il sepolcro di Mallarmé, l’idillio erotico tra l’imperatore Adriano e il famulo Antinoo, l’enigma spirituale del Gautama Buddha, l’insostenibile leggerezza di Friedrich Hölderlin.

Julio Cortázar

C’è ovviamente tanto altro da leggere nel crepuscolo poetico del franco-argentino, io qui mi limito a riportare uno dei testi che più mi sono piaciuti, La marcia del tempo:   

E in più mi sposta i centri,

mi inquarta l’anima

questo calore senza fuoco, questa moneta senza denaro,

i ritratti che pendono dai volti,

gli stivaletti vuoti che salgono sui tram.

Cose di cielo gettate negli angoli

non mi consolano più,

perché non basta non esser tristi per essere felici,

non torna la domenica dopo il martedì.

Domande e risposte,

cubana etichetta verde,

oggi però la pianista ha suonato così bene

a beneficio dei figli degli annegati,

una donna vendeva tortine a Plaza de Mayo;

nota bene che parlo di giorno feriale.

Riga dritto, cittadino,

vota per far sì che le nuvole si alzino

e gli uccellini cantino,

medita il miele che si accetta vomito,

il cane che divora il vomito,

il vomito che soffre d’essere stato zuppa e vino

e guardalo sdraiato a pancia in su.

Mi fa incazzare tutto, ma le cose cresceranno

come il sangue nei termometri,

e perché darmi retta: altri aspettano

importanti, e qui ti voglio:

Cittadino! Di che colore

era il cavallo bianco di San Martin?

Paolo Guzzi ► Era lo scorso 22 marzo quando ho appreso della morte a 83 anni di Paolo Guzzi, un poeta di assoluto valore che ho conosciuto bene negli anni ’90 e in quelli zero del nuovo millennio e che, però, non vedevo più da molto tempo. L’ultima volta che lo incontrai, vidi che Paolo, da sempre corpulento, era diventato quasi obeso, come piegato e interiormente piagato dalla morte della moglie che faceva l’avvocato. Se ne è andato, mi hanno riferito, nella depressione e in solitudine. E, in pratica, nel silenzio generale. Guzzi era stato anche ottimo critico teatrale e letterario, nonché significativo traduttore dal francese di autori di primaria importanza come Molière, Baudelaire, Balzac. Aveva tradotto anche de Sade e questo interesse sia per il teatro, sia per l’infernale Divin Marchese era una cosa che ci legava, quando nei primi anni ’90 realizzai una trilogia teatrale dedicata a de Sade. Se non erro Paolo venne a vedere lo spettacolo 12 settimane a Sodoma che allestii nel 1992 con l’attore Antonio Campobasso e il musicista Mariano De Tassis, ed ebbe anche a riferirne. Tra i suoi libri poetici rammento Consumo pro capite (1972), Moduli di trasformazione (1980), Duetto (1989), Dizionario inverso (1991), Ecografie (1999), Teatro e no (2004). La sua scrittura in versi era via via evoluta verso moduli più sperimentali, segnati da un espressivismo surmoderno, ora fenomenologico, ora pervaso dalla psicanalisi. Non a caso un termine ricorrente della sua poesia era “abreazione”, parola che indica nel processo psicoterapeutico un potente fiotto emozionale mediante il quale una persona si libera da un antico trauma, la cui origine era rimasta nascosta nelle pieghe dell’inconscio.

Voglio, infine, ricordare Paolo attraverso un suo testo che aveva pubblicato nell’antologia Poesia italiana della contraddizione (1989) curata da Franco Cavallo e Mario Lunetta.

Un testo di plurima intonazione tautogrammatica intitolato Target/Theatron:

T

1 Si teatralizzano le attrici, nel tatze-bao quotidiano

sparlano andando in tavola a vela a tavoletta,

mandano odore tecnologico, si tecnicizzano

assorte nel teatro d’animazione, col tecnoperatore

da telecronaca, belle-distanti, telediffuse,

6 telesoffuse, l’orecchio al teledrin, l’occhio al telefax

P           

1 Tra quinte annerite di tiranti, perlinati,

praticabili, ondulando perbeniste s’allontanano,

pause di riflessione accendono al pannello,

nel patchwork invernale si parcheggiano,

mentre il lucido sogno le distrae

6 o l’ennesimo urlo vòlto al proprio partner

S

1 Il seno attratto dal nero della seta, lo spot

che insegue, in sportswear, lo spinello che sprinta,

«se vuoi spiazzami tanto» spia telefonica, spezzone

unico al mondo, recita sempre, sponsorizzata, sola,

spontaneista accorta, grande Venere nel palco,

6 «se vuoi fammi uno splash, gestisci ancora»

G

1 Illusorio il ghermire delle dita, il corpo che arricchisce

il gensinaro, i capelli nel gel, sdegni la gag,

guardi senza vedere «guardami infine», ma non vedi

la giungla delle luci ti ghettizza, il gotico drammone

ti trascina, col girocollo d’oro, il giraffista

6 ti porta al grill vicino, ti guarisce

H

1 Sei una fontana lucida di spruzzi, sembro un handicappato,

in mezzo all’happening, mentre recidi assurda

nell’hard-core, heavy-metal leggiadra,

l’high society convulsa che ti applaude,

all’hobbista la hit-parade del tuo corpo

6 nello scatto completo di quei segni    

Letture 1 ► Ho percorso e mi sono soffermato e ho più volte letto ad alta voce i multipli tracciati in versi del magnifico Atlante dell’attore immaginario (Edizioni Kurumuny, 2022) di Marcello Sambati. Potente radiografia poetica di un attore immaginario che è certamente il 78enne attore-regista e autore salentino, ma che è anche molto altro, come la proiezione di un ideale andare alla ricerca di un assoluto che comprende il teatrico, ma poi lo trasvaluta in una sorta di appassionata interrogazione sull’essere e l’esserci. 

Il libro di Sambati è palesemente la summa della sua lunga, cinquantennale, solitaria e originale ricerca teatrale e insieme della esplorazione di una scrittura poetica calibrata secondo un linguaggio spesso lirico-oracolare, e che ha per più versi un profilo classico, ma di un classico moderno o surmoderno, perché consapevole che la Verità (Alètheia) è inattingibile, ma non si rassegna alla mera doxa e quindi si nutre di tante verità relative e possibili nella continua trasfusione e metamorfosi tra mondo umano, animale e vegetale.

Ho sempre còlto nel teatro di Marcello, che conosco dal 1981, un sottofondo fisico-mistico che esprime un’attitudine al sacro, ma non in veste dogmatica o, peggio, catechistica, semmai di apertura e tensione verso lo svelamento, il non nascondimento ontologico del mondo.

Fa bene Raimondo Guarino, nella prefazione, a distinguere la sua scrittura da quella di Mariangela Gualtieri (attrice-autrice del Teatro Valdoca), che pur stimabile, ha una dimensione creaturale, metastorica, da innocenza invasata che per me, vecchio, inguaribile materialista marxista risulta irricevibile.

Il corpo-opera, come lo definisce Sambati, del suo teatro e della sua poesia non è un corpo purificato e indenne, è un corpo dolente e trafitto anche se dice “Sono stato un fantasma”. Uno spettro che appare a se stesso, come specchio e padre di se medesimo alla stessa stregua dell’apparizione per Amleto del fantasma del padre che, guarda caso, si chiama come lui. Mastro Shakespeare, lo sappiamo, la sapeva lunga. Ecco l’autoriflessivo testo di Marcello:

Ho saccheggiato libri trafugando parole

nutritive, parole che insistevano come

luce per lo sguardo. Ho vagabondato, corpo

di creatura, simulacro di un immaginario.

Ho mimato Eros, ho sfidato Thanatos.

Ho cercato segni effusivi, scintille, lingue

di fiamma, gesti magnifici e vani,

l’infinitamente oscuro e lo spazio dell’estrema

bellezza.    

Ho amato le forme affettive: barchette di carta,

carezze da corpi irresistibili, la pecora

demente, le radici e le chiome, le lenzuola

al vento, il prodigio e lo sforzo di ogni vita:

i misteri tattili del mondo. Ho accolto

occasioni mancate, intenzioni fallite e le

ragioni del dolore. Sono stato un fantasma.

Letture 2 ► Conosco Anna Laura Longo (n. 1973), pianista, poetessa, artista visiva, performer, critica e saggista musicale, fin dal suo primo libro in versi: Plasma! Sottomultipli del tema “Ricordo” (2004), che ebbi occasione di presentare, mi sembra proprio nella testè defunta Libreria Odradek di Roma. Nel tempo con Anna Laura ci sono state diverse occasioni di interazione e di collaborazione, anche teatrale, in forza delle sue peculiari e singolari doti performative.

Mi è pervenuto di recente il suo quinto libro poetico che ha un titolo, Declinazioni del timbro (Campanotto Editore, 2023), fortemente, direi programmaticamente eloquente. Se il timbro, il timbro fonetico identifica quella specifica, particolare qualità sonora che fa di una voce quell’‘unicum’ non confondibile con mille altre voci, qui si vuole richiamare l’originale timbro della voce poetica di Longo attraverso le declinazioni della sua scrittura. Scrittura che fin dal principio mi è sembrata potentemente idiosincratica, strutturata mercè concettualità linguistiche mai ovvie e banali, secondo una trama stratigrafica di metaforizzazioni anche enigmatiche, svianti, spiazzanti, come seguendo un flusso psiconirico o rasentando immagini tra nonsensico ed assurdo. “Risalendo i fiumi / dei pensieri radi e modificabili / si produsse un caustico avvicendamento / di segnali e odori…” (p. 19); “Ammirevole l’onda. / Non può essere istituzionalizzata.” (p. 21); “Dalla sabbia emerge una verità / affatto conchiusa.” (p. 26); “Il volto assente era propenso a tessere / istanti confabulanti.” (p. 28); “Il colore stride tra le forze del margine…” (p. 31). Si potrebbe andare avanti a lungo a citare i versi straniti e straniati di Anna Laura che rompono la comunicazione quotidiana e obbligano il linguaggio a trovare nuovi territori di senso. In questo libro si arriva sino alla scrittura asemica (vedi la tavola a p. 45), o alla composizione fonetistica, forse sulle orme del poeta dadaista Hugo Ball: “Kuwadari / Semidilà / Badidari flai / Zulamàn / Tado taso Ga” (p. 43). Talora la scrittura si rende più trasparente o fa contatto con il mestiere di musicista di Longo: “C’è una dirompenza / nelle aree estese della musicalità. / L’inesatto aroma abissale / ingigantisce e freme / in una ritmicità della gioia. / Ora il passo informe / dà volume a un dissodamento”. Del resto, i dissodamenti della scrittura di Anna Laura più volte mi hanno fatto pensare alla musica atonale contemporanea, alle slogature di suono che si sottraggono alla tirannia della melodia per realizzare inedite architetture musicali capaci di delineare nuovi orizzonti di ascolto.

Anna Laura Longo durante una sua performance

Il volumetto si chiude con una serie di dense prose poetiche come “Corollari intrepidi”, dove si può leggere questo explicit che mi sembra pressoché una compiuta autodefinizione della ricerca in versi di Longo: “L’apertura di uno scenario si condensa nell’oscurità e nella plasticità degli enigmi. La risposta è nel coraggio dell’incommensurabile? Nuova luce attrattiva. Verso una risonanza del reale eterno.” (p. 69).       

Ascolti ► Autore e critico poligrafo, ma soprattutto autorevole veterano della scena della poesia sonora italiana e internazionale, Enzo Minarelli ha di recente pubblicato un nuovo disco in vinile La Stanza sul Fiume (OrBeatsize, 2023), in sinergia con le musiche di Enrico Serotti. Come precisa Minarelli, sulla facciata A del long-playing sono presenti sei brani con nuovi testi, scritti appositamente per questa nuova uscita discografica. Mentre sul lato B, vengono ripresi cinque testi elaborati tra gli anni ’80 e i ’90. E questa precisazione temporale risulta utile anche per una collocazione estetica dei suoi lavori. Nel senso che nelle poesie più antiche, di trenta-quarant’anni fa, la dimensione sperimentale è decisamente più marcata e accentuata. Per esempio, in Aopoem si sgrana un tessuto fonetistico vocalico-consonantico, ritmato percussivamente e spezzato dalla formula “Abracadabra”; in Predisposizione ascoltiamo vocalizzazioni simil-canore per l’evocazione di celebri quadri di Paolo Uccello, Piero della Francesca, Raffaello Sanzio, etc. ; in Siamo analessico si sprigiona un recitato iperanaforico con costanti allitterazioni tautogrammatiche; poi c’è il vivace, frizzante recitato ispanistico di Poema erotico-ispano-brasiliano e la voce soffiata che elicita un lungo elenco definitorio-paratattico tra detto, scritto e vissuto del testo del 1991 La sola e vera poesia d’amore.

Nei testi più recenti, mi pare invece che l’elemento sonoro e prettamente significante della parola sia molto meno evidente, laddove prevale una spoken word che gioca più che altro su allitterazioni, assonanze, omoteleuti, talora con effetti da filastrocca: “zappa la mappa mangia la pappa / sbraccia la fiacca / pacca in spalla scansa la pacca / che ti spacca che ti spacca / porca la vacca salta” (Salta).

Non di rado Minarelli dinamizza il recitato con versi e strofe più volte ripetuti e sottolineati sia per dare ritmo al flusso poetico, sia per generare echi nonsensici: “labirinti in trasparenza / canne volanti / che oscillano parlanti / plichi non le pieghi / assorbenti resistenza scritta” (Rotolano).

Qui la voce di Minarelli scandisce testi spesso con un timbro tra sardonico e svitato: “flutti tuffati rutti tuffati / liuti scapestrati indigesti / un fiuto d’indole malsana / bolle di brutto bolle cadere / a cascate l’estasi” (Tuffati). Quindi, in explicit, il poeta sonoro sembra ironizzare pure su se medesimo: “incombe starnazza / non fa primavera / t’allunghi basta ciance / l’arcobaleno ti mette in riga / ti mette in fila” (Basta).  Sì, forse la poesia sonora non fa primavera, ma aiuta a giocare con la lingua, sapendo che il giuoco è la cosa più seria che c’è, anche nella verbosfera.

Le musiche di Serotti che intrecciano tastiere ed elettronica e, talora, basi ritmiche, accompagnano piacevolmente la spoken word del disco, non direi che ci sia un vero interplay tra voce e suono, ma un procedere di sponda lungo il fiume fonico che inonda la ludica stanza della poesia minarelliana.              

Visioni ► Ogni tanto mi giungono da San Polo dei Cavalieri, dove si è ritirato a vivere parecchi anni fa, gli Ufo cinemici di Benedetto Simonelli, già attore-performer e regista eccentrico dell’avanguardia teatrale delle cantine romane negli anni Settanta. Gli Ufo filmici in veste di dvd che mi spedisce Benedetto sono altrettante testimonianze del suo radicale cambio di vita e di visione dell’esserci. Da una dimensione metropolitana attraversata da tensioni, rabbie e furori creativi, ad una immersione panica nella dimensione del naturale e dei suoi elementi basici. I docu-film di Simonelli si assomigliano tutti come gocce d’acqua, li potremmo considerare come facenti parte di un’unica opera cinevisuale. L’ultimo che mi è pervenuto – dopo Radici, Genesi, Anthropos – si intitola MaKom (che in ebraico significa luogo) ed è presentato come “Documento visivo di El Abdul”. Dura due ore esatte e le riprese sono state effettuate, come i precedenti, nei dintorni di San Polo, nei boschi, nei pianori, nei campi, nei camminamenti rurali che circondano il paesino laziale. Gli stilemi cinemici sono sempre gli stessi: placide inquadrature di lunga, estenuante durata, lente dissolvenze ed assolvenze, montaggio (di Gianluca Filippi) paratattico, niente parlato, qualche scritta-segnacolo, niente musiche, soltanto rumori naturali: acqua che sgocciola da una fontana, suoni di campanacci al collo di pigre mucche, ronzii di insetti, fruscii del vento tra le foglie, il furioso frinire delle cicale (siamo palesemente nella stagione estiva), trilli di uccellini, il lontano rombo di un jet che solca il cielo, lo sfrigolio di legnetti che bruciando alimentano un fuoco. Visionare un film di Benedetto è pressoché un esercizio zen. Non bisogna avere né fretta né impazienza. Tanto sullo schermo non accade nulla o, forse, il nullatutto. Occorre entrare in uno stato contemplativo, osservare senza pensieri uno spaziotempo che riflette se medesimo, location naturali apparentemente statiche e immobili, eppure in sotterranea permanente vibrazione e mutazione.

I quadri riprendono il disco solare color arancio all’alba e al tramonto, la luna illuminata dal sole tra le nubi, plurimi paesaggi boschivi, il sole che filtra tra i rami degli alberi, specchi d’acqua ora torbida ora trasparente, cieli azzurri tersi o rannuvolati, bianche nuvole sommosse dai venti d’alta quota, rocce sparse, le foglie delle piante del sottobosco, l’oscillare di margherite e fiori rosa, panoramiche su delle verdi colline, il crinale di una collina come una arborea silhouette nell’orizzonte cilestrino.

In questa estatica estate compaiono delle mucche attorno ad un abbeveratoio, una mandria di cavalli allo stato brado, bai e morelli che brucano piante boschive, persino uno scarabeo che corre su dei sassolini. L’unica figura umana è quella dello stesso Simonelli, sempre ripreso di spalle con maglietta nera smanicata, manicotti di grossa lana ai polsi, dei pantaloni stinti coi colori della mimetica, una borraccia e un tascapane. Un uomo che è un camminante che procede lungo i sentieri delle colline e dei boschi, erratico, senza meta. Si spalma dell’argilla sul busto, si sdraia supino con gli occhi bendati, afferra delle pietre e le batte o le struscia una contro l’altra, prende un lungo ramo e lo solleva in alto e, poi, se lo mette in bilico sulla testa. Il suo viaggio nella natura appare una forma di meditazione in movimento, il passo è lento, quasi stracco, non c’è energia di wellness o di jogger, bensì una animalità (o cosalità) di viandante che si vorrebbe fare più albero degli alberi, più roccia delle rocce, più aria dell’aria, più terra della terra stessa.

Alla fine, accende un fuoco dentro una pietraia-braciere e la fiamma si alza tra volute di fumo come per incarnare “lo Spirito del Luogo”. Explicit con fade-out e fade-in tra il fuoco e il sole che scompare dietro una scura nuvolaglia ripresa in controluce.

Benedetto Simonelli in “MaKom”

Sicuramente i film di Simonelli sono prove di resistenza e di capacità di porsi in una condizione di visione-ascolto prolungata che assomiglia ad una preghiera o a una seduta di yoga. Alla lontana i suoi docu-movie mi ricordano le belle pellicole di Michelangelo Frammartino, il regista di Le quattro volte (2010) e Il buco (2021), oppure mi fanno pensare alle video-opere dell’artista italo-americano Bill Viola, entrambi autori che lavorano su una lentezza esasperante, ora di montaggio ora di micrometamorfosi dell’immagine. O anche mi vengono in mente i clamorosi film concettuali di Andy Warhol, come Sleep (1964), la ripresa per cinque ore e venti minuti del poeta John Giorno che dorme, o Empire (1965), la ripresa a camera fissa per oltre otto ore dell’Empire State Building di New York. Ma in Benedetto non colgo più alcuna voglia di provocazione intellettuale o sperimentale. Nell’incontro con e dentro la natura lui celebra un senso antropologico del sacro, sottratto alla civiltà e al dominio delle macchine, la sua solitudine cinemica richiama la solitudine di un uomo aborigeno che si apre all’essere. Il suo è un invito a riscoprire la meraviglia del mondo, quella che abbiamo abitualmente sotto gli occhi e non sappiamo più vedere per quello che è: l’epifania del divino nel locus della natura naturans. “Deus sive Natura”, appunto, secondo la celebre formula spinoziana.       

Suicidi ► Leggo che, secondo la ricerca di un istituto internazionale, con 15,3 suicidi all’anno ogni 100mila abitanti è la Finlandia il paese europeo in cui più persone decidono di darsi anzitempo la morte. Apprendo pure che in questa non lieta, direi macabra classifica l’Italia si colloca al 33mo posto con 6,7 suicidi all’anno ogni 100mila abitanti.

Questa notizia mi ha fatto riaffiorare un antico ricordo. Era il 1998 e mi recai ad Helsinki per rappresentare il Sindacato Scrittori in un incontro-tavola rotonda della poesia europea, durato vari giorni e organizzato dall’Unione Scrittori della Finlandia. E lì ebbi a conoscere un poeta locale assai rispettato, lungocrinito e con una barba già brizzolata. Con questo finnico poeta dopo le sedute collettive ufficiali andavamo a bere una birra in qualche locale, chiacchierando variamente, talora faticosamente in inglese. Dialogando emergevano tutte le differenze socio-culturali tra il suo paese e l’Italia. Un quarto di secolo fa la Finlandia aveva all’incirca cinque milioni e mezzo di abitanti (più o meno come oggi) e un elevato tenore economico. Gli immigrati erano molto pochi, anche perché i governi socialdemocratici oltre a sostenere una politica di diffuso welfare, controllavano attentamente i confini nazionali respingendo con severità gli immigrati clandestini. Inoltre, era macroscopico il grado di emancipazione delle donne finlandesi, protagoniste della vita sociale e culturale e politica non meno, se non più degli uomini (basti pensare alla giovane, avvenente premier Sanna Marin, sconfitta lo scorso aprile alle ultime elezioni nazionali). Il poeta mi parlava della sua seconda moglie come di una donna dinamica e intraprendente che in pratica era il vero capofamiglia. Poi mi accennò alla prima consorte che si era suicidata in giovane età. Forse indelicatamente, glie ne chiesi il motivo. Lui a quel punto mi parlò pure di altri amici prematuramente suicidi. Ero perplesso: come mai in un paese benestante, apparentemente ordinato, regolato e felice tante persone si davano la morte?

Il poeta allora mi parlò del clima. Lui abitava a Tampere, una città a un paio di ore di macchina a nord di Helsinki. Una città, precisò, dove d’inverno c’erano non più di quattro ore di luce, poi soltanto buio, neve, ghiaccio e temperature polari per circa sei mesi. Anche se sei nato in Finlandia e sei abituato sin da bambino a questo, mi spiegò, tale situazione climatica non può non influire sull’umore degli abitanti, il gelo esterno si insinua e si tramuta in gelo interiore, in una disposizione depressiva che dà infelicità e che spinge non pochi individui a togliersi la vita. Mentre diceva tutto questo, il poeta finlandese aveva uno sguardo malinconico e sofferto, in un certo senso mi stava facendo un’autoconfessione. Beati voi italiani, concluse, che vivete nel paese del sole e dei limoni come asseriva Goethe. Annuii, riflettendo che forse era vero, a fronte di tutti i guai, i problemi, le innumeri criticità del Belpaese, il temperato clima mediterraneo è se non una panacea, almeno un parziale antidoto al baratro della depressione suicida.

Comunque, ancora rammento di quella fresca estate finlandese la meraviglia delle notti bianche, col sole nordico che ancora alle notturne due e mezzo accarezzava con luce radente il paesaggio urbano di Helsinki e induceva a non andare mai a dormire. Ma breve e luminosa è l’estate, lungo e oscuro è lassù l’inverno. E, talora, purtroppo fatale.            

Suprematismo occidentale ► Non era necessario aspettare l’invasione dell’Ucraina per sapere chi è Putin. Bastava avere letto anche soltanto un libro della giornalista Anna Politkovskaja, assassinata nel 2006 a Mosca, per capire di essere al cospetto di un autocrate allevato nel Kgb e tramutatosi in un politico freddo, cinico e spietato, in sostanza un criminale al vertice del potere russo.

Precisato questo, è difficile dare torto al criminale Putin quando accusa gli Stati Uniti, la Nato, il complesso imperiale occidentale (che include l’Europa) di volere imporre al resto del mondo il suo ordine di superpotenza dominante, sventolando la democrazia e i valori liberali come un manganello con cui duramente bastonare chi non si adegua o è, semplicemente, portatore di valori e visioni diversi, antagonisti. Che poi dietro i veri o supposti valori, da una parte e dall’altra, vi siano preponderanti interessi macroeconomici e geostrategici ‘ça va sans dire’.  

In questi quindici mesi di conflitto russo-ucraino, personalmente ne ho sentite ‘di ogni’. Surciliosi e impettiti professori, naturalmente ‘antifascisti’, pronti ad elogiare le virtù della guerra come mezzo necessario a forgiare il carattere della popolazione per la difesa dei sacri valori liberal-democratici e contro l’imbelle pacifismo dei vili, con toni che mi hanno rivangato le intemerate belliciste dell’oratoria mussoliniana, il tutto ovviamente nel segno dell’“armiamoci e partite”. Altri pronti a scagliarsi contro le illusioni sparse dalla globalizzazione economico-commerciale che, fermo restando il primato dell’occidente, supponeva che tale movimento avrebbe sospinto i paesi autocratici e dittatoriali come la Russia e la Cina ad abbandonare i loro sistemi politici per uniformarsi al vangelo democratico sotto il comando politico-militare degli Usa. Anche qui, davanti a tale patente disillusione, anatemi e improperi lanciati contro gli imperi del male russo e cinese e risibile negazione che quello occidentale a direzione americana (con gli europei vassalli) sia un impero pronto a sanzionare, quando non a schiacciare chi non si allinea.

Su questo fronte uno degli ideologi più categorici è l’ormai vecchio ‘nouveau philosophe’ Bernard-Henri Lévy che ha scritto un volume pamphlet, Dunque, la guerra! (La nave di Teseo, 2023), in cui si mette a capofila degli intellettuali con l’elmetto, determinati a combattere a morte Putin e Xi Jinping in nome del paradiso dei ‘valori europei’, teorizzando in pratica un suprematismo bianco-occidentale che diventa la vera e unica linea di discrimine della politica mondiale. E se un’alleanza economica come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si vuole sottrarre a tale suprematismo e sta ora studiando la possibilità di emettere una moneta di scambio internazionale alternativa al dollaro, peggio per loro. Dall’antico slogan “socialismo o barbarie” proclamato da Cornelius Castoriadis siamo pertanto arrivati a “occidentalismo o barbarie” di Lévy. Noi, così, dobbiamo combattere senza tregua versus la barbarie altrui, la guerra è leva di civiltà (la nostra, of course), e intanto spediamo sempre più armi all’Ucraina che è in questo momento in prima fila contro i nuovi barbari. Se, poi, il pontefice Bergoglio afferma che tutto questo è pazzia, che non porta affatto alla pace e che stiamo già vivendo dentro la terza guerra mondiale a (relativa) bassa intensità, temo proprio che abbia pienamente ragione.

È questo, mi sembra, lo stato delle cose. Siamo al muro contro muro. Nessuna voglia o capacità di cercare di capire le ragioni dell’altro, per provare a dialogare con lui per scongiurare il peggio. Non mi sento allora né pessimista, né ottimista, osservo quello che accade e quello che sta accadendo è esattamente il peggio. Chi vivrà, saprà che fine farà il mondo.                

“Eve of Destruction” ► Le lunghe, minacciose ombre di guerra del presente, mi hanno richiamato dal fondo della memoria un’epica canzone di protesta, Eve of Destruction (1965) del cantautore americano, oggi 87enne, Barry McGuire. L’ho riascoltata dopo una vita, ebbene al netto di certi riferimenti di quasi sessant’anni fa, risulta perfettamente attuale e premonitoria, come a sottolineare che il mondo moderno nella sua politica essenza, incardinata al rischio atomico-nucleare, non cambia mai, siamo sempre alla ‘vigilia della distruzione finale’. Ascoltare per credere:      

The Eastern world, it is explodin’

Violence flarin’, bullets loadin’

You’re old enough to kill but not for votin’

You don’t believe in war, but what’s that gun you’re totin’?

And even the Jordan river has bodies floatin’

But you tell me over and over and over again my friend

Ah, you don’t believe we’re on the eve of destruction

Don’t you understand what I’m trying to say?

Can’t you feel the fear that I’m feeling today?

If the button is pushed, there’s no running away

There’ll be no one to save with the world in a grave

Take a look around you boy, it’s bound to scare you, boy

But you tell me over and over and over again, my friend

Ah, you don’t believe we’re on the eve of destruction

Yeah, my blood’s so mad, feels like coagulatin’

I’m sittin’ here just contemplatin’

I can’t twist the truth, it knows no regulation

Handful of Senators don’t pass legislation

And marches alone can’t bring integration

When human respect is disintegratin’

This whole crazy world is just too frustratin’

And you tell me over and over and over again my friend

Ah, you don’t believe we’re on the eve of destruction

Think of all the hate there is in Red China

Then take a look around to Selma, Alabama

Ah, you may leave here for four days in space

But when you return, it’s the same old place

The poundin’ of the drums, the pride and disgrace

You can bury your dead but don’t leave a trace

Hate your next door neighbour but don’t forget to say grace

And you tell me over and over and over and over again my friend

You don’t believe we’re on the eve of destruction

You don’t believe we’re on the eve of destruction

«L’Est del mondo sta esplodendo / La violenza si sta diffondendo, le pallottole sono in canna / Sei abbastanza grande per uccidere, ma non abbastanza per votare / Tu non credi nella guerra, ma che cos’è quell’arma che stai imbracciando? / E perfino sul fiume Giordano ci sono cadaveri che galleggiano

Ma dimmi ancora e ancora e ancora, amico mio, / ah, Non credi che siamo alla vigilia della distruzione?

Non capisci quello che sto cercando di dire? / E non riesci a sentire la paura che oggi percepisco? / Se verrà premuto il bottone, non ci sarà nessun posto dove fuggire / Non ci sarà nessuno che si salverà con il mondo ridotto a una tomba / Dai una occhiata attorno a te, ce n’è abbastanza per spaventarti, ragazzo

Ma dimmi ancora e ancora e ancora, amico mio, / ah, Non credi che siamo alla vigilia della distruzione?

Sì, il mio sangue è così folle che sembra si stia coagulando / Sono seduto qui e sto soltanto meditando / Io non posso rovesciare la verità, essa non conosce regole / Una manciata di senatori non fa passare la legge / E le marce da sole non possono portare l’integrazione razziale / Quando il rispetto per l’uomo si sta disintegrando / Questo intero pazzo mondo è semplicemente troppo frustrante

Ma dimmi ancora e ancora e ancora, amico mio, / ah, Non credi che siamo alla vigilia della distruzione?

Pensa a tutto l’odio che c’è nella Cina rossa / E poi getta un’occhiata a Selma in Alabama / Ah, tu puoi girare per quattro giorni qui nello spazio / Ma quando rientri è il solito vecchio posto / Il rullare dei tamburi, l’orgoglio e il disonore / Tu puoi seppellire i tuoi morti, ma non lasciare una traccia / Odia il tuo vicino, ma non dimenticare di dire una preghiera di ringraziamento

Ma dimmi ancora e ancora e ancora, amico mio, / ah, Non credi che siamo alla vigilia della distruzione? / ah, Non credi che siamo alla vigilia della distruzione finale?»

‘Cancel History’ ► Si parla e si straparla tanto di ‘cancel culture’ come di un nuovo morbo che ha invaso, in primis, il mondo angloamericano inducendo, ad esempio, le autorità universitarie a modificare il contenuto di parecchi insegnamenti umanistici in ossequio al ‘politicamente corretto’ o gli editori a riscrivere e ‘purificare’ in parte o in toto le opere letterarie ‘scorrette’ o non allineate coi nuovi dettami, appunto cancellando le distanze e i contesti storico-temporali e appiattendo tutto sul presente.

Molto meno si parla, oggi, invece di ‘cancel history’ che poi equivarrebbe al tradizionale “la storia la scrivono o riscrivono i vincitori”. Vale a dire, la narrazione storica è un’arma politica, di più politico-ideologica, che stabilisce qual è la ‘verità’ della storia che bisogna far passare o imporre. Dal 1922 al 1943 fu, per esempio, il fascismo che in Italia stabilì qual era la narrazione corretta con il duce visto insieme come epigono e prosecutore della missione imperiale-romana della nazione italica. Dopo il 1945 la narrazione si rovesciò, Mussolini fu raccontato come un criminale politico e l’antifascismo venne innalzato a religione laica della nuova repubblica. Andando indietro nei secoli, se le guerre puniche si fossero concluse con la vittoria di Annibale, avremmo avuto una narrazione africana vòlta ad irradiare la gloria e la superiorità militare di Cartagine e, forse, al presente avremmo zattere e barconi di migranti italici pronti a sbarcare sulle spiagge libiche e tunisine invece che il contrario. Chi lo può escludere?

E, allora, a proposito di ‘cancel history’ leggendo “il manifesto” si apprende che in India, il partito induista al potere, il Bharatiya Janata Party (BJP) del premier Modi, è fortemente impegnato a riscrivere i manuali di storia per gli allievi delle scuole medie, espungendo interi blocchi storici.

In primo luogo, il capitolo riguardante la storia antica dell’Islam e in particolare le vicende relative ai califfati musulmani tra VII e XII secolo, tra cui quello omayyade e quello abbaside.  Ancora più grave la rimozione della narrazione storica concernente la dinastia musulmana dei Mughal, i cui re hanno dominato nel sub-continente indiano per circa trecento anni tra il XVI e il XIX secolo. Tutto ciò in nome di un odio anti-musulmano che è un fattore identitario molto forte per gli induisti capitanati da Modi. Ma pure diverse vicende dell’India contemporanea, leggo, sono state ‘corrette’, a cominciare da quelle riguardanti la divisione tra Pakistan e India, per proseguire con l’omicidio nel 1948 del Mahatma Gandhi, assassinato da un fanatico induista, militante del Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), una organizzazione radicale di destra da cui discende la matrice ideologica del BJP, il partito accesamente nazionalista di Modi. Insomma, il potere in India sta riscrivendo la storia per regolare i conti politici, anche omettendo che il padre (santo) dell’India moderna, Gandhi, aveva un pessimo rapporto con i nazionalisti hindu, oggi al vertice.

Il Mahatma Gandhi

Sparisce, inoltre, dai libri di storia pure ogni notizia attinente alla mattanza avvenuta nel 2002 nello stato di Gujarat, governato al tempo da Modi, dove nel giro di tre giorni scattò un pogrom che portò all’eliminazione di un numero di musulmani oscillante tra 1.200 e 2mila vittime. Historia magistra vitae? No, historia instrumentum regni. Ieri, oggi e domani… augh.                 

Sakamoto ► Se ne è andato a 71 anni, il 28 marzo u.s., Riyuichi Sakamoto, forse il più conosciuto compositore contemporaneo giapponese. Io appresi della sua esistenza nel 1975, alla festa di Democrazia Proletaria alla ‘valletta dei cani’ a Villa Borghese a Roma, dove ero presente tra i ragazzi del servizio d’ordine. Sakamoto al tempo aveva 23 anni e capeggiava la già famosa Yellow Magic Orchestra, una formazione che usava sintetizzatori e tastiere per creare una musica ibrida che mescidava elettronica e pop, secondo una vogue sperimentale, che in Italia in quel momento aveva tra i suoi fautori Franco Battiato.

Ho ancora il ricordo di un bellissimo concerto notturno del gruppo giapponese, ingaggiato dal sagace organizzatore David Zard, e totalmente alternativo a certe lagne cantautorali nostrane nel segno dell’‘impegno politico’ quasi obbligatorio negli anni ’70.

Sakamoto, più tardi, lasciò la Yellow Magic Orchestra per avviare una carriera da musicista solista ed ebbe a specializzarsi, un po’ come Ennio Morricone, nella produzione di colonne sonore per film. Fu in questa veste che lo ritrovai nel 1983 per la pellicola Furyo del pregiato regista Nagisa Oshima dove lui era impegnato pure come attore, nella parte di un duro ufficiale dell’esercito nipponico che aveva una fascinazione omosessuale per un prigioniero neozelandese interpretato da David Bowie. Ma di quel film soprattutto si rammentavano le sue musiche e la magnifica canzone “Forbidden colours” interpretata con voce vellutata da David Sylvian, cantante del gruppo Japan, oscillante tra new wave, ambient e glam-rock. Da allora Sakamoto divenne una star internazionale vincendo nel 1988 l’Oscar per le musiche di L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, e confermando di essere un ponte interculturale pressoché unico tra le sonorità orientali e quelle occidentali. Un intellettuale della musica che bypassava tutti i confini.     

Bob Dylan pittore ► A proposito della mostra dei quadri di Bob Dylan, intitolata Retrospectrum al Maxxi di Roma (a cura di Shai Baitel), avevo sentito alcune voci non benevole, direi piuttosto malevole. Ma non, come mi sarei aspettato, sulla cattiva qualità delle opere del cantautore americano. Bensì, di fronte alla buona fattura di, non tutte, ma molte delle tele esposte, l’insinuazione che dietro vi fosse la mano di qualche ‘ghost painter’ oppure che, sfruttando tecniche abbastanza conosciute, i quadri fossero meri ricalchi di fotografie. Con questi dubbi mi sono così recato a visitare la mostra pochi giorni prima che essa (il 30 aprile) chiudesse i battenti. Intanto chiedendomi: ma che interesse avrebbe una celebrity planetaria come mr. Robert Zimmerman a mettere in piedi una plateale truffa artistica a rischio di essere pubblicamente svergognato? Dylan si è dichiarato sempre e soltanto un musicista, quando gli hanno assegnato il Nobel per la Letteratura nel 2016, facendo infuriare centinaia e centinaia di poeti in tutto il mondo che si sentivano un po’ comicamente derubati, non è neppure andato di persona a ritirare il Premio, mandando in sua vece l’amica Patti Smith. A partire dagli anni ’70 la sua vita privata è diventata misteriosa, sfuggente, Dylan è una delle star mondiali che con maggiore determinazione difende la sua privacy. La sua vita pubblica è soltanto sul palco dove da decenni porta in giro il suo “Never Ending Tour”.

E quando non suona e canta, che cosa fa il nostro menestrello? Disegna e dipinge come dimostra questa esposizione che, se mi ha colpito, è in positivo. Una bella mostra di stampo prettamente figurativo, anche se appare evidente che molti quadri sono ripresi da fotografie e da fotogrammi di film, ma se sono ‘copie’ e rifacimenti (e non ricalchi) ispirati da altre immagini, lo sono con gusto e discreta tecnica, soprattutto con un uso espressionistico dei colori che non sarà da pittore professionista, ma evidenzia una precisa e non ordinaria sensibilità estetica. Lo sguardo poetico-visivo di Dylan va in primis al peculiare paesaggio urbano e rurale degli States. Grandi trittici sulla skyline e la linea metro della Grande Mela, un’auto al centro della strada che attraversa la Monument Valley ritratta in un tramonto rosso fuoco. Scorci metropolitani con le ben note insegne luminose orizzontali e verticali, angoli idilliaci di New Orleans, persino una tela con la scalinata di Trinità dei Monti a Roma, vista dal basso.

Poi c’è il filone palesemente sollecitato dalla pittura di Edward Hopper: interni ed esterni di umanità desolata, spaesata, depressa, preda della solitudine e della meccanica ripetizione dei gesti in una vita quotidiana immersa nel grigiore e nell’infelicità. Una coppia in bianco e nero che si abbraccia e un tizio che guarda in tralice; una donna corpulenta e sederona con cappello e abito celeste vista di spalle; gruppi di uomini e donne neri e vocianti; due tizi seduti col cappello in testa che si guardano con ambigua complicità; un prete di colore con un bambino accanto; un uomo da solo che beve il caffè in una stanza col pavimento a scacchi bianchi e rossi; un cow-boy al rodeo sopra un cavallo pezzato che scalcia; due pugili che si combattono su un ring sotto le luci spioventi; l’ingresso e l’insegna di un negozio di barbiere; un uomo anziano sdraiato esausto sul letto sotto una finestra; un binario vuoto che si perde in lontananza sotto un cielo rosso e giallo; una donna in uno scantinato, assisa su una pila di cassette di legno di alcolici, che fuma con gli occhi chiusi e le sensuali gambe nude; vari uomini impegnati a giocare al biliardo col panno verde in primo piano; un individuo coi basettoni che acquista un giornale ad una edicola; incroci stradali e ferroviari con le scritte segnaletiche; pompe di benzina e auto pinnate parcheggiate; un altro uomo che fuma sdraiato sul letto, con il portacenere sul petto in una squallida stanza di motel; tre anziani seduti di spalle su una panchina e un quarto in piedi, frontale, con i pantaloncini corti in una località marina; un uomo in canottiera in una stamberga con la sigaretta tra le labbra; il casotto di un venditore di hamburger; una strada che attraversa una piana crivellata da alti tralicci, con l’insegna della Royal Crown Cola in primo piano a destra; poi il quadro più hopperiano di tutti: l’interno di un caffè con alla sinistra un tavolino con due marinai vestiti di bianco, un avventore al bancone, il barista inchinato, una coppia seduta che flirta davanti a un bicchiere di birra, e alla destra, in piedi, una giovane, avvenente donna bruna con abito rosso attillato e orecchini penduli che pare osservare o sovrintendere l’intera scena.

Un dipinto ‘hopperiano’ di Bob Dylan

Si segnalano, quindi, quattro opere di quella che l’artista stesso definisce ‘Revisionist Art’. Secondo una modalità tipica di tanta Pop Art, qui Bob riprende le copertine di noti magazine yankee (Life, Magnatude, Fruitcake, Art News) modificando parole e immagini e poi serigrafandole ‘falsificate’, così come Andy Warhol faceva con le etichette dei prodotti commerciali e Roy Lichtenstein con i fumetti.

Ma nella mostra ‘retrospettrale’ dylaniana non ci sono soltanto i quadri. Anche molti disegni in bianco e nero affiancati ai testi di celebri canzoni: It ain’t me, babe, The times they are a-changin’, Highway 61 Revisited, Mr. Tambourine Man, Like a rolling stone, etc. Poi ci sono dei disegni verbovisivi con i versi di Knockin’ On Heaven’s Door. Si proietta, inoltre, su una parete il famoso video di Subterranean Homesick Blues tratto dal documentario Dont Look Back (1967) di D. A. Pennebaker, in cui si vede Dylan mostrare e, poi, gettare a terra dei cartelli con le parole della canzone. Gli stessi cartelli che sono riprodotti su una parete-mosaico prospiciente.

Postrema sorpresa sono le sculture: dei simil-cancelli simil-barocchi metallici che sono accrocchi saldati di catene, chiavi inglesi, chiavi a croce, ruote di ferro e multiple rondelle, forconi, sbarre, ganci e tubi. Suggestiva è, poi, una grande installazione con un pilone centrale che regge tre portiere arrugginite e/o incidentate d’auto e una tabella di pubblica accusa contro i crimini del famigerato gangster John Dillinger.

Si esce, infine, dalla mostra lieti di averla visitata e con la convinzione che la produzione artistica dylaniana è piacevolmente sussidiaria rispetto alla sua produzione musicale. Voglio dire: non è un mero hobby da pittore della domenica, bensì una dimensione minore, ma non irrilevante della sua creatività multitasking, utile complemento della sua visione poetica del mondo depositata in centinaia di canzoni che sono, possiamo dirlo, patrimonio dell’umanità.  

“Portolano per approdi improbabili”

Porto Mishima: sole e acciaio per forgiare l’animo di vecchi samurai

Mentre il popolino ostenta il gusto sadico di chi ti frustra e ti frusta

C’è un momento ludico che spezza il contromovimento tragico

La realtà a volte scatta come un coltello a serramanico che ci pugnala

A morte ogni giorno, ma noi chissà perché continuiamo a vivere

Ostinati e resilienti o persuasi che alla fine ci sarà una resurrezione

*

Porto Bukowski: si attracca per andare ad infilarci nei party serali

Pullulanti di ubriaconi seriali, le escort per pochi denari sono pronte

A dirti: sei fantastico a letto! Lei appariva un incantevole fiore fiorito

In un prato merdoso, l’amore poi assomigliava a una goccia cinese

Una tortura che annuncia l’inesorabile declino di una stronza

Giravano nastri in cui ascoltavo la voce dei miei interiori mostri

*  

Porto Duchamp: annaspavo paonazzo in preda a un attacco di dispnea

Il respiro mozzo mi impediva di storicizzare il tempo presente

Étant donné una luce piovorna che mi invita a non pensare al ritorno

A un angolo di strada c’è quello che canta Jannacci: “sono un ragazzo

Padre, chiedo la carità”, il demiurgo dei ready made colleziona

Strumenti di supplizio e sogghigna verso la sposa denudata dagli scapoli

*

Porto Gadda: sbarchiamo in gruppo nei vicoli della Città dell’Alfabeto

La gente compita parole senza senso tipo azucra, sirdeto, demcegi, trasquo

Tu diresti asserzioni cinobalaniche seguite da petizioni e ripetizioni

Anche il corrente kuce qui appare un verbopatico duro e puro che esterna

La sua sociopatia ed egomania attraverso iperboli sgraziate e disgraziate

Un muscolare e mascellare zigzagare sino alla demenza e alla delinquenza

*

Porto Cioran: cartelloni pubblicitari reclamizzano trattati di decomposizione

Oppure squartamenti per menti psicodevianti o che vanno controsenso

Secondo retori in corsa contromano sull’autodromo di fine civiltà

Però la tossicodipendenza non era stata accertata dall’esame tricologico

E loro se ne andavano al cinema mentre scoccava l’ora del diverso sentire

La rissa tra pareri culturali adialettici esibiva un inutile spreco di energie

*

Porto Abbott: sul molo la cantantina smiagolava post-rock e new rhythm

’N’ blues, Flatlandia era sicuramente spaesante, ma infine allettante

Come un madrigale in quinta discendente, la bidimensione così non ebbe

Su di me un effetto raggelante, vistosa si allungava una piana splendente    

Dove c’erano quelli che si spacciavano come forme del sogno raggiante

È tutto refertato, la piattezza certifica che non siamo un mondo decadente

Bob Marley (1980)

Porto Marley: ti accolgono suoni di reggae sunsplash e zaffate di erba

Nei cilum carichi tra picchi di afrobeat che sprintano gai sul rototom

La fiesta rastafariana può diventare una discesa a tomba aperta dove

In un volgere di mistici ritmi si può decidere la tua personale sorte:

Se indossare una corona luminosa e piena di vita e di gloria posseduta      

O scontare un incalcolabile tempo in levare vestiti per sempre a lutto

*

Porto Bianciardi: strani sguardi contemplano spazi di esistenza agra

C’è pure un artista fatto fuori a pistolettate e un pistolero col muso cupo

Che si vanta di dipingere quadri pacifici, idilliaci, sinanche paradisiaci

I bambini locali ci guardano, sì, ma in effetti non ci filano di pezza

Passano eterni attimi, poi ammiccano e ti dicono: comunque è tanta roba!

Occorre aprire il fuoco sulla famiglia disfunzionale o sull’intera società?

*

Porto Welles: nessun cittadino Kane o Arkadin ti aspetta, solo visi patibolari

Si attendono le guardie per l’esecuzione dei traditori e anche di quelli che

Tradiscono i traditori con un piano studiato e un pignolo cronoprogramma   

Tu quindi conti i Ginkgo biloba che incontri in questa terra di Don Chisciotte

Lungo il viale la schiuma dei coribanti eccita schiere inquiete di zombie

Infrenati fanatici del libro alimentano una ecdotica completamente falsa

*

Porto De André: in rada si vedono barche a vela, pilotine, gozzi e catamarani

E soprattutto “i segni di una pace terrificante” accanto alle salme affiancate

Il poeta conosce parole di leggenda, adatte per situazioni porose e pericolose

Una vecchia fiamma soleva minacciarlo: in amore non si fanno prigionieri,

o mi ami o ti uccido! Per la buona borghesia la vita sta nei ricordi cancellati

Ciò che vale sono gli affari, le case, i patrimoni, i sentimenti sono assenti 

*

Porto Bausch: mi accosto a un bar per un bicchiere di spuma, prendo un ombrello

Che mi ombreggia sotto un sole assassino, satana si mostra ridevolmente scettico

La danza non mente mai, mostra che quello che conta è ciò che non dice

Io così mi muovo ed evito felice la fossa dei serpenti: aspidi, cobra gialli, mulga,

mamba neri, bungaro a strisce – subire o non subire lo stato di eccezione

Come un tarlo mentale, uno stato capzioso, cerco la libertà in ogni relazione     

Aprile 2023

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