Diario d’autore (9): note random su Berlusconi, guerra di propaganda, Assandri, Pane-Orlandi, arte concettuale, lazialità

di Marco Palladini

Discredito planetario ► Il passato che non passa (mai) si abbatte per l’ennesima volta sull’85enne Silvio Berlusconi, che a 28 anni dalla sua famosa/famigerata ‘discesa in campo’ non esita a ripresentarsi sulla scena politica secondo un revenant che, poi, in effetti non se ne era mai andato via (purtroppo). Immune a tutto, anche o in primis al senso del ridicolo, non esita a riproporsi come pontifex maximus del centrodestra salviniano-meloniano che un po’ lo asseconda e un po’ lo recalcitra. Il Cavaliere (rossonero, nel senso di ex-presidente milanista che inalbera la gloria pallonara di ben 8 scudetti) prova persino a far dimenticare i suoi stretti rapporti pregressi (e probabili occulti affari) col presidente russo Putin. Ma soprattutto innalza alti lai verso l’ultimo processo, il cosiddetto ‘Ruby ter’ inerente allo scandalo ‘bunga bunga’, ossia il suo personale bordello animato, come ha detto nella sua requisitoria il procuratore aggiunto di Milano, Tiziana Siciliano, da un nutrito manipolo di ‘schiave sessuali’ su cui poi il Berlusca ha riversato un fiume di denaro perché prestassero falsa testimonianza. A cominciare dalla marocchina Karima El Mahroug alias Ruby Rubacuori, che dodici anni fa il Parlamento italiano manipolato dal Cavaliere e i suoi accoliti certificò con un voto essere la “nipote del presidente egiziano Mubarak”. Una panzana talmente madornale che forse nemmeno in una farsaccia alla Pierino-Alvaro Vitali uno sceneggiatore avrebbe avuto il coraggio di infilare. Voti comprati, testimonianze comprate, tutto un vorticoso giro di corruzione per una richiesta della pubblica accusa di sei anni di carcere. Da non sottovalutare che Palazzo Chigi, ovvero la Presidenza del Consiglio dei Ministri si è costituita parte civile, in quanto al tempo degli scabrosi e indecorosi fatti, il Silvio nazionale era primo Ministro, chiedendo perciò una provvisionale da dieci milioni di euro per i danni generati “dal discredito planetario”. Ecco credo che in 76 anni di Repubblica italiana mai sia stata avanzata una tale richiesta verso un ex Presidente del Consiglio, che così clamorosamente e protervamente ha oltraggiato e infangato con le sue azioni e malefatte l’istituzione che doveva rappresentare. Certo, c’è ben di peggio, di fronte oggi alla tirannia criminale di un Putin, Berlusconi appare un Pulcinella, una sgangherata maschera e prosseneta da sottocommedia dell’arte, un supercialtrone che ha sempre pensato che ogni uomo (e donna) ha il suo prezzo e, quindi, di potere comperare tutto e tutti con i quattrini. Ma forse il peggio è che quest’uomo da almeno quarant’anni, prima con le sue tivù, poi con Forza Italia, calamita i consensi di una parte cospicua dei nostri concittadini, ne interpreta e ne incarna le pulsioni più amorali e menefreghiste, quel mix di familismo, di affarismo corrotto, di arrogante spudoratezza, di totale irresponsabilità che inquina da sempre la vita pubblica e impedisce all’Italia di diventare un paese rispettabile e realmente con ‘le mani pulite’. Un amico scrittore, Franco Cordelli, nel 2004 col romanzo Il duca di Mantova, cercò di venire letterariamente a capo dell’ossessione degli italiani per Berlusconi, ossessione che accomunava sia i sostenitori sia i detrattori, ma alla fine doveva prendere maliconicamente atto della sconfitta della cultura democratica di sinistra verso l’inaffondabile tycoon di Arcore, antesignano del trionfo della comunicazione populista-qualunquista. Il sofisticato giurista Franco Cordero, autore di Morbo italico, si scagliò in mirabili invettive contro di lui appellandolo “il caimano” (definizione che usò Nanni Moretti per il suo film del 2006), ma neppure questo riuscì minimamente a smuovere l’onda di affezione e protezione verso il Cavaliere. Soggetto princeps e prodotto, appunto, di un morbo nazionale che si perpetua nei secoli. E forse hanno ragione i suoi inossidabili fans a sostenere che, ad onta del discredito planetario, quest’epoca nei futuri libri di storia verrà contrassegnata come “l’era berlusconiana” alla medesima stregua dell’“era mussoliniana”. Hélas!                     

Volodymyr Zekensky

Guerra e guerra di propaganda ► In una guerra, la guerra di propaganda non è un dettaglio, ma un ingrediente fondamentale della narrazione di ciò che avviene sul campo di battaglia. Non a caso si dice che la storia la scrivono i vincitori. Nel brutale attacco bellico lanciato da Putin contro l’Ucraina, il pretesto dichiarato era quello di ‘denazificare’ la regione del Donbass contesa dal 2014 tra i russofoni separatisti e i filo-ucraini. Sostenuti quest’ultimi da milizie neo-naziste come il battaglione Azov, su cui si sono riversati migliaia di articoli pro e contro. Per le autorità e i cittadini ucraini i combattenti di Azov sono soltanto eroici patrioti, per i media occidentali sono, è vero, una punta di lancia di un nazionalismo di estrema destra, ma in quanto avversari primi degli invasori russi sono amici benemeriti da rifornire di armi. Come hanno sempre sostenuto i cinici capi del Pentagono Usa a proposito di certi alleati imbarazzanti: sono figli di puttana sì, ma sono i nostri figli di puttana! 

Inutile scandalizzarsi, la politica è ‘merda e sangue’, e vieppiù la politica di potenza che non si fa con le quisquilie e pinzillacchere di intemerati valori ideali e morali. Piuttosto, è evidente in questa guerra di propaganda che Putin appare un vecchio uomo del ’900 capace soltanto di bolsi, ancorché minacciosi discorsi e atti repressivi per chiudere la bocca ad ogni dissidente interno; mentre Zelensky è un giovane uomo del XXI secolo, un soggetto ipermediatico globale, un attore comico tramutatosi prima in attore politico, ora in attore epico-tragico, il presidente “Ze” contro i soldati nemici “Z”, il protagonista di un reality politico che ha colonizzato la realtà e domina attualmente con il suo furbo logos la scena mondiale, parlando indifferentemente sia ad un summit della Nato, reclamando armi, sia alla platea tivù e social dell’Eurovision Song Contest per reclamare voti per i connazionali della Kalush Orchestra (ovviamente vincenti). È Zelensky un prototipo (da studiare) di soggetto politico ciber-populista del nuovo millennio, capace di transitare dalla fiction al reale senza alcun problema, grazie alla sua capacità di ‘orchestrare’ su più piani la comunicazione (in questo staccando di mille punti anche pervicaci comunicatori ante-litteram di casa nostra come Berlusconi e Beppe Grillo).

Un’ultima domanda mi viene a proposito della macroscopica tensione patriottico-nazionalistica del popolo ucraino: ecco se l’Italia venisse invasa domani dai carri armati russi, come reagirebbero gli italiani? Tutti in armi e “stringiamci a coorte, siam pronti alla morte”? Sinceramente ne dubito. Non dico che ci sarebbe una immediata resa totale, ma mi immagino tentativi di accordo, di inciucio, di accomodamento, di compromesso “ognuno per sé e Dio per tutti”. A parte quando gioca la nazionale di calcio, l’amore di patria non mi pare peculiarmente diffuso e sentito dalle popolazioni italiche, frutto di plurisecolari particolarismi e localismi e campanilismi. Forse mi sbaglio, ma lo si vede anche in questa contingenza della guerra russo-ucraina quanti distinguo, smarcamenti, sfumature di toni, mezze voci, opposizioni, omissioni, cautele e scetticismi prevalgono nella verbosfera nazionale. Non resta che sperare di non essere messi alla dura prova. In quel caso ogni artificio retorico non servirebbe.              

Il poeta insonne ► La piccola e pregiata casa editrice romana Gattomerlino diretta da Piera Mattei, rivolge una particolare attenzione alle nuove voci della poesia nazionale. Con la sua lunga esperienza la Mattei è, di fatto, una sorta di talent-scout sempre pronta ad accogliere nuovi autori e a favorire il loro esordio. Al riguardo, l’ultima proposta di Gattomerlino è la plaquette Come statue sedute su una panchina di Stefano Assandri, un 22enne milanese che pratica l’atletica leggera in veste di velocista, e che ha iniziato a scrivere anche come forma di autoterapia verso la propria “severa” dislessia. Sottolineo questo perché Assandri, studente di Massoterapia e Osteopatia, si presenta sulla scena poetica senza alcun ascendente letterario e non nasconde di non avere alcun punto di riferimento nella poesia contemporanea che, credo, non abbia mai letto. È vero, Charles Baudelaire asseriva che non esiste un grande poeta che non sia anche un grande critico, ma probabilmente si può declinare questa osservazione dicendo che non è necessario essere un dotto letterato ed ermeneuta per dedicarsi alla poesia, bisogna però avere uno sguardo critico sulla realtà e sul mondo per riuscire a produrre dei testi meritevoli di attenzione. E scorrendo i testi del giovanissimo Assandri emerge una freschezza di sguardo, una curiosità non di rado perplessa, una linea di osservazioni pressoché aforistiche, un sottofondo interrogativo che cerca di dare conto delle discrasie, delle contraddizioni, talora delle assurdità del vivere. La scrittura di Assandri è di natura prosastica, essa anima un flusso di pensieri in larga misura paratattici che assimilano questi testi alla tradizione francese dei ‘poèmes en prose’, senza che lui lo sappia. C’è ironia e già palese disincanto negli enunciati dell’autore milanese: “Tutte le bugie che si sentono in giro dicono il vero”; “Siamo solo cenere pensante, ma non ci rendiamo conto che uno schiocco di dita la fa scomparire”; “Ancora tutta la vita come statue sedute su una panchina”; “La cosa più moderna sarà sempre la più obsoleta”; “Scacco matto è la vita”; “In quel regno fittizio vuoi tornare, ma è troppo tardi”; “Chi sei non si capisce, ma un giorno servirai”; “Vuoi diventare paladino anche tu, ma non si può”; “Dove ti hanno portato? Dove ti hanno fatto fermare?”; “Loro sono in tanti, sono una folla. / Tu sei da solo, hai questo vantaggio”; “Nulla ha un senso, ma tutto deve avere una logica”; “è normale essere bloccati, fa parte del discorso”; “Non serve più aspettare una cosa che non verrà”; “Oltre il limite finale, non si conosce la risposta”; “Sfugge sempre, in qualche maniera”.

Ecco, sì, in qualche maniera c’è qualcosa che continuamente sfugge in questa poesia, in questo suo bordeggiare il visibile e l’invisibile. Assandri secerne immagini in cui vi è costante un’essenza di mistero. E la postrema sua domanda si vena di forte scetticismo: “L’uomo che non dormì mai, da quel momento, visse davvero più degli altri?”. All’uomo insonne di Assandri potrebbe rispondere Shakespeare: “Morire per dormire. Dormire, forse sognare”.      

Il gruppo Pane

Pane e poesia ► Claudio Orlandi, romano di Pietralata (quartiere-borgata di antico retaggio pasoliniano), è il cantante del gruppo Pane, nonché autore in versi, e da molti anni cerca di coniugare un sound di ascendenza folk-prog con la poesia. Mi viene in mente il cd Orsa Maggiore (2011) in cui erano compresi brani derivati da testi di Victor Cavallo, Gesualdo Bufalino e Vladimir Majakovskij. Personalmente ebbi ad incrociare Pane nel 2012 quando dirigevo, assieme a Davide Nota, la terza edizione della manifestazione “La poesia è di casa – Luci del contemporaneo” promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, in cui al Teatro India la band di Orlandi presentò un estratto della sua opera-poesia Dismissione da un poema di Fabio Orecchini. Dismissione divenne nel 2014 un libro+cd (Luca Sossella Editore) in cui si poteva apprezzare il trasversale cut-up musicalizzato del testo di Orecchini e soprattutto l’eccellente esecuzione vocale di Orlandi, che dava luogo ad un recitar-cantando in vari momenti non lontano da certe prove dell’inarrivabile Demetrio Stratos.

Tempo fa Orlandi mi ha fatto avere The River Knows, un disco (2018) di cover acustiche di celebri brani dei Doors. Pane in origine era una band di cinque elementi, adesso ha perso il pianista e il batterista, accanto a Orlandi sono rimasti Vito Andrea Arcomano (chitarra acustica) e Claudio Madaudo (flauto traverso). Mi sono accinto ad ascoltare il cd con un pizzico di scetticismo: si potevano riproporre mitiche canzoni come Light my Fire, Waiting for the Sun, Alabama Song, The Crystal Ship, The End etc., fuori dal loro classico abito di rock elettrico? Ebbene, mi sono dovuto ricredere, il disco funziona e suona benissimo, la voce di Claudio ha accenti e timbri non indegni affatto dell’immenso Jim Morrison. Direi, anzi, che la veste acustica con il nudo arrangiamento di soli due strumenti esalta la bontà di scrittura e di struttura dei pezzi dei Doors, ne fa dei classici che sopravvivono tranquillamente, ben oltre la matrice rock, facendo emergere la loro sonorità poetica. Davvero una piccola-grande scoperta.      

Arte concettuale o no? ► Chi è il ‘vero’ autore delle opere firmate da Maurizio Cattelan? È interessante che a rispondere a questa domanda non debba essere un consesso di critici d’arte, ma un tribunale di Parigi a cui si è rivolto l’autore materiale di dette opere, l’80enne scultore francese Daniel Druet, indispettito dal fatto che nei cataloghi d’arte lui non venga mai citato. C’è inoltre il problema economico: Cattelan ha pagato Druet una media di 33mila euro a opera, ma poi lui se le è rivendute a decine di milioni di euro, ragion per cui l’artista francese chiede un risarcimento, in fondo non esoso rispetto ai guadagni della superstar italiana, di cinque milioni di euro.

Maurizio Cattelan: “papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite”

La difesa di Cattelan naturalmente ripropone le ragioni dell’arte concettuale da Marcel Duchamp in giù: l’autore è chi ha l’idea, la produzione materiale della statua di Giovanni Paolo II colpito da un meteorite o dell’Hitler bambino inginocchiato e con le mani congiunte, tanto per fare i due esempi più famosi, non conta. Druet però contesta, appunto, questo: sì la proposta dell’opera è di Cattelan, però la realizzazione è mia, e per realizzarla ci vuole un know-how, una abilità tecnico-materiale che rappresentano uno stigma di autoralità che deve essere riconosciuta e ripagata, e non taciuta e disconosciuta. Vedremo che cosa decideranno i giudici. L’arte concettuale rischia di avere i giorni contati?

Lazialitudine  ►  Giorgio Chinaglia il calciatore-simbolo della Lazio di tutti i tempi (ben più di Silvio Piola o, oggi, di Ciro Immobile) moriva il 1° aprile di dieci anni fa in America. L’anno successivo però la sua salma fu traslata a Roma e io scrissi (ottobre 2013) in un “Diario d’autore” pubblicato su Le Reti di Dedalus questa nota:

“Il ritorno a Roma dalla Florida della salma di Giorgio Chinaglia che è, poi, stata tumulata accanto alla bara di Tommaso Maestrelli nella cappella di famiglia dell’allenatore dello scudetto del 1974 al cimitero di Prima Porta, è per tutti noi laziali quasi una fiaba romantica e toccante dei due leader maximi di quella squadra mito di quarant’anni fa. Maestrelli l’allenatore-padre e Giorgione il centravanti-figlio non possiamo che ricordarli unici e indivisibili, ed è davvero molto bello che le due famiglie abbiano voluto riunirli per sempre nel medesimo luogo, sigillo di una storia umana e sportiva irripetibile. Il romanzo della Lazio di allora, con le sue gioie estreme e le sue tragedie assurde (la morte di Re Cecconi), con le vittorie indimenticabili e gli eccessi di ogni tipo, è una vicenda di passioni assolute e di dolori immedicabili che rappresenta il dna stesso di ciò che si chiama ‘lazialità’ o ‘lazialitudine’.

Chinaglia in campo non era soltanto il goleador, era il lottatore primo, era Achille ed Aiace, era il guerriero indomabile che trascinava tutti compagni alla conquista del primato. Ricordo la sua sagoma con la maglia biancoceleste, gigantesca, un po’ ingobbita, i lunghi capelli scompigliati, che ara il terreno di gioco caracollando furente, sradica gli avversari, punta la porta, la sfonda con un tiro cannonata, quindi corre ebbro di gioia sotto la curva offrendosi al delirio dei tifosi. Questo era Giorgio, calciatore princeps degli anni Settanta: un condottiero epico che resta nella Lazio il più amato e idolatrato di tutti i tempi (ad onta dei molti errori e delle scelte sbagliate che fece, poi, fuori dal campo in veste di dirigente, anche per troppa generosità e inavvedutezza). E dà ancora i brividi risentire allo stadio risuonare l’antico slogan: Giorgio Chinaglia / è il grido di battaglia. Il nòstos di Long John è stato la sua ultima, vincente battaglia, per pìetas ed affezione collettiva”.  

Adesso a questa vicenda calcistico-mitopoietica si è aggiunto un altro capitolo: il 5 marzo scorso è morto Pino Wilson che di quella Lazio scudettata del 1974 era il vero/verace capitano, nonché il più stretto compagno e partner di Chinaglia in quello spogliatoio notoriamente diviso in due gruppi contrapposti e nemici, uniti e solidali soltanto in campo la domenica. Ebbene, ancora per volontà della famiglia Maestrelli, anche il corpo di Wilson è stato sepolto nella cappella accanto all’allenatore e al centravanti, ricostituendo una sorta di sacra trinità laziale per l’eternità. Ed è stato molto bello leggere una intervista di Gigi Martini, il terzino sinistro di quella squadra campione d’Italia, che era di fatto il capo della fazione antagonista a quella di Giorgio e Pino: “La Lazio, la sua epopea, sono una cosa unica. Mi dica lei dove è accaduta nel mondo una storia come quella della cripta dei Maestrelli che, per volere dell’ultimo sopravvissuto, ospita Chinaglia e Wilson. Una storia incredibile, unica. La nostra”. Sì, un’epopea biancoceleste unica e indimenticabile per chi, come il sottoscritto, allora c’era. Ripetiamo ancora una volta i nomi degli ‘immortali’ di 48 anni fa: Pulici; Petrelli, Martini; Wilson, Oddi, Nanni; Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico. Allenatore, il migliore di tutti: Tommaso Maestrelli. Augh.    

Pino Wilson, Tommaso Maestrelli, Giorgio Chinaglia

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