Elisa Audino: “Io qui ci vivo”

Il libro d’esordio di Elisa Audino Io qui ci vivo (2021), uscito presso le edizioni Gattomerlino di Roma, rivela una nuova voce poetica che esibisce una scrittura dal tono asciutto, anche ruvido, libero, e non di rado ironico nel dettato dei versi. Nata nel 1977, cuneese, Audino mostra uno sguardo fenomenologico sliricato, saettante e mai autoconsolatorio sulle cose e sul reale. Figlia di un operaio disceso dai monti a valle per andare a fare il tornitore in fabbrica, riavendone una salute precocemente rovinata, Audino nei suoi testi spesso accoglie la figura del genitore, da un lato rivendicando l’orgoglio delle proprie origini, dall’altro rimarcando distanze e conflitti col tempo addolciti dalla malattia paterna. La sua poesia ha una sostanza diretta e concreta che consapevolmente rimanda a certa poesia americana, i Beat, Carl Sandburg, Bukowski, forse anche Anne Sexton; ma poi soprattutto lascia trasparire un ethos di solida piemontesità, un ethos fra tradizione e modernità, che inevitabilmente fa pensare a Cesare Pavese – curatore, sappiamo, della celebre antologia Americana – , anche per la capacità di connettere il locale e il globale. Attiva, come racconta, in “un piccolo collettivo poetico” a Pinerolo, Elisa si presenta quindi come una voce poetica ‘glocale’ che vive ben radicata nella sua terra e nei suoi versi, ma con uno slancio di accoglienza verso l’altrove, là dove “La poesia è rivoluzione , / scriveva Amiri Baraka, / e rivoluzionario è chi maledice le disuguaglianze / dalla strada”. Una strada che Audino ha appena incominciato a percorrere con misura e lucida scansione.  (marco palladini)       

Io qui ci vivo

Parlano di luoghi

estinti da tempo

con termini pascoliani.

Ma tra il fanciullino

e il deserto

ci sono cinque giorni

e vanno dal lunedì

                al venerdì.

Buona fortuna, amici

Io non so piangere

E piango per cose

Di cui non piangono gli altri.

Non ho pianto quando sei partito

E ci siamo scritti per giorni

Da strade e continenti diversi.

Io guidavo,

Tu cambiavi aeroporti.

Non ho pianto quando sapevo

Che non saresti scappata

E quando il telefono

Ha suonato, la notte.

Non ho risposto.

Non ho pianto quando

Mi hanno mandato le tue foto,

A terra,

Per farmi vedere

Che ti avevano fatto.

Non ho pianto al tuo funerale,

In Italia.

Non ho pianto quando sei nato:

Ho riso

Senza riuscire a smettere.

Non ho pianto dopo la diagnosi.

Sono venuta da te

E ho detto:

Un attimo.

In bagno,

Una donna mi ha abbracciata.

Non ho pianto durante quelle tredici

Interminabili ore

E quando mi confidavi

Chi avresti voluto essere,

Da grande.

Mi hai chiesto

Sei triste?

E io

No,

Stai dicendo delle cose

Molto belle.

Non ho pianto

Quando ti sei bloccato.

Mi sono seduta,

Ho aspettato

E ho detto a tutti

State calmi.

Non ho pianto

Quando mi hanno urlato

Che non dovevo scriverlo,

Quello.

Che non si doveva sapere.

Ho risposto senza urlare

E ho voltato le spalle.

Per non vomitare.

Non ho pianto

Quando lo hai fatto tu.

Non ho pianto

In psichiatria

Quando camminavi per ore

Sulla stessa piastrella

E tremavi.

Ma mi commuovo

A volte

Per un titolo,

Sul giornale.

Per una storia.

Per una cattedrale che cade.

Per una frase

Al momento sbagliato.

Stavo per piangere

Oggi,

A colazione.

Perché ho detto no

Alla mia utopia,

Quando avrei voluto dire

.

Ma abbandono sempre

La nave

Quando sta per vincere.

Appartengo a chi

È abituato a perdere.

Solido liquido gassoso

Sono una donna in evidente

stato d’abbandono,

la cura del corpo prevede attenzioni

che non sempre desidero manifestare

[vestire la forma → depilare il piacere →

tingere gli anni → fare esercizio → stendersi

sul banco del mercato]

Per qualcosa di più sensato serve il tavolo di un bar

o un letto o entrambi

Ingoio silice e ossido di alluminio da mesi

procurandomi scarso

limitato

piacere

[le metanfetamine sono meno sintetiche di queste sbarre

virtuali—>l’eccitazione è un distillato da bere ancora caldo]

mentre questo vetro liquido è freddo

e appartiene a chi?

[ti ho detto che sono ubriaca questa sera, sì?—>ho aggiunto

tiamomimanchivadoastendermi]

vado a toccare se esisto

Sottocosto

Le forzature dei poeti falliti

Ah! Sottigliezze di radica!

Maneggiamo figure prive di retorica

scolpite con la colpa della dis-grazia

Abbiamo voci elettroniche

e colori da offerte di quartiere

ma, perdonateci,

la povertà non è mai stata sobria

e la nostra apnea è durata forse

troppo a lungo

Primo luglio 2016- A Simona Monti

Lo sai tu

Quello che hai visto.

Io

Sono due anni

Che ci penso,

Il mattino.

E che diritto ne ho?

Sono viva.

            Mentre tu

Sono una pattumiera,

Dicevi.

            [hai accolto

            i rifiuti del mondo]

Anche adesso.

Vedi?

Ti uso.

Potrei colpire

Con le lame.

Sarebbe facile.

Lo hanno già fatto in tanti

E non sei scappata.

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