Minime glosse a “Museo dell’Uomo” di Plinio Perilli

di Marco Palladini

Museo dell’Uomo è un titolo frontale e impegnativo che subito rimanda al Musée de l’Homme, la grande istituzione etnografica parigina che intreccia nelle sue collezioni reperti preistorici, di antropologia biologica e di etnologia. Ma il libro poetico di Plinio Perilli (Editrice Zona, 2020, pp. 275, € 21,00) non ha tanto l’ambizione di proporsi come un compendio gnoseologico sulla vita e la storia dell’Anthropos dalle origini ad oggi, mira semmai a cantare e, assieme, a decantare la sua complessa e chiaroscurale vicenda in rapporto al suo cammino nella modernità. È infatti l’Uomo del Moderno il centro di questo libro ‘museale’. Ma la poesia di Perilli non svolge una museificazione-tumulazione dell’Anthropos, bensì una museificazione-celebrazione dell’Uomo nella cui interiorità egli scorge un brillìo: “Dentro l’Uomo è la luce: e noi dobbiamo / solo capirlo e attendere, infibrati sereni, / trasognare il mondo, rispettare l’offertorio / di gemme o frutti della vita…”. Dunque, l’Uomo di Perilli è l’uomo illuminato nell’animo, forse l’uomo illuminista, il protagonista di quella dialettica tra Kultur e Zivilisation, di cui, però, già Thomas Mann nella prima metà del ’900 denunciava la decadenza. L’Uomo portatore di luce (ergo anche luciferino) diviso tra ragione e fede, tra razionalità e destino o magari, secondo scriveva Dietrich Bonhöffer, tra “resistenza e resa”.

Il nome di Bonhöffer giunge propizio per ricordare che al pensatore teologico tedesco ucciso dai nazisti dedicò un libro (Un teologo contro Hitler, 2002) lo scrittore Eraldo Affinati, fraterno amico di Perilli, che con lui nell’estate del 1995 fece un pellegrinaggio a piedi da Venezia sino ad Auschwitz, là dove la storia dell’uomo occidentale conobbe il suo ‘cuore di tenebra’ assoluto. Ma anche di fronte alla visione del luogo princeps della Shoah, in cui risuona la basica domanda di Primo Levi (“Se questo è un uomo”), Perilli non si abbandona a un cedimento nichilista e scrive “… Dio del perdono / terribile nella Pietà, se ancora la Storia può epurarci / al vivere, a mai e mai credere che sia deposta la Morte, cupo / evento una Croce, irripetibile ma ripetuta: qui s’inginocchia // – dove alla mente s’oscurò il cielo, e l’anima terremotò”. È confidando nella terribilità di un “dio del perdono” che si è immolato sulla croce che si può ancora cercare di credere nell’Uomo, nella sua capacità di riscatto, nel suo sapersi rialzare pure dall’abisso del Male totale e totalitario che alberga dentro di lui. Se la ragione sprofonda nel buio (l’ebreo razionalista Primo Levi alla fine si suicidò, sentendosi colpevole davanti ai milioni di ‘sommersi’), la fede in un moto di resistenza si aggrappa, ancora e sempre, alla luce, per quanto fioca essa possa essere.

Tra i parecchi, precedenti libri poetici di Perilli, quello forse più importante è Preghiere d’un laico (1994) che vinse molti, significativi premi e soprattutto perché certificava, sin dal titolo, che per il poeta romano la poesia è una forma di preghiera pronunciata da un autore che, comunque, evita un tono sacerdotale o misticheggiante, che rimane una voce laica anche quando assume una intonazione alta, quasi solenne. Direi in proposito che l’enfasi lirica, la rotondità di stile sono tratti ineliminabili, strutturali della voce poetica di Perilli, che si concreta in un effluvio di scrittura piena, rigogliosa come un orto botanico gremito di stillanti e proteiformi versi. Una scrittura generosa, umorosa e amorosa, debordante nel suo afferrare il filo duraturo del vivere per urgenza destinale, per vibrazione quotidiana, per ricerca di senso spirituale.

Museo dell’Uomo, prefato autorevolmente da Giulio Ferroni e che ha una suggestiva copertina dove sullo sfondo di un nero teatrale o luttuosamente caravaggesco spiccano, quasi tridimensionali, due primitive sculturine che raffigurano “una coppia di Naga (popolo nativo della regione tra India e Myanmar)”, mi sembra il libro apicale, della consolidata maturità poetica di Perilli; il suo sottotitolo “poesie e poemetti 1994-2020” chiarisce che ha dietro un percorso di scrittura di oltre un quarto di secolo di grande coerenza e fedeltà a se stesso. Un vero breviario laico che soprattutto rifulge nei molti componimenti poematici a sfondo civile-politico. E mi ha colpito non solo e non tanto la porzione di testi dedicati alla Resistenza (per esempio a Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo, partigiano ucciso dai partigiani comunisti filoslavi) o ai numerosi attentati terroristici degli ultimi due decenni (a partire dall’abbattimento delle Twin Towers), ma in primis il poemetto “Patria delle Patrie” dedicato ai giovani patrioti che morirono nel 1849 sul Gianicolo nell’ultima disperata difesa della Repubblica Romana. Perché lì c’è la scaturigine, in gran parte obliata, di un sentimento di amore patrio, di appassionato orgoglio nel sentirsi italiani, che il fascismo in gran misura deformò, strumentalizzò e pervertì sino a farlo sentire (a tanti antifascisti) estraneo e respingente. Ecco, Perilli riesce per via poetica a far rinascere quasi come nuovo quel sentimento dei ventenni che andarono a morire con sulle labbra il grido “Viva l’Italia!”. Così nei suoi versi “Ogni notte si ridesta – quel Reggimento di Eroi / e Roma bella dall’alto, tornano a guardarla / melanconici o fieri, ciascuno per suo conto… / Mameli coi suoi versi, e Dandolo, Morosini, Manara… / Quassù il Vangelo prese in sposa l’Utopia del Mazzini, / l’emozione, l’equazione semplice che ben pochi / accettavano: ‘Dio e Popolo’, ‘Pensiero e Azione’…”.

Il poemetto d’apertura “Adamo disteso” prende le mosse da una omonima statua d’oro di Giacomo Manzù, ma a me quella metaforica postura ha fatto pensare a L’épuisé (L’esausto, 1991), un magnifico saggio di Gilles Deleuze che, ragionando sulla differenza tra l’essere stanco e l’essere esausto, illuminava la condizione dell’uomo moderno, a partire dalle opere di Beckett che mostravano l’esaurimento, lo “sfinimento fisiologico” di figure condotte sul confine di una completa estenuazione esistenziale. Ma Perilli vede, invece, nella bella scultura di Manzù l’input per evocare l’originario sorgere e insorgere dell’Uomo, pur con qualche linea di dubbio: “Adamo disteso, manichino svegliato – per miracolo / eterno proclamato Primo Uomo, divino e mortale. / Sto nascendo e già mi stanco a vivere, anche / a esserne felice… Che strana idea, che pazzo / lievitare!… Disteso accanto a tutto ciò che / mi manca, o meglio ancora non sono… Un dolore / mi prende dentro – …”. Perché forse l’essere distesi nell’atto di nascere ha in sé già il segno dell’essere esausti nella curva del tramontare.

Nel compulsare la sovrabbondanza testuale del volume si possono, via via, seguire i percorsi delle varie sezioni. Ad esempio, l’ottava denominata “Il terremoto non è cattivo” annovera poesie che sono una sorta di dolente memorandum dei più recenti eventi sismici che hanno flagellato il centro-Italia: da quello in Abruzzo del 6 aprile 2009 a quelli nell’alto Lazio del 24 agosto 2016 e in Umbria e nelle Marche del 30 ottobre dello stesso anno, per arrivare al crollo del Ponte Morandi a Genova il 14 agosto 2018, e senza dimenticare il maremoto che devastò Haiti e la sua capitale Port-au-Prince all’inizio del 2010, rammentando Evan Muncie, un sopravvissuto letteralmente miracolato per avere resistito per un mese sotto le macerie: “‘Hai tu passeggiato in fondo all’abisso? Le porte della morte / ti son esse state scoperte? Hai tu veduto le porte dell’ombra / di morte… E la tenebra dov’è la sua dimora?’ Giobbe d’un Evan! / Ogni maremoto o sisma che ci impazzisce il cuore eppure chiede / alla mente di ragionare sul futuro, di meritarlo, inginocchiarsi / immortali di morte, vermi della terra, sozzi pòrci nell’antro ancora / feriti, fioriti d’ali, poi mammiferi eretti, miracolati dalle macerie, / fratelli d’uomini, anime in pena, mai più creature indegne di sé”. Ecco, ogni volta, in ogni ricognizione nei cuori strappati di catastrofici eventi, Perilli come Diogene di Sinope va cercando l’uomo con la sua lanterna poetica, ovvero cerca la sua residua ‘dignitas’ anche nelle evenienze più sventurate e stravolgenti. Nel baratro più totale è la dignità l’ultima cosa a cui l’uomo non può abdicare.

Facendo un passo indietro, la settima sezione viene dedicata ad “Amici artisti & poeti”, partendo da Amelia Rosselli (“Ma capivi il dolore, ogni nome di cuore! Tu che amavi / e volavi agli altri, come Libellula vibra veloce / e immota, pazza di luce, effimera da durare per sempre…”) a Dario Bellezza, da Elio Pagliarani a Kikuo Takano, da Valentino Zeichen alla compagna Nina Maroccolo, al pittore e scultore americano Mark Kostabi. E al poeta e matematico giapponese Takano si addicono terminali, icastici versi: “Un Sol Levante che non tramonta… / … Dio è Tutto e ovunque, / lucciola, ibis, mare/cielo, Fuji Yama… E l’uomo / è il Nulla che proprio Lui ci riempie, il secchio / senza fondo che invece sempre attinge, trabocca vita”. L’uomo quindi è un nullapieno, un ‘nihil’ che tracima, che esonda, il cui flusso vitale riempie il mondo di sé, a torto o a ragione. La facondia letteraria di Perilli è sostenuta da questo tenacissimo filo umanistico, da un credo di inossidabile neo-umanesimo che non si lascia scoraggiare dagli avvisi contrari di Martin Heidegger: gli dèi sono volati via dal mondo, oramai è la Tecnica che governa la terra e, vieppiù, il divenire della società, ché l’uomo ha perso la sua centralità, è uno spostato, un essere disanimato in un falso movimento di sviluppo senza progresso.

Plinio Perilli tutto questo lo sa, perché è un poeta-critico letteratissimo e colto, è un autore che come Mallarmé ha letto tutti i libri, ma la sua carne non è ancora stanca e triste, vibrano ancora in lui le sollecitazioni della giovinezza, le pulsioni di uno spirito che non si acquieta, che continua a manifestarsi in stato desiderante, nella forma di una poesia innamorata, inebriata di vita in tutta la sua interminabile fenomenologia: uomini, cose, piante, animali, paesaggi, opere d’arte. E se la sua scrittura talora un poco si abbassa e corre e scorre parallela a certe cronache giornalistiche, il suo piglio affabulatorio fa pensare al Pasolini di Trasumanar e organizzar (1971): un trasumanar e concertar e edificar un Museo poetico non vetero-museale, bensì biodinamico, colmo di enérgheia. E valgono un programma i versi: “Ora mi torna tutta, quella frase lucente / d’Albert Camus che leggevo da giovane, / e l’amavo già senza capirla: che l’uomo / ha un solo dovere sulla terra, quello / di essere felice… Echeggiava a lenirmi”.

Ecco, Museo dell’Uomo è il libro di un uomo che non ha mai rinunciato alla ricerca della felicità. Che l’ha cercata anche nella felicità espressiva di un verso, di una rima, di una strofa, pure guardando ai disastri naturali o della historia, come oscillando tra epicedio ed epinicio. Affermava Carl Gustav Jung: “Solo il medico ferito guarisce”. Ergo solo una poesia che si fa carico delle innumeri ferite dell’uomo può porsi come lenimento, conforto, sollievo in vista di una guarigione magari non probabile, ma non impossibile. E forse la piccola-grande felicità che si può raggiungere è soltanto in una diminuzione della sofferenza, in un (Palazzeschi dixit) ‘controdolore’.                           

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