Poesia polacca: i versi simbolico-metaforici di Edyta Kulczak

di Anna Santoliquido

   I Paesi dell’Europa dell’Est sono sempre più presenti nella mia vita; li frequento da oltre un trentennio. Negli ultimi tempi mi sono recata due volte in Polonia per eventi internazionali che mi hanno fatto riflettere sulla cultura, i costumi e le tradizioni di quella nazione. All’Est la poesia occupa un posto di rilievo. La gente legge i libri di versi e segue le riunioni letterarie. In Polonia gli organizzatori ricevono fondi impensabili in Italia. Si punta sulla cultura, con ampie ricadute sulla scuola.

   Nella recente partecipazione alla 5th International Poetry Conference, tenutasi nelle città di Poznań e Kalisz, dal 20 al 23 ottobre 2021, con il coordinamento della scrittrice Danuta Bartosz e incontri nei licei, in varie facoltà universitarie, nei centri culturali e nei teatri, ho avuto modo di capire più a fondo le scelte dell’Unione degli Scrittori Polacchi e del Governo che stanziano fondi speciali per la promozione della cultura. L’assegnazione dei Premi Nobel nel 1996 a Wislawa Szymborska (tra le poete più amate a livello mondiale) e alla narratrice e poeta Olga Tokarczuk nel 2018 (ma di fatto consegnato nel 2019) hanno rafforzato nei polacchi la convinzione che la cultura dia i suoi frutti.

   Gli ospiti della 5^ Conferenza Internazionale di Poesia sono stati alloggiati presso il Dom Studencki Jovita (una sorta di Casa dello Studente), con l’utilizzo della mensa. Tante manifestazioni si sono svolte nelle sontuose sale dell’Università “Adam Mickiewicz” di Poznań, agevolando il compito degli organizzatori facenti capo alla Wielkopolska ZLP Branch.

   A corredo della Conferenza sono state pubblicate tre eleganti antologie, con i componimenti dei poeti partecipanti: La Torre di Babele, con testi in polacco, nella lingua originaria degli autori e in versione braille. Considerevoli anche la copertina e i disegni del pittore Witold Zakrzewski del Comitato organizzatore, coordinatore dei circoli creativi di Wielkopolska e presidente di ECOART. Il secondo volume riporta poesie in polacco e spagnolo, mentre il terzo è dedicato agli aforismi. Potyczki Aforystow, con saggi critici introduttivi e interessanti illustrazioni di Lech Lament, è stato presentato dalla nota aforista ed esperantista Urszula Zybura nel liceo di Kalisz, città considerata la capitale polacca dell’aforisma.

   Tutti gli eventi sono stati accompagnati dalla musica, grazie agli interventi di straordinari pianisti, compositori, chitarristi e cantanti, tra i quali Nikos Filaktos, Ares Chadzinikolau, Krzysztof and Alina Galas.

   In un workshop che ha avuto luogo nel pomeriggio del 21 ottobre nella splendida Galleria d’Arte Sztuki Rozruch di Poznan, un ambiente a più piani, con l’esposizione di quadri, sculture e suggestive installazioni, a cura di Tomasz Jedrzejewski e Krzysztof Slachciak, la prof.ssa Edyta Kulczak, del Comitato organizzatore, ha intervistato la sottoscritta e l’autrice Leokadia Komaiszko, nativa della Lituania, ma residente in Belgio. È stata l’occasione per conoscere meglio l’acume critico della Kulczak alla quale è dedicato il presente articolo.

   Edyta si è laureata in filologia polacca all’Università “Adam Mickiewicz” di Poznań, dove vive e ha insegnato per vari anni negli Istituti Superiori. È autrice di quattro libri di poesia: Gli angeli non sono sempre bianchi, 2009, Un’altalena dondola in te, 2014, http://www.john (2017), Projection images (new file), poesia multimediale. Pubblica in collettanee, antologie, giornali, portali web e fa parte dell’Unione degli Scrittori Polacchi (ZLP). Capo redattrice della rivista «Wielkopolski Widnokrag», recensisce poesia contemporanea in «Latarnia morska» e in altri periodici.

   Ha una eleganza innata che si sposa con la bellezza del corpo e dell’anima. I primi quattro testi proposti hanno un nome di riferimento: Jan. È lui che «avvicina gli oceani», «solleva le acque» e conferisce naturalezza ai gesti e alle cose. Nel componimento “La mia concretezza” emerge la storia di una donna che mischia idee e versi, fatica e inventiva. La poesia “Né inizio né fine” concilia gli estremi, il «tocco caldo» e la lontananza, gli affetti e la fede. E sono i sogni a dare lucentezza alle parole e all’esistenza: «i miei sogni aprono una piega nel tempo in tutta la sua gloria». In “Parole” i versi perdono «dimensione umana» e «in silenzio iniziano la loro vita come pezzi / di arte grafica moderna». Il testo ci riconduce all’essenzialità della scrittura, alla scelta di pochi e significativi lemmi «con i quali tutto può essere detto».

   La poesia della Kulczak ha valenze pittoriche (il compagno è un artista e lei collabora con importanti gallerie d’arte). Leggendo i suoi brevi testi si ha l’impressione di ammirare dei quadri, talvolta classici talaltra d’avanguardia. Nella bellissima composizione “Un paesaggio” i lampi creativi si intrecciano alle riflessioni filosofiche: «il tempo è un concetto umano / tendenza del cervello a ordinare / con desiderio una cosa dopo l’altra / per paura dell’ignoto […] / ecco perché bastano un tavolo e poche sedie / quadri al muro per rendere accogliente la stanza / un paesaggio o un gesto».

   Il testo “Non ci sono mezzi per consegnare l’antidoto” apre uno spaccato sulla solitudine, con esiti che richiamano la drammaticità della condizione umana. Difatti, mi viene in mente La Condition humaine, il romanzo di André Malraux pubblicato nel 1933. L’Autrice scrive: «la solitudine porta stiletti rossi / ride ad alta voce / con troppe mani e occhi // si rassegna ad accuse pungenti / a cominciare dall’umile nascita / […] talvolta tenta l’autostima – è un tentativo drammatico». La solitudine si profila sempre più amara e coinvolge persone in ogni angolo del pianeta. Le relazioni virtuali non bastano, occorrono le relazioni autentiche.

   “Primavera” è un componimento che sa di freschezza e sperimentazione. L’atmosfera teatrale (e sensuale) rievoca fanciulle ammiccanti come nei film anni Trenta. Molto riuscita la chiusa: «Lei posa / con perle tra le cosce e sotto l’albero che perde / gli aghi e poi anche i fiori». Potrebbe essere un quadro dipinto en plein air.

   Edyta Kulczak ha uno stile personale e affronta tematiche non comuni. I suoi versi, espressi con linguaggio immaginifico, ricco di simboli e metafore, incuriosiscono il lettore. Alcuni anni addietro Danuta Bartosz (denominata la “lady di ferro” della poesia polacca) mi parlò di lei come di un nome nuovo nel panorama poetico nazionale. Edyta ha letto i suoi componimenti anche a Bari, nel corso di Cocktail diVersi 2019, l’evento internazionale che si celebra ogni anno nel capoluogo pugliese e che la pandemia ha temporaneamente sospeso.   

   I rapporti tra Bari e la Polonia sono di lunga data. Bona Sforza (1494-1557), duchessa di Bari e regina di Polonia, riposa nell’austera Basilica di San Nicola e tante sono le opere che ricordano il suo operato. Sono lieta che la poesia delle donne abbia rinverdito i legami.

   Seguono sette poesie tradotte dall’inglese dalla sottoscritta e da Graziella Todisco e pubblicate per la prima volta in italiano nella rivista «L’Age d’Or».

Edyta Kulczak

******

Terra

Jan mi avvicina gli oceani

afferra la superficie e solleva le acque

le stende come pelle o gonna

tutto collima all’interno

fino a far male

divento naturale come goccia nella goccia

non guardo più al globo come se fosse un pianeta straniero

la stessa strada conduce da ovunque al centro

La mia concretezza

a Jan piace la mia aura e gli sta bene

con la mia concretezza

posso chiacchierare per ore lavare le scale con il sedere sporgente

pensare a piatti elaborati in cucina

mischiare lattine di minestre con le mie idee

spostare i mobili verniciare i muri

scrivere poesie togliere i quadri e rimetterli

immergere in acqua le mani appena odoranti di resina

(a causa della persistente allergia a tutto)

naturalmente Jan preferisce le sue impressioni

ha le sue opinioni (o perlomeno così scrive)

Né inizio né fine

Jan dorme con me nel suo letto situato

a dieci mila miglia di distanza

di notte le sue parole mi svegliano – un tocco caldo

colpisce un po’ mia figlia che si agita nella camera da letto accanto alla mia

tremo preoccupata che potrebbe essersi alzata

i miei sogni aprono una piega nel tempo in tutta la sua gloria

sia ringraziato Dio che l’universo ci ha fatti nella caduta

questo lettino si richiude quando

riusciamo a sussurrare come farebbero gli amanti nell’oscurità

in due oscurità separate

quando lui non riesce più e io non ancora a udire gli uccelli

Parole

le mie parole e quelle di Jan hanno perso ogni dimensione umana

in silenzio iniziano la loro vita come pezzi

di arte grafica moderna

la loro descrittività il loro valore oratorio è convertito in centesimi

per carattere in un solo tweet

da un ricco assortimento offerto in vecchi dizionari

noi selezioniamo alcuni esempi – letteralmente cinque o sei

con i quali tutto può essere detto

Un paesaggio

quando guardo fuori dalla finestra

per riflettere nel nostro piatto scenario

vedo montagne coperte di neve dietro gli alberi

fredde cime come in una foto –

ampi spazi che ci avvicinano e non allontanano come allora

il tempo è un concetto umano

tendenza del cervello a ordinare

con desiderio una cosa dopo l’altra

per paura dell’ignoto quando tutto dev’essere capovolto

ecco perché bastano un tavolo e poche sedie

quadri al muro per rendere accogliente la stanza

un paesaggio o un gesto

Non ci sono mezzi per consegnare l’antidoto

la solitudine porta stiletti rossi

ride ad alta voce

con troppe mani e occhi

si rassegna ad accuse pungenti

a cominciare dall’umile nascita

puntualizzando i difetti della bellezza

per sfidare le promesse di rompersi la testa con una bottiglia

talvolta tenta l’autostima – è un tentativo drammatico

di salvare la faccia

recupera le ultime schegge di vetro,

si mette una benda

copre con i capelli o un maglione

Primavera

oscillando tra la testa e le trecce.

la sua esitazione in calze a rete

fa traballare Shakespeare leggendo ad alta voce le bestemmie.

vecchio poeta. esamini da vicino il suo naso arrossato dal freddo

il bruco peloso non ancora divorato dalle formiche

pantaloncini raggrinziti in tasca

frettolosamente scompigli gli incassi. Lei posa

con perle tra le cosce e sotto l’albero che perde

gli aghi e poi anche i fiori

                                                                                     Traduzione dal polacco in inglese Damian Krzemiński

                                                      Traduzione dall’inglese in italiano Anna Santoliquido e Graziella Todisco

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...