Omaggio ad Alfredo De Palchi (1926-2020)

di Plinio Perilli

Da qualche settimana ci ha lasciato, a New York, il vecchio Alfredo de Palchi, uno dei poeti in verità più misconosciuti del nostro secondo ‘900, et ultra.

Lo conobbi proprio a Manhattan nel ’99, durante un convegno presso l’Istituto Italiano di Cultura, invitato da Luigi Fontanella. Proprio nessuno, in Italia, mi aveva mai parlato di lui, benché avesse esordito nel 1967 addirittura alla Mondadori (grazie all’appoggio di Vittorio Sereni e ai buoni voti augurali di altri ottimi poeti, e intellettuali, come Erba o Cattafi), con un libro davvero fuori dal coro, per i tempi: Sessioni con l’analista.

   Mi aveva sùbito intrigato con la sua posizione oltranzista, polemica, irriconciliata, a tratti proprio livorosa – frutto di una difficilissima prima giovinezza (finita dopo la sua guerra in camicia nera, da fascista,in un misero reclusorio), ostaggio e finanche vittima di accuse meschine, gravi e maldestre, poi per fortuna crollate. Aderì, questo sì, a Salò, alla Repubblica Sociale, circostanza imperdonabile per tutti, tranne che forse nel territorio della poesia. (Ma De Palchi era e fu personaggio – autore – sia ben chiaro, totalmente diverso, tanto per dire, da un travagliato e puntiglioso antieroe come Pierre Drieu La Rochelle…).

Alfredo de Palchi  (ph. Milo De Angelis)

   Alfredo cominciò comunque a scrivere in galera, a Procida, poeta/ragazzo, o poco più: che poi, quando uscì, dopo pochi ma lunghissimi anni, cominciò a viaggiare, incarnò (come già aveva fatto) il romanzesco. Errante/erotico/eretico se ne andò a Parigi, poi in Spagna, infine partì inquieto e baldanzoso per Nuova York – come per anni in TV l’appellava Ruggero Orlando, mitico corrispondente RAI.

   Mi occupai criticamente, di De Palchi, e finii per dedicargli una serrata monografia, Il Cuore Animale, uscita a Roma nel 2016 presso l’editrice Empirìa. Da questo saggio – sempre aperto alle figure e ai contesti più anarchici e comunque sui generis – ho estrapolato un paio di brevi capitoli, proprio per tornare sui versi, sulle opere semi-sconosciute di Alfredo de Palchi, che un certo canone consolidato (e discutibile, come sempre) intese, intendeva proprio mettere all’indice. Poi ci fu un tardivo recupero: lo recensirono Raboni, lo stesso Cucchi… Ma certe ferite, tra grande e piccola Storia, non si cicatrizzano mai del tutto.

(da IL CUORE ANIMALE)

La ridda degli archetipi…

   Archetipi, figurazioni, mostruosità e dissapori, ombre fantasmatiche e labirinti mentali… affollano e frastagliano, ulcerano e insieme librano tutti o quasi i versi di Alfredo de Palchi in un universo visionario degno d’un bestiario medioevale – ma perfettamente aggiornato, rinnovato tra la fine e l’inizio del Terzo Millennio…

   “… La tradizione del simbolismo astrologico” – scrive Hans Biedermann nella sua fascinosa Enciclopedia dei Simboli (e stiamo naturalmente pensando ad una delle tante valenze del primo De Palchi, il giovin poeta, carcerato ma impavido, de La buia danza di scorpione (1947-1951)– “associa allo scorpione una marcata sessualità virile, la forza distruttiva, l’idea dell’occulto, del mistico e dell’illuminazione; come nell’antico Egitto, al simbolo del veleno fanno da contrappeso l’idea di guarigione e della resurrezione. Perfino un segno dotato di effetti tanto pericolosi implica quindi un’interpretazione ambivalente, che ne sottolinea la mutevolezza e il simbolico superamento della morte”…   

   Tra incubi reali e mera valenza metaforica, fantasmatica in Logos, la poesia di De Palchi chiede a una ridda di archetipi o visioni, di entrare in scena, di affollare il proscenio o la scenografia della pagina come una notte, un bosco mentale, una collusa visione del Macbeth, ebbra in drammatico…

   “… Ciò che un uomo può osare, io l’oso; avvicinati sotto la forma dell’irsuto orso della Russia, del rinoceronte armato, o della tigre ircana; assumi qualunque forma fuor che cotesta, ed i miei saldi nervi non tremeranno mai: oppure ritorna in vita, e provocami in un deserto colla tua spada; se io vi dimorerò tremante di paura, dichiarami una pupattola. Via di qui, orribile ombra, illusione beffarda, via di qui! [Lo Spettro sparisce] Ecco, appena se n’è andato, io ritorno un uomo. vi prego, sedete ancora.” 

   Abbiamo perfino provato a tenere un elenco di lettura, quasi un diario “scientifico” dei nomi di insetti, animali, piante, minerali, oggetti d’invenzione… E la risultanza è quasi un gigantesco atlante (o Mappa babelica) degno d’un racconto mai scritto dallo stesso Borges… Sì, un romanzo ultra-post-simbolista, un ebdomadario simil-surreale, una sorta di junghiano e segreto libro rosso

   Scorpione – Lepidottero

   Ma anche Gallo – e Uovo

   Mosca – Ragno –

   Sterco – Morchia

   Come in certi strepitosi e baluginanti taccuini di Leonardo da Vinci (tra profezia e facezia, enigmi e figurazioni), noi vi troviamo facilmente sogni e favole, incubi e parabole… Scriveva appunto il gran genio universale nei suoi codici esimii:

   “… L’ombra è di maggior potenzia che il lume, imperocché quella proibisce e priva interamente i corpi della luce, e la luce non può mai cacciare in tutto l’ombra dai corpi, cioè corpi densi. …”

                                                                                  [Lu. 549]

   De Palchi raccoglie, diremmo, gli insegnamenti e i fervori dell’Ombra, popolandoseli di incubi e apparizioni, visioni e sentenze che la sua poesia in fondo divora e assimila, degusta o sputa come un cibo selvatico velenoso o provvido, ma sempre e comunque fatale al proprio cuore, e indicibile nella nostra mente sempre come in drammatica ebollizione… 

   Ecco La diga che crolla…

   Una campagna di mezzogiorno…

   La città estranea (senza volto come una donna, una figura onirica da film di Bergman: ad esempio Il posto delle fragole)…

   E poi un cubicolo…

   Una palma…

   Pozzi a iosa…

   Una scatola…

   Un fiore selvaggio…

   Àmbiti e ànditi drammatici, chiaroscurati, spesso nefasti…

   Continue sprezzature d’inquietudine (e suoi scenari)…

   Il fracasso… L’incendio… La polvere…

   Polvere dovunque su tutto polvere su ciascuno

   su me un cadere continuo di polvere dal soffitto

   sul letto tappeti bottiglie dalle pareti

   che mi serrano nella morsa del mio futuro cadavere

   già sepolto sotto il cumulo di polvere di questa

   polvere che rassodata nello spazio gira su sé stessa

   …

(da Costellazione anonima)

   Ancora – questa volta, almeno, in rito di Natura:

   Freddo – neve – vento…

    – vedo il vento –

   contrario alla meteorologia vedo il vento:

   è cristallo in polvere circolare, onda circolare

   vino che mi cozza eccitato addosso al me

   stesso interno, vento

   liquido contenente succo atmosferico, polvere

   fumo oro odori d’uomo

   …

(da Sessioni con l’analista, 19)

   I Muri – le pareti – sono frequentissimi…

   Così come l’idea, l’ossessione o forse la mortale, ossimorica salvezza della Stanza…

   Il destino è in quella stanza

   che si spalanca di ali

   sulla pianura del letto disfatto,

   già fossile per tanti anni di giacenza

   sotterranea – sul tuo corpo è illuminante

   assassinarmi.

                                   (da “Ultime”, in Paradigma)

*********

Dissidi, disturbi? Alfredo ci guida in questo suo Infernus et cetera con sicurezza dantesca (ma non con quiete virgiliana: che semmai egli recupera nell’ultima fase senile della sua produzione).

   Il Male, “quel tutto male” (cfr. Bag of Flies, 7)… è, sono, si capisce, strette e strenue categorie dell’Etica – ma Alfredo, e forse ha ragione, le trasferisce perfettamente in Poesia (un po’ come faceva magari Franco Fortini con I destini generali – attenzione: clamorosamente dalla parte opposta! – ammesso che in poesia esistano davvero le fazioni, i movimenti e le correnti, così come nella maldestra e fedifraga, ahinoi, vita della politica)…

   …

   Mi vedo, riconosco il genio d’ogni male –

   sono il grano che fermenta nelle scorie,

   ed essendo anche la colonna di mota ripeto

   di mai chiedermi fedeltà.

   Non conta che l’arresa emetta luce,

   quale luce… sono ancora il vivo.  

(da “L’assenza”, in Paradigma)

   Ma più avanti, e la faccenda si fa strepitosamente interessante, Alfredo de Palchi denuncia insomma l’ottusità del corpo: lui che del corpo è adepto lirico, ebaudelairiano esimio iniziato.

   Ecco, intorno al Corpo, Alfredo de Palchi ha in fondo costruito, con la sua summa poetica, una sorta di piccolo, inesauribile trattato parallelo…

   Non serrare l’uscio,

   non mi neutralizzo fra il muro

   e la dispersione che arranca per falde freatiche

   quanto il corpo non si fossilizza percorrendo dall’uscio

   alla porta del letto –

                                      durante il trapasso

   la melodica freme luccicando di gocce

   d’acquitrino del tuo ardore cui prolungo la tensione

   per il collare di velluto quale cagna dal ventre

   che rotola a onde al rossore

   …

   (da “Ultime”, in Paradigma)

   Un luogo/tempo dove Corpo e Amore corrispondono, si compenetrano e infine si ritrovano in festoso, istintivo e pulsante rito di natura, approdo escatologico indicibilmente felice:

   Mi coinvolgi nella carnale armonia

   perché tu possa per me impersonare

   l’immagine perversa di una vita

(id.)

*********

   Finalmente, si accende e si libera – questa volta con sufficiente gioia, con residuo antico entusiasmo da Tempo Perduto – il gioco immarcescibile dei Colori:

   Cremisi… Anni verdi… Il cerchio rosa…

  Più e meglio d’un test di Rorschach, con quelle macchie al centro d’uno dei più noti e sintomatici test proiettivi…

   …

   la notte / pelaghi di sonno via

   mi portano: margini burroni,

   mi muovo lento

   la distanza è nera e i passi

   sono balzi al rallento mentre le braccia

   annaspano…

(“L’incubo si srotola”, da La buia danza di scorpione)

   Torna in mente la vocazione e il destino pittorico del gruppo “Cobra” (1948 e dintorni: il movimento si formò a Parigi, ma la sigla annette le iniziali di Copenaghen, Bruxelles ed Amsterdam), intrigante accolita di neo-espressionisti europei che dalle loro immagini forti, nette, arrivarono quasi a una sorta di potente astrattismo, ma acceso da simboli e cromìe, archetipi o mostruosità dissonanti, turbate e perturbanti… Non a caso si rapportarono poi all’Art brut e a quella finanche demenziale…

   Scriveva Alfredo “giovane” sempre in un testo de La buia danza di scorpione (1947-1951), nella sezione “Il muro lustro d’aria”:

   C’è in me dello spazio

   usurpabile – cerchio

   o cono che sia…

                                  solo so che nella vertigine

                                  il ragnatelo blocca l’incertezza

   Per non parlare, prima ancora, del destino accanito e perturbato – anch’esso – di Jackson Pollock, forse il più grande pittore americano dell’inconscio… Ogni suo quadro era davvero una sessione con l’analista! – ma l’analista era lui e il dripping sulla tela messa sul pavimento garantiva questa totale libertà insieme espressiva e fantastica per liberare l’incubo, per proclamarlo con la leggerezza appunto lieve e rintorcinata di un gomitolo d’arte, d’un lungo filo di profezie e dolori.

   Torniamo ai suoi titoli… “Male and Female” (1942 ca), “Nights Sounds” (1944 ca), “The Water Bull” (1945), “Eyes in the Heat” (1946), “Enchanted Forest” (1947), “Alchemy” (id.), “Reflection of the Big Dipper” (id.), “Phosphorescence” (id.)…

   “L’arte dell’Action Painting” – annota Achille Bonito Oliva nella sua piccola ma centrata monografia su Pollock (strutturata in quattro sezioni: “Pratica dell’espansione”, “Automatismo come verità”, “La radicalità del gesto” e “Trame, incroci, radici” – “diventa una pratica ulteriore dello sconfinamento e dell’espansione, nel senso che recupera come valore anche i territori del pensiero stordito, dell’impulso che filtra direttamente oltre la censura della forma e malgrado essa.”

   Ecco, i primi tempi immaginavo che ogni sessione con l’analista di Alfredo de Palchi… (ma vale anche per molte liriche successive – liriche sliricate, così come la pittura di Pollock era pittura distruttiva, agonia resuscitata di colori d’ombra, una tavolozza rinnegata e proiettiva insieme, forma e materia implose…), ho insomma vagamente immaginato i quadroni sliricati di Alfredo come rettangoloni di Pollock, schermi asfissiati di realtà, in un action poeting… (id est painting) che supportava e suffragava questi laceranti e salvifici encausti interiori, questi aggrovigliati sgocciolamenti lessicali, queste abrasioni, questi trasudanti o fioriti tatuaggi della linea, questi sfregi gentili di salnitro cromatico, queste macule immense o pertinaci, gocciolate, dissanguate sulla superficie… – quasi come un avulso, perturbante e perturbato dripping di poesia…

                – non è quella che credi di conoscere –

   è ingorda di ben altro, intangibile,

   rozzamente bello che non affiora dall’oscuro

   “perché”…

   non riesco a vedere

   toccare con la violenta

   fissità dello sguardo, ma presentire

   nell’asma del suo groppo alla gola

   nella volontà interrotta

   spasmodica di perfezionarsi nella rapida

   ruota psicologica che s’ingrana

   a stritolare l’intangibile se stessa

   e me non più neutro –

   questa la differenza:

(da Sessioni con l’analista, 14)

   Sarebbe curioso gemellarle, queste scene liriche con gli ordinati squarci del Pollock danzatore d’incubi, musicante d’ombre irraggiate… insomma dipintore e artefice di un grande Caos cadenzato in blues

   un lenzuolo verde

   scuro su cui non posso notare ma sentire ad antenna

   l’insetto della rigida

   bruttezza annidato là dentro e nel viso

   sterilmente sciupato anzitempo

(id.)

  Ma torna in mente anche – e in maniera del tutto diacronica, insomma trasversale e transgenerazionale – l’Immaginario fascinoso e turbato d’un giovane quale Jim Morrison, l’idolatrato e rimpianto leader dei “Doors”, poeta/menestrello e divo del rock che nella stessa America del 1967, per intenderci, si vota a uno strepitoso grottesco del Potere: nel rappresentarlo, e porsi, proporsi… vigorosamente contro di esso, nello stigmatizzarlo ed anzi avversarlo ad ogni costo, con ogni espediente lirico, vocale, immaginativo, recitativo (fra “Re Lucertola”, e rettili in genere…):

   …

   “Io sono il Re Lucertola

   Io posso fare tutto

   Io posso bloccare la terra nel suo percorso

   Sono stato io a far andare via le auto blu.

   Ho dimorato per sette anni

   nel libero castello dell’esilio,

   Giocando strani giochi

   C/le ragazze dell’isola.

   Ora sono ritornato

   Alla terra del giusto, & del forte, & del

   Saggio.

   Fratelli & sorelle della foresta opaca

   O Creature della Notte

   Chi tra di voi correrà c/la caccia?

                          – Grida di assenso –

   …  

(Jim Morrison, da Tempesta elettrica, “poesie e scritti perduti”, trad. di Tito Schipa jr, Oscar Mondadori, 2002)

*********

   E invece De Palchi si rifonda a partire dall’ardua e semplice, inconscia ma riaffiorante richiesta di perdono che lui Eretto, ma mai gelido, lui Homo novus perché devoto alla ricchezza istintiva d’ogni primordio, chiede alla natura – alla Natura per quanto e come l’abbiamo ferita, la offendiamo d’inumanità, ne offendiamo il sacro Cuore Animale…

   Perdono per il lamento del povero coniglio colpito maldestramente, debolmente, a farlo più soffrire… Colpito, si sa, da lui stesso bambino: e dunque ricolpito adesso, e ancora, ogni giorno, nell’immaginazione e nel contrappasso della sua coscienza generosa, ipersensibile; invecchiata cuore multitudine di quel lamento e di quella multeplice pietà forse irraggiunta…

   non so, o forse so

   il perdono del lamento di bambino chiuso

   della sua pietà / non riesco alla pace

   ma alle crepature

                       del cuore in multitudine

                       multeplice

                       con il suo lamento di coniglio –

(da Sessioni con l’analista, 3)

   E come sempre Alfredo ci consegna un’immagine consacrata, insieme, dalla sua nudità e dalla sua forza – che è arcano e semplicità, miseria e sapienza contadina… “Nel basso veronese nei giorni pasquali” – scrive nelle note a “Ultime” (2000-2004), le strepitose, ispirate poesie che chiudono l’antologia PARADIGMA (2006) – “si lustrava le catene dei camini trascinandole sulle strade di campagna.”

   Quando a pasqua si lustra

   la catena dei camini nella polvere

   di strade affiancate da canneti trasparenti di barbi

   e di gamberi che saltellano sulla pavarina

   in quei paraggi della mente balzana

   rivivo la tua prima adolescenza

   acerba con la mia quando la susina

   nella fioritura bianca

   e la visione in secca delle tue cosce leonesche

   che raggiungono l’eterno

   su per la gonna che muovendosi attorno mi trema

   l’erba e il corpo quando…

(da “Ultime”, in Paradigma)

Il centro che illumina l’inconscio…

è così scuro nell’inconscio

che non so come dannarmi

per confiscare il centro che illumina

l’inconscio, consolidare il tuo istinto

giusto con le sedie intorno a te

in questa casa sul letto

   È un passaggio cruciale dei “Momenti”, da Le viziose avversioni (1999), in cui De Palchi più sembra voler intavolare, accettare – una sorta di sotteso, ombreggiato discorso religioso (se non di vero afflato spirituale)… Già, perché l’inconscio è scuro – per così dire! – ma anche poderosamente illuminato (illuminante!)…

de Palchi in una immagine giovanile

   Resta meravigliosamente questo, in Alfredo de Palchi: una sincerità di fondo e anche specifica – una trasparenza inesorabile, schietta ed integra, innocente o reoconfessa nello stesso modo…

   Torna in mente la splendida immagine archetipica (e metafisica) della casa spalancata in sezione, insomma del grande edificio squarciato in trasparenza del grande romanzo di Georges Perec La vita istruzioni per l’uso (1978)… Noi da fuori vediamo tutto il di dentro: i movimenti, le azioni e le esitazioni; vediamo i gesti e perfino le parole, romanzate inesorabilmente allegoriche e sintomatiche…

   “…  Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po’ pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s’incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell’edificio si ripercuote, lontana e regolare. Di quello che succede dietro le pesanti porte degli appartamenti, spesso se non sempre si avvertono solo quegli echi esplosi, quei brani, quei brandelli, quegli schizzi, quegli abbozzi, quegl’incidenti o accidenti che si svolgono in quelle che si chiamano le parti comuni, i piccoli rumori felpati che la passatoia di lana rossa attutisce, gli embrioni di vita comunitaria che sempre si fermano al pianerottolo. …”

   Ovviamente dove c’è l’inconscio, lì alligna e procede, in sinuoso, fluviale o geometrico parallelo (come le rette parallele che si incontrano ma all’infinito…), anche e soprattutto la sfera conscia, il Regno del Razionale (o razionalizzabile)…

   Ma anche, ci spiegherebbe il James Hillman di Puer aeternus, la disperata ricerca di riunirci tra metà e opposti, per saldare quegli eguali la cui scissione è la nostra sofferenza: 

   “… Cerchiamo una trasformazione del conflitto tra estremi in unione di uguali. L’epoca in cui viviamo, che anela a essere risanata, chiede che i due estremi siano ricongiunti, che la nostra altra metà, così vicina a noi, così simile a noi come l’ombra che gettiamo, entri nel cerchio della nostra luce. La nostra altra metà non è soltanto di un altro sesso. L’unione degli opposti – maschio con femmina – non è la sola unione a cui aneliamo e non è la sola unione che redime. C’è anche l’unione degli uguali, la ricomposizione dell’asse verticale che risanerà lo spirito scisso. Adamo deve ricongiungersi con Eva, certo, ma rimane ancora il ricongiungimento con Dio. Rimane ancora l’unione del primo Adamo dell’inizio della storia con il secondo Adamo alla fine della storia. Questa divisione, che viviamo come scissione tra Io e Sé e come iato tra coscienza e inconscio, è in ciascuno di noi nel cuore ferito del processo di individuazione. Non c’è da stupirsi allora se il nostro tema è così incandescente che da qualunque parte si cerchi di afferrare il conflitto senex-puer si rimane scottati; non c’è da stupirsi se non si riesce a circoscriverlo e a contenerlo. …”

   Alfredo de Palchi, scisso e unitario, contemporaneamente senex e puer, certo inconsciamente, intesse e incentra su questa diatriba profonda, o dissidio ancestrale, tutta o quasi la sua produzione…

   Le implicazioni stesse letterarie sul tema poi dell’Autobiografia,sono immense, diremmo inarginabili…

   Limitiamoci allora a convocare – come in un dramma storico di Shakespeare, tra honourable men!… – il nobile e grande poeta William Carlos Williams e il suo grande poema del Paterson; assai fertilesul tema della vecchiaia come discesa (ma anche, per paradosso, rinnovamento e nuovo inizio)…

   …

   interviene il tempo, il tempo è quanto conosciamo,

                                  la scelta di un tempo fra gli altri

                                                  la danza a tempo

   “purché il profumo di una rosa

                                non ci ridesti”

   …

*********

   Sì, e il caro Alfredo lo sa bene: il tempo è quanto conosciamo

   E noi…

   Non sappiamo nulla, nulla possiamo sapere

                                         se non

   la danza, danzare a tempo

   di contrappunto,

                                 Satiricamente, il piede tragico

   Sapere il Nulla è già Sapienza? Danzarlo a tempo,

danzare il Tempo, satiricamente, il piede tragico (sintesi vertiginosa di mezzo Nietzsche, in estroso equilibrio tra il dionisiaco e l’apollineo)…

   Mario Luzi, ammettiamolo, ci era andato vicino in un’opera della piena e quasi orgogliosa, edonistica – vorrei dire – maturità: Frasi e incisi di un canto salutare (1990)…

   Penso alle sue “Frasi nella luce nascente”, che finalmente dissipano la nostra eterna Nebbia occidentale, il nostro cupo, buio Nihil che ci opprime e ci annette. Luzi accusa insieme i numi e gli uomini:

   Piace a loro e conviene

   agli uomini quel gioco,

                                          li tormenta

                                          li assicura

   per questo lo assecondano

   o forse se lo inventano, ne sono

   essi gli avveduti artefici…

                                          E intanto,

   anima mia, terribilmente

   il divino è in ogni parte,

                                           non c’è luogo a decifrarlo,

   brucia d’amore e di dolore

   sposato alla nostra stessa sorte

   col vino sanguinoso

   profuso da quel vivo

   e sempre agonizzante Dioniso…

                                                        Così

   pensano nelle loro angustie…

   Così / pensano nelle loro angustie…

   E intanto, / anima mia, terribilmente / il divino è in ogni parte…

   Ma com’è che allora anche in De Palchi la speranza nasce e danza dal Nulla? E la Luce ora trionfa nulla sua essenza luttuosa, trasfigurata come da una palingenesi inopinata, dall’eros cosmico – e sacrale – di una continua resurrezione alla vita?

   In questa laude o contrasto perenne tra Eros e Thànatos, tra Vita e Morte, insomma tra il De Palchi poeta e la sua Aguzzina con la falce in mano (come nei film di Bergman – ricordate la danza finale del Settimo Sigillo?), il puzzle/inconscio di Alfredo procede e s’aggrega così, stride e confrica… Poi s’acquieta in dolcezza, quasi nella tenerezza triste e sfinita dell’Après l’amour

   Comincia un film di ricordi e sequenze che sembra girato nel bianco e nero dei suoi tempi ragazzi, col don Bepo che oscilla tra i primi romanzi veneti di Parise (Il prete bello)e il Bernanos girato, effigiato da Robert Bresson: come dimenticare infatti il Diario di un curato di campagna?…

   Poi con gli anni ’60 è l’occhio di Antonioni che sembra proprio vincere – i suoi colori a pantone d’anima…

   Con gli anni ’80 – ultimiamola per esteso, questa curiosa similitudine o carrellata cinematografica fra poesia ed immagine! – è Buñuel anziano che sembra ancora tornare in fulgore: una sorta di modernissimo surrealismo erotico (tipo Fascino discreto della borghesia o Quell’oscuro oggetto del desiderio – per intenderci)… E Alfredo affolla e inonda i suoi bei libri di Viziose avversioni, funghi amletici ed essenza carnali…

   Da Paradigma in poi – ma soprattutto con Foemina Tellus e con Nihil, è semmai Marco Bellocchio a dettar legge: il Bellocchio più maturo di Buon giorno, notte, di Vincere, ultimamente della splendida Bella addormentata

   Lasciamo stare infatti il caso della povera e bellissima Eluana Englaro (Lecco, 25 Novembre 1970 – Udine, 9 febbraio 2009, morta dopo 17 anni di agonia trascorsi in stato vegetativo), splendida ragazza sublimata interrotta, sacrificata in un sacrosanto ma drammatico, lacerante caso di eutanasia…

*********

… Torno a chiedere – forse a chiederlo a Te, Alfredo carissimo: chi è l’Englaro, chi è, “la Bella Addormentata”? La Vita che già è incarnata di Morte o la Morte che dissennata dorme, regna in coma e di questo già vive, in eterno bella – donna fiorente, ancora col mestruo e tutto, Morte feconda di vita e d’altra morte…

   O l’Englaro – la tua inopinata Bella Addormentata – qui in Nihil è già tutta e solo la Poesia?

   La poesia, la poesia – è bella e dorme, mai più sembra risvegliarsi, per questo forse tu ora la racconti, ce la romanzi in prosa, la preghi e l’intoni (ma non la piangi!) con un salmo prosodico:

   BANG… e da quella fine essenziale che sei operi lo sfacelo fisico

   di cosa cresce grida grugnisce balbetta parla e lacrima; l’estensione

   odierna dell’universo tra l’astrazione del nulla, dio, e l’astrazione

   tua che fisicamente annulla –

   … e ne è annullata, aggiungiamo noi.

   L’estensione odierna dell’universo tra l’astrazione del nulla

   La Poesia come Bella Addormentata in saecula saeculorum

   Odore raggrinzito di nespola e cotogna espande insensatezza

   sepolcrale; vuoi esser la star della novembrina precoce

   condizione con marciume di crisantemo nei vasi della follia

   funebre allarmando vivai e residenti del nulla –    

………………………………………………………………….

* Alfredo de Palchi – Nato a Legnago (Verona) nel 1926, partecipò alla guerra giovanissimo, dalla parte sbagliata, cioè come repubblichino, e si ritrovò ingiustamente accusato per un delitto (da cui fu scagionato), in carcere dalla primavera del 1945 a quella del 1951. Riemerse da questo brutto trauma proprio grazie alla poesia, che cominciò a scrivere dietro le sbarre. Poi viaggiò, girò il mondo. Dal ’51 al ’56 visse a Parigi, in Francia e in Spagna. Nel 1952 sposò Sonia Raiziss e con lei editò “Chelsea”, importante rivista letteraria su cui tradusse grandi autori italiani. Nell’ottobre del ’56 arrivò a New York, dove ha abitato sino alla recente morte, risiedendo in Union Square con la moglie Rita e la figlia Luce. È il curatore della “Sonia Raiziss Giop Charitable Foundation”, animatore delle edizioni non-profit Chelsea. Tra le sue raccolte, ricordiamo l’esordio di Sessioni con l’analista, Mondadori, 1967 (incoraggiata da Vittorio Sereni); poi Mutazioni, Campanotto, 1988; Costellazione anonima, Caramanica, 1998; Paradigma Tutte le poesie: 1947-2005, Mimesis/Hebenon, 2006; Foemina Tellus, Jocker editore, 2010; Nihil, Stampa 2009, 2016.

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