Diario d’autore (11): note random su A. Vargas, i francobolli, il ‘digital divide’, la rivolta delle donne in Iran, il regista J. Panahi, C. Bene e i poeti russi, la persistenza degli stereotipi e un saggio su R. Zero; con testo poetico finale 

di Marco Palladini

Maternità ► Mi sembra che il tema della mala maternità o, tout-court, della maternità assassina, dalla Medea di Euripide in giù non sia stato particolarmente trattato o approfondito nella letteratura occidentale. Come se fosse un tabù, tanto più in una koinè cristiana, in una civiltà cattolica in cui la figura della maternità viene immediatamente associata alla Madonna, alla Vergine Madre, e quindi subito riempita di un senso positivo, di plenitudine e di grazia. E invece la cronaca quotidiana provvede non di rado a ricordarci come la maternità sia colma di luci ed ombre, di nodi problematici che spesso faticano a venire alla luce. Il luogo comune vuole che la figura del padre richieda la assunzione di una responsabilità sociale, di cura sia economica sia pedagogico-morale nei rispetti dei figli; mentre la figura della madre sia strettamente vincolata all’atto biologico di sgravare un neonato. Non è così. Non basta partorire un figlio o una figlia per essere madri, per essere ‘pronte’ a fare la madre. Anche la figura di madre si costruisce in un rapporto di cura, di amore, di guida che non è mai scontato, che è tutto da conquistare. O da perdere come insegnano i casi clamorosi delle madri figlicide: penso alla vicenda di Annamaria Franzoni nell’ipermediatizzato “delitto di Cogne” o al più recente episodio di Alessia Pifferi che ha abbandonato sola in casa la figlioletta di sedici mesi, per andarsene in giro per una settimana con il suo amante, condannandola così a morire. Casi allucinanti, ma ripeto purtroppo non infrequenti.

Questo preambolo per venire a parlare di un libro, Mala madre (Gattomerlino Edizioni, 2022), che costituisce l’esordio poetico di Alexandra Vargas, una ragazza italo-peruviana di 25 anni che vive in provincia di Milano. Subito il titolo mi ha richiamato quello di Ex madre, la bellissima raccolta in versi di Francesca Del Moro uscita lo scorso anno. Lì si trattava di una messa in opera poetica del trauma assoluto di una madre cinquantenne di fronte al figlio ventenne suicida, senza espliciti o chiari motivi. Ciò che non può non generare un dolore immedicabile che la scrittura in versi fatica assai a tramutare in una elaborazione del lutto.

Qui, in Mala madre, siamo in un caso rovesciato: una figlia viene allo scoperto denunciando il suo profondo dolore nei riguardi di una madre che non c’è mai stata, che l’ha abbandonata piccolissima alla nonna e che, quando è riapparsa, è stata una madre totalmente anaffettiva, direi di più una madre aguzzina, nemica. Tutto questo senza avere come conforto almeno una presenza paterna, poiché il padre di Vargas muore a soli 29 anni in un incidente automobilistico, due mesi prima che Alexandra compia tre anni.

Il libro, con una scrittura generalmente breve, incisiva, incalzante, con rare accensioni liriche, è allora il diagramma in versi, quasi il report di un non-rapporto con una madre che è una non-madre o, forse, anti-madre: “Mia madre non mi ha mai voluta / ma non gliene ho fatto una colpa, Non tutte nascono per essere madri / eppure io darei la vita per i miei cani”. Un rapporto, come lumeggiato da Vargas, malato, violento, negativo, distruttivo di ogni forma di amore genitoriale o parentale: “Mi uccide pensare / che l’unica forma d’amore / che mai ho ricevuto, / mi sia stata data da sconosciuti / e non dal grembo materno”.

La scrittura poetica di Vargas, per dirla con Roland Barthes, è una scrittura ‘a grado zero’, dominata da un impulso comunicativo limpido che non fa sconti neppure all’autrice, una scrittura che esprime un’urgenza e un’esigenza assolute di dire e di dirsi. Una scrittura necessariamente introflessa ed egoriferita, i suoi testi sono precise egografie il cui unico tema è se stessa, il mondo del soggetto scrivente nei suoi palpiti e perturbamenti più riposti. Scrittura, forse, anche autoterapeutica nell’indagare il proprio trauma infantile e adolescenziale, il proprio malessere e malestare, il proprio vuoto, ma pure la propria resilienza e ricerca, nonostante tutto, di vita e di amore: la sola figura di luce che trabalza dai testi è la nonna e, quindi, i propri cani, come a sottolineare che nel rapporto con l’animalità si può recuperare una sorta di innocenza e di purezza.

C’è in effetti un’altra figura di luce ed è quella del padre sotto forma di ‘spettro’ come nell’Amleto di Shakespeare: “Tremo e sospiro fino alla fine / aspettandoti, / al confine della realtà / assieme alla mia verità. / (…) Mio padre è un fantasma / vive nella mia mente / mi guida attraverso questi momenti bui, / si adagia sui miei pensieri. / Prima di dormire cerco di parlarci / per il semplice fatto / che l’amore non può morire / dove fioriscono le rose / nonostante Dio non mi ascolti”. Il dialogo con la fantasima paterna è un ulteriore passo verso la ricerca di una propria verità, e non importa che tale dialogo rimanga inascoltato anche dalla divinità, quella è comunque, dice Vargas, “la mia sacra verità”. Questa personale verità adombra pure una rivendicata autocentratura: “Ho già dato troppo all’amore / ora lasciatemi in pace. / Non ho bisogno dei peccati altrui, / a sbagliare sono brava da sola”. Concetto che ripete il famoso motto di Groucho Marx: “Non datemi consigli, so sbagliare da solo”.

Mala madre come a volere rimarcare la doppia appartenenza nazionale e linguistica dell’autrice italo-peruviana si apre con sette testi in spagnolo con la versione italiana a fronte, poi dopo un testo in inglese prosegue su un registro monolingue in italiano. È un libro che non pretende sofisticate dissezioni critico-estetiche, ma piuttosto richiede un rispettoso ascolto. La scrittura in versi si può declinare in mille modi diversi, quello di Alexandra attiene al bisogno precipuo di raccontarsi, di analizzarsi, in qualche modo di risarcirsi: le parole sono sempre un ‘pharmakon’, possono avvelenare, ma possono spesso essere un medicamento per cicatrizzare le proprie ferite interiori, un potente strumento per fare una manutenzione della propria anima. Come asseriva il più grande poeta della modernità, Charles Baudelaire, il linguaggio e la scrittura “vanno considerati come operazioni magiche”, come una magia evocatrice dell’invisibile e capace di trasvalutare il proprio “cuore messo a nudo”, giusto come fa Vargas in Mala madre.   

Vorrei da ultimo richiamare il testo anglofono: “My tears falling down like waterfalls / but my heart is dry. / You took everything from me but my love / I gave you all / yet you left me blue”. Blue in inglese evoca la tristezza, la malinconia, lo ‘spleen’ baudelairiano appunto, da cui si genera il ricchissimo filone della musica blues. Blue come una splendida canzone di Joni Mitchell pubblicata nell’omonimo long-playing del 1971. Ma Blu è pure il titolo di una bella canzone dei CSI di Giovanni Lindo Ferretti, pubblicata nel disco Linea gotica del 1996, che dà una torsione e una valenza diverse, di rinascita a questo colore: “Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate / Lasciando perdere attese e ritorni / Ho aperto gli occhi dall’orlo increspato / Ho visto un’alba blu / Ho visto un’alba blu”. Si può allora, in explicit, augurare ad Alexandra Vargas di vedere tante albe blu di palingenesi nella propria esistenza.      

Francobolli addio ► I francobolli sono spariti, sono una merce che non c’è più. Se si prova oggi ad entrare in una tabaccheria e chiederli, si viene osservati con uno sguardo di commiserazione, come patetici abitanti di un’era pre-informatica. Ti viene detto che non li vendono più e puoi provare a prenotarli presso le Poste Italiane, ma non è poi tanto sicuro che riescano a fornirteli. Insomma, dopo l’email, Messenger, Whatsapp e quant’altro, spedire una lettera cartacea contenente un biglietto scritto a mano e imbucarla risulta un gesto da misoneisti o paleofili pressoché impossibile da attuarsi. E allora mi insorge la domanda: ma che fine avranno fatto i collezionisti di francobolli? La passione per la filatelia è nata probabilmente assieme alla nascita del francobollo moderno nella prima metà dell’Ottocento (forme di francobollatura ante-litteram esistevano però già nel XVII e XVIII secolo). Ed era per molti una passione divorante, alla ricerca dei quadratini o rettangolini colorati più rari e speciali. In parecchi casi la produzione di francobolli era un artigianato ricco di valore artistico. E i collezionisti erano persone spesso insospettabili. Rammento il padre di una mia antica fidanzata che condivideva con Giulio Andreotti, che conosceva, appunto la passione filatelica e quella per le corse dei cavalli all’ippodromo capitolino di Tor di Valle. Andreotti-Belzebù pare avesse francobolli rarerrimi, di emissioni particolari che soltanto un politico potente come lui poteva procacciarsi. Che tutto questo sia finito, benché io non sia mai stato un collezionista (epperò abbia conservato nel tempo dei francobolli che mi sembravano particolarmente belli e significativi), mi intristisce un po’. Todo cambia, certo, ma la prevalenza della cultura digitale su quella materiale non è sempre un bene. In molti casi toglie poesia e bellezza al mondo.         

‘Digital divide’ ► A proposito di ‘digital divide’ ante-litteram, mi ha fatto ridere il racconto di una nipote della popolare Sora Lella, sorella di Aldo Fabrizi, rinomata caratterista nei film di Carlo Verdone Bianco Rosso e Verdone e Acqua e sapone, nonché ex proprietaria e cuoca della famosa omonima trattoria di rigorosa cucina romana tradizionale, che quando negli anni ’80 apparvero le prime carte di credito, di fronte ai clienti che le esibivano, ripeteva con aria assieme disincantata e malfidata “annamo bene”, come sospettando che quei rettangolini di plastica col chip invece dei soldi contanti fossero una truffa stile Totò che cerca di vendere la Fontana di Trevi ai turisti americani. Posso, peraltro, confermare che in quegli anni erano numerosissimi gli esercizi commerciali che rifiutavano la carta di credito (possedevo una carta Diners dal 1983), in parte per ignoranza e sfiducia profonda nella smaterializzazione del denaro, nella sua virtualizzazione, in parte perché avevano già inteso che la tracciabilità tecnologica impediva la sistematica evasione fiscale. Sono trascorse quattro decadi, oggi il Pos è obbligatorio per legge, eppure leggo, per esempio, che non pochi tassinari capitolini (per dirla alla Alberto Sordi) rifiutano il pagamento con le carte (di credito e bancomat) e ti dicono esplicitamente che se non paghi in contanti non ti prendono a bordo, nonostante tale opzione sia illegale e passibile di denuncia. Il conflitto tra materiale e digitale in questo spaese continua a mettere a nudo i suoi vizi profondi, le sue tare apparentemente immodificabili.         

Una manifestazione a Berlino degli oppositori del regime iraniano

“Donna, vita, libertà” ► Dopo la brutale uccisione in Iran della giovane curda Mahsa Amini, il movimento di rivolta contro il regime oppressivo degli ayatollah si è andato via via estendendo di città in città. Leggo sul ‘manifesto’ che nonostante le decine e decine di vittime della sanguinosa repressione poliziesca, il movimento non china la testa. Per prime sono state le donne a scendere coraggiosamente in piazza, a prezzo della vita, per protestare contro l’imposizione del velo, contro le violenze della milizia etica islamica, urlando “Donna, vita, libertà”. Ma la novità è che ad esse, che sono state l’avanguardia della protesta, si sono uniti tanti uomini, tantissimi studenti liceali e universitari. Da Teheran a Marivan, a Isfahan, e poi Karaj, Rasht, Ardebil, Ahvaz, Mashhad. Lo slogan “Donna, vita, libertà” funge da passepartout anche per la rivolta contro la sempre più degradata situazione economica, con l’impoverimento sistematico della popolazione iraniana. La repubblica islamica khomeinista forse non è mai stata così odiata e, appunto, impopolare. Eppure, non si vede nelle gerarchie del potere pretesco islamico alcuno spiraglio, nessuna volontà di cercare di dialogare con le spinte oppositive, a cui si risponde soltanto con sempre maggiore repressione assassina. L’impressione è che ci siano almeno due Iran, quello della casta egoriferita degli ayatollah, chiusa in se stessa, autocentrica e ostinata nel ribadire i pilastri della teocrazia vigente, e una società civile che non ne può più di questa casta ultrabigotta e super-reazionaria, che reclama nuove libertà e nuove dinamiche sociali. Lo conferma la recente traduzione di libro di un reporter tedesco, Stephan Orth, L’Iran dietro le porte chiuse, uscito in Germania ben sette anni fa. Già allora Orth aveva girato in lungo e in largo, per oltre due mesi, per il grande paese mediorientale, usufruendo anche avventurosamente (e contro gli occhiuti divieti) dell’ospitalità di tante, generose famiglie iraniane. E scoprendo nel chiuso delle case una vita sociale agli antipodi o quasi della rappresentazione ufficiale corrente. Nell’intimità delle pareti domestiche uomini e donne iraniane parlavano liberamente, esprimevano i loro desideri, praticavano un eros anche disordinato e bevevano, fumavano, banchettavano, si davano alla musica, al canto collettivo senza inibizioni e proibizioni. Insomma, Orth aveva scoperto un Iran privato in cui le passioni, le libertà personali, la voglia di allegria e fantasia e trasgressione potevano disfrenarsi, mostrando all’ospite occidentale la faccia di un paese ben diverso da quella tetra e dittatoriale del regime religioso. L’insorgenza di questi giorni è anche l’insubordinazione di questo Iran privato versus l’Iran ufficiale. Forse per dirci che può sussistere anche un Islam diverso da quello cupamente e sordidamente medioevale e sessuofobico introdotto nel 1979 da Khomeini. Donna significa appunto vita e libertà. Forse pure un Maometto del 2022 potrebbe essere d’accordo.    

“Gli orsi non esistono”? ► Sempre a proposito di Iran sono andato a vedere l’ultimo film di Jafar Panahi, forse il maggiore regista vivente di quel paese, Gli orsi non esistono, vincitore del Premio Speciale della giuria all’ultima Mostra Cinematografica di Venezia. Panahi, più volte bersaglio della dura repressione del regime khomeinista, è attualmente in carcere, ma è riuscito a far uscire una pellicola di cui è lui medesimo il protagonista attraverso l’espediente del cinema nel cinema. Qui Panahi immagina di delocalizzarsi da Teheran e andare a rifugiarsi in un villaggetto di frontiera da dove dirigere a distanza le riprese di un film che si sta girando oltreconfine. Da questa situazione iniziale si dipanano e si intersecano a frammenti e spezzoni due vicende parallele. Da una parte nel film che si sta girando si racconta la storia di una coppia che cerca di procurarsi dei passaporti falsi per fuggire dal paese. La donna, già torturata e imprigionata, è visceralmente legata al proprio compagno e non accetta di esfiltrare in Europa senza di lui, sino al punto che, sentendosi ingannata, scappa e si annega in mare. Nel giuoco di specchi del film nel film, che ha l’apparenza pressoché di un docu-movie, non soltanto l’aiuto-regista, ma anche i due protagonisti ogni tanto interrompono le scene e dialogano e polemizzano direttamente col regista guardando in camera, come a sottolineare una finzione della finzione, una finzione al quadrato o al cubo.

Un fotogramma di “Gli orsi non esistono” di Jafar Panahi

Dall’altra parte, nel villaggio dove ha preso alloggio sotto il controllo dello ‘sceriffo’ locale, Panahi viene coinvolto, per via di una foto che avrebbe (o non avrebbe) scattato, in una sorta di faida familiare-amorosa dove una ragazza è contesa tra un uomo a cui è stata destinata sin dalla nascita mercè il cordone ombelicale tagliato e a lui dedicato, e un ragazzo più istruito che ha studiato nella capitale e che vuole sottrarre la fanciulla, che non vediamo quasi mai, ad una sorte decisa da altri. Qui c’è quasi un effetto immersivo in una dimensione antropologico-culturale tradizionale che obbedisce a dettami islamico-patriarcali sostanzialmente fermi nel tempo. Ed è interessante il modo in cui Panahi fa interagire la tecnologia contemporanea – i cellulari, la rete, il computer, la connessione in streaming – e l’accidiosa atmosfera medioevale che si respira nel villaggio. Mostrando anche la distanza macroscopica che tuttora esiste in Iran tra la città e la provincia, dove si conserva un background di arretratezza, ritualità, pregiudizi, forme e leggi di comportamento che costituisce la più potente base di consenso per la dittatura degli ayatollah. Alla fine, i due ragazzi innamorati, come novelli Giulietta e Romeo iraniani, cercheranno di espatriare, ma verranno feriti a morte dalle guardie di confine. Così come lo stesso regista verrà invitato dal suo ospite ad andare via di corsa dal villaggio, anche se l’ultimo fotogramma vede Panahi lontano dal villaggio che ferma il suo Suv e tira il freno a mano. Subito dopo schermo nero, come a volere alludere ad una stasi mortifera, ad una sospensione che precipita la situazione in Iran e la condizione del regista-intellettuale in un buio luttuoso. Il titolo del film, Gli orsi non esistono, rinvia peraltro ad una leggenda di temibili orsi che circondano il villaggio e minacciano gli abitanti che si avventurano soli di notte nelle sue strade. Ma questi orsi per l’appunto non esistono, forse questi orsi, vuole dirci Panahi, sono gli stessi dirigenti islamici del suo paese, e quando si comprenderà che il loro potere di oppressione intrinsecamente non esiste, arriverà il giorno della libertà. Quello che stanno invocando le donne e gli uomini che in questo periodo scendono in piazza a protestare, a rischio della propria medesima vita.                

Carmelo Bene: morire in versi ► Ho rivisto tempo fa Bene! Quattro diversi modi di morire in versi, lo spettacolo-concerto televisivo di Carmelo Bene (con le musiche di Vittorio Gelmetti) che andò in onda nel 1977 su Rai2 in due puntate ((27-28 ottobre). In verità la registrazione era stata fatta nel 1974, e concerneva la performance teatrale Spettacolo-concerto Majakovskij, la cui primigenia versione risaliva addirittura al 1960 e si avvaleva delle musiche live di Sylvano Bussotti. La concertazione poetico teatrale degli anni ’70 intrecciava oltre ai testi di Majakovskij, anche quelli di Blok, Esenin e Pasternak, ed era stata ideata dallo stesso C.B. assieme a Roberto Lerici. Nessun dubbio (vedere per credere) che si tratti di uno dei vertici interpretativi dell’arte di Carmelo che soleva ripetere: “Poesia è la voce, il testo la sua eco”. Pur se in questo caso si trattava di una partitura multitestuale di quattro tra i maggiori poeti russi della prima metà del Novecento. All’altezza della metà degli anni ’70 C.B. non aveva ancora dispiegato la sua teoria sulla phonè e sulla macchina-attoriale, teoria a cui addivenne all’inizio degli anni ’80 dopo la messa in scena concertistica del Manfred di Byron (1978). Teoria o no, la resa fonetico-macchinica-attoriale di C.B. era, comunque, già stata perfettamente messa a punto e la regia televisiva dello stesso Bene, con i suoi lunghi, insistiti primissimi piani, esaltava i saliscendi, le infinite sfumature e sregolatezze e inarcature della sua voce.

A proposito degli autori russi da lui prescelti, C.B. ebbe a dire: “E quei poeti (Blok, Esenin, Majakovskij, Pasternak) si rivolgevano al popolo col proprio linguaggio, senza preoccuparsi per nulla dell’incomprensibilità. Sapevano che si può comunicare con le incomprensibili masse soltanto attraverso l’incomprensibile, che si può essere in regola col proprio tempo solo se si sconta fino in fondo la ribellione del proprio essere inattuale”. Dichiarazione che è, anche, palesemente un autoritratto.

Chioserei con l’apoftegma di un altro grande inattuale, Emil Cioran: “Ciò che fa soffrire un tizio, le sue preferenze, le sue decisioni, tutto questo io non lo capisco. L’universo è composto da vicini impenetrabili”.     

Stereotipi ► Piacevole concerto-talk di Ricky Gianco, sabato 22 ottobre al Centro Polivalente di Corviale a Roma, come apertura del festival “Le Ali della Città” ideato e diretto da Luigi Cinque. Il 79enne Gianco – per me, in pratica, un redivivo, non ne sentivo più parlare dagli anni ’70 – affiancato da Enzo Gentile, uno dei decani della critica musicale pop-rock, è ancora in gran forma, suona e canta con bello slancio a voce spiegata, mette in mostra un consumatissimo ‘mestiere’ e sollecitato dalle domande del suo partner si abbandona a lucidissimi ricordi e ironici aneddoti. Mi colpisce quello relativo al suo incontro con i Beatles a fine 1964 in occasione di un Christmas Show a cui partecipava il quartetto di Liverpool, già famosissimo. Gianco era andato a Londra per parlare principalmente con John Lennon e Paul McCartney a proposito di alcune loro canzoni di cui lui avrebbe dovuto curare la versione italiana. Al tempo era una pratica pressoché abituale nella discografia italiana prendere dei successi stranieri e proporre una ‘cover’ con dei testi in italiano che quasi sempre non avevano alcun rapporto con il testo originale. Una prassi disinvolta e un po’ cialtrona, ma basata sul presupposto che ciò che importava era la musica, la melodia, i testi delle canzonette pop erano cose banali e superficiali che contavano poco o nulla e quindi si potevano tranquillamente stravolgere. Anyway, i colloqui con John e Paul furono positivi, piacevoli e fruttiferi, l’ironia saettante di Lennon non risparmiava niente e nessuno. Al momento del congedo, però, George Harrison che era stato del tutto trascurato da Gianco, lo salutò con uno sprezzante: “Goodbye, spaghetti, pizza e pomodoro!”. Rimeritandosi da parte del cantante nostrano un sonoro: “Ma vaffanculo!”.

L’aneddoto mi ha colpito perché soltanto pochi giorni prima il prestigioso settimanale inglese The Economist aveva pubblicato una copertina con la scritta “Welcome to Britaly” e con l’immagine della fallita premier Liz Truss ritratta con un elmo da centurione romano, uno scudo a forma di pizza napoletana e al posto della lancia una forchetta gigante con degli spaghetti arrotolati. Ecco, mi sono detto, che dopo 58 anni gli stereotipi sprezzanti sull’Italia forchettona e pizzettara si ripresentano identici persino su un autorevole organo di stampa della classe dirigente britannica. A riprova che gli stereotipi nazional-razzisti sono pressoché immortali, perdurano nel tempo dai Beatles all’Economist. Naturalmente nessuno, nessun paese è immune da questo vizio di rappresentare l’altro da sé attraverso vieti luoghi comuni, banali caricature, facili accostamenti. Però, non si può non osservare che il tradizionale ‘superiority complex’ degli anglosassoni (“Dio è inglese” è un loro inveterato motto) è davvero infondato. Se tutto il mondo è paese, forse bisogna stare un po’ accorti prima di rivendicare il proprio orgoglio nazionale come segno di superiorità di civiltà. Nel mondo degli stereotipi si è un po’ tutti dei barbari (stereotipati).       

“Parola di Zero” ► Personalmente non sono mai stato un fan di Renato Zero, anche se ho apprezzato in passato alcune sue canzoni, ho però letto con piacere e molto interesse il saggio che gli ha dedicato il giovane poeta-critico Sacha Piersanti Zero, nessuno e centomila (Arcana, 2022). Titolo simil-pirandelliano che consuona con il sottotitolo “Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero” che spiega il peculiare taglio critico del libro che se muove da una personale, forte passione soggettiva dell’autore per la musica e l’espressione creativa a 180 gradi dell’artista romano, poi si struttura come una indagine ermeneutica approfondita e sofisticata, direi culturalmente inusitata verso una figura di cantautore pop. In limine, vi è una dichiarazione di Piersanti che mi sembra illuminante, laddove parlando di sé in terza persona come tessitore e ritessitore di parole, dice: “Un po’ di queste, adesso e ancora, le ha impiegate qui a mettere in chiaro l’importanza di un fenomeno culturale troppo spesso sottovalutato da chi crede alle gerarchie, all’antidemocraticità dell’essere artista, da chi pensa che ‘cultura’ siano solo le cose che decidono le scuole e le accademie o, il che è lo stesso, si ribalti solo la prospettiva, i mercati”.

L’ottimo saggio di Piersanti mi sembra, quindi, indicativo di una tendenza oggidiana a recuperare e restituire valore culturale a protagonisti della musica pop che per decenni sono stati snobbati principalmente dalla critica e dalla cultura di sinistra. Penso in questo senso anche al recentissimo Premio Tenco alla carriera che è stato tributato poco tempo fa a Claudio Baglioni, che per quasi mezzo secolo è stato ignorato dalla manifestazione sanremese, considerata il tempio della musica impegnata e di qualità in opposizione alla banalità canzonettistica del Festival.

Ecco, dopo avere letto il libro di Piersanti, mi viene da pensare che un premio del genere, ancora più di Baglioni, in fondo un ‘tradizionalista’, se lo sarebbe meritato un innovatore della messa in scena musicale come Zero, anche se forse lui a questo punto non se ne farebbe niente.

Il saggio di Piersanti per la sua acribia nell’analisi e nell’interfaccia critica dei testi delle canzoni e per la capacità di ricostruire l’intera prospettiva teatrale-musicale su cui Renato Fiacchini in arte Zero ha imperniato la sua carriera, mi sembra un caposaldo ineludibile per ogni futura lettura dell’artista capitolino-garbatellaro. Piersanti svolge il filo rosso del doppio, la maschera e l’uomo, che attraversa tutto il percorso di Zero dai primi spettacoli totali come Zerofobia (1977) e il film Ciao nì! (1979) alle ultime intraprese sceniche Tutto Zero (1996) e Zerovskij – Solo per amore (2017). Ma ancora più cruciale è, per me, la contraddittorietà del personaggio Zero che si volge al travestitismo e al mascheramento metamorfico, trasgressivo e aggressivo e prillante ancora prima del glam-rock britannico, come precisa puntigliosamente Piersanti, ma insieme si presenta negli ‘anni di fuoco’ (definizione mia) dei Settanta come un credente cristiano, fiero nemico delle droghe, anti-abortista, direi un idealista d’ordine contro il disordine circostante. Dunque, una figura ancipite che indulge assai spesso ad una retorica (secondo Piersanti antiretorica) predicatoria, da sacerdote che parla alla massa dei suoi fan ‘sorcini’. Curioso (elusione freudiana?) che nel saggio non si parli mai della sua omosessualità, fastosamente esibita dai suoi travestimenti, ma mai invero rivendicata, forse per una sorta di autocensura quasi obbligatoria nella scena musicale nostrana, basti pensare alla carriera stroncata di un fine musicista, autore e cantante come Umberto Bindi. Anche oggi, del resto, un Achille Lauro fa un coming out più alluso che dichiarato, mentre però Damiano dei Maneskin può giocare a truccarsi da rockstar transgender, tanto tutti lo sanno che lui è etero.

Le contraddizioni che innervano la personalità di Zero non oscurano comunque la sua indiscutibile statura di ‘cantattore’ le cui radici teatrali rinviano, rimarca Piersanti, a modelli supremi quali Ettore Petrolini e Paolo Poli. Zero, tra nessuno e centomila, con le sue innumeri maschere, i trucchi, il glitter, le piume e quant’altro, ha ordito ed eretto con costanza, lucidità e precisione, per cinquant’anni, il culto di se stesso e dei valori in cui crede, per un pubblico popolare che ha attraversato parecchie generazioni, dagli anziani oramai come lui 72enne, ai ragazzi più giovani come il 29enne Piersanti che lo ha prima recuperato e poi studiato con intelligenza e sapienza nel presente XXI secolo.

E secondo dice l’autore, non è finita qui. Parola di Zero.

Versi finali

Inafferrabile

Tra palustre e tellurico, tra metamorfico e labirintico

il viaggio inconsolabile si dispiega, ma non si spiega,

rimane un enigma, un mistero buffo o tragico

come è la vita d’altronde.

Pòlemos pànton pàter

Strisciando come serpenti o fuggendo come zombie

da un lebbrosario dilagano tra le macerie

nella città sotterranea ripetendo l’irrefutabile:

che la guerra è padre di tutte le cose.

Un tempo l’atticciato e infrenabile frenologo

respingeva l’esortazione: fermatevi in nome di dio!

In nome di chi? È come dire in nome di niente,

ma anche la frenologia, presunta o fittizia scienza

del cranio, si era poi risolta in un nulla.

I sicari della chiesa velata e della moschea opaca

urlavano l’incomprensibile: “dove c’è l’iniquo

c’è pure l’eunuco!” e davano la caccia agli eunuchi

e poi li scoprivano e quindi senza pietà li sopprimevano.  

Le pietre le raccogliamo e poi dipingiamo immagini

e simboli sul lapislazzulo blu, sulla nera lavagna,

sulla pietra di paragone, sul marmo belga

e sulla pietra paesina, infine andiamo sul ponte

interrotto a metà per gettarle nel fiume che scorre

torbido e immutabile sin dalle più remote epoche.

L’acqua, mi dicono, costituisce il 78% del cervello umano,

il resto consiste in un 10% di lipidi, un 8% di proteine,

un 2% di sostanze organiche solubili,

un 1% di carboidrati e un 1% di sale,

così questa labile poesia mi gronda dal liquido cervello

e si rapprende sulla corteccia dell’inafferrabile,

come inafferrabile al senso e più vasto dell’esistenza

si apparecchia in sé l’intero e nudo multiverso.

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