Francesco Permunian: Il compleanno

Abbiamo intervistato Francesco Permunian, apprezzato e prolifico scrittore, sul suo testo teatrale “Il compleanno” da cui è stato tratto un docufilm.

di Desirée Massaroni

Il compleanno è un testo teatrale tratto dal  suo romanzo La casa del sollievo mentale che era stato già letto da Roberto Herlitzka. Da dove e perché nasce questo testo e come si è svolto il lavoro di adattamento tra testo letterario e testo drammaturgico?

La genesi de Il compleanno  risale a più di trent’anni fa, allorché la figura del vecchio carnefice nazista fa la sua prima apparizione all’interno di una raccolta di miei racconti  e prose dal titolo  Arlecchino notturno (Campanotto editore, Udine, 1991).  In esergo a quel libretto ci avevo appuntato questa frase di Thomas Bernhard: “I miei sogni paurosi sono i sogni paurosi della mia infanzia. Una cosa orribile quando chi è costretto a sognarli è un vecchio”. Dove è evidente l’incontro/scontro tra i due temi centrali della mia scrittura, ossia la prima infanzia (l’età della cosiddetta “innocenza”) e la tarda vecchiaia – l’età della stoltezza. E della follia, quando i vecchi – terrorizzati dalla morte, di cui avvertono l’alito – compiono un estremo tentativo di riagguantare la vita attraverso il ricordo della loro infanzia o giovinezza. Il che li conduce, inevitabilmente, nei territori del delirio comico e grottesco.

E dico ciò in quanto la struttura a monologo di quel mio racconto era già ben delineata fin dall’inizio, fin dalla sua prima versione del 1991. Non è stato quindi difficile adattare simile testo al teatro. Anche perché ognuno dei tre attori che, in tempi diversi, l’hanno portato in scena (Roberto Herlitzka, Maria Paiato, Luigi Mezzanotte) se l’è praticamente cucito addosso secondo le sue esigenze. Diciamo che ha “indossato” quel testo come meglio se lo sentiva addosso …

Ricordo che quando inviai Il compleanno a Roberto Herlitzka, lui mi mandò un biglietto comunicandomi che volentieri ne avrebbe fatto una lettura scenica in quanto il testo assai lo intrigava “essendo scritto (parole sue) con il lasciapassare della follia – e dei sogni – che rende possibile e vera ogni cosa, anche la più proibita che ci accade di immaginare”.

Dal canto suo Maria Paiato, spiegando perché aveva scelto proprio quel testo (la sua prima “recita” fu al teatro Drama di Modena, nel 2015, per l’inaugurazione del Festival Virginia Reiter), ebbe a commentare: “Da sempre mi attraeva l’idea di interpretare una figura maschile maligna, tipo Riccardo III. Permunian ha una scrittura asciutta e tagliente e questa mi è sembrata un’occasione da non perdere”.

scenasintetica - YouTube

Il titolo Il compleanno pone al centro la figura di un gerarca nazista  (interpretato da Luigi Mezzanotte) alla vigilia del suo compleanno e assediato dai ricordi delle sue colpe ovvero lo sterminio dei bambini di Terezín, che ‘accoglie’ tuttavia con tono sminuente. Un’operazione simile poteva essere un’umanizzazione del male …e tuttavia emerge che il male tanto più è banale quanto più è feroce. Che idea si è fatto del male?

Le rispondo con le parole di Massimo Raffaeli scritte per la seconda edizione de Il compleanno (Giuntina, 2001):

“Il tratto mostruoso del vecchio consiste nella sua normalità, si direbbe in un’opinata attualità. Si capisce che è un piccolo borghese assediato dai doveri, sobillato da un fardello di stereotipi, i quali, una volta sprigionati, si mutano in ovvi inviti all’assassinio e alla strage”.

Nello spettacolo teatrale lo specchio posto di fronte all’attore/personaggio riflette le immagini documentarie inerenti il periodo nazista e i deportati ischeletriti dei campi di sterminio. Ciò sembrerebbe quasi un’operazione di dissociazione mentale fra il modo del criminale di rievocare i fatti e i fatti come sono stati. Ma anche, all’opposto, il testo come scritto e pronunciato in tal modo non può che produrre quelle immagini documentarie, cioè l’orrore. Nel concepimento letterario del personaggio è prevalso più un lavoro sulla dissociazione o sulla coincidenza?

Né dissociazione, né coincidenza, bensì una sintesi di entrambe. O quantomeno il tentativo di far coesistere nella mente bacata del vecchio nazista sia l’attrazione per l’infanzia che la distruzione di ogni tipo di innocenza e beltà. A cominciare da quella dei bambini, appunto, sue vittime designate. Ma anche suo assillo quotidiano: non a caso a un certo punto il vecchiaccio esclamerà: “La pedofilia è il futuro dell’umanità!”.  Una frase che è presente nel mio testo (nella sua terza e ultima versione), ma che nessun interprete teatrale se l’è sentita di pronunciare sulla scena. Ad esempio Luigi Mezzanotte – tra l’altro magnifico interprete – l’ha sostituita con una perifrasi meno urticante ma comunque efficace, in modo da non recidere qual filo incestuoso che spesso lega un carnefice alle sue vittime.

Nel docufilm vi sono almeno tre piani visivi. Lo spettacolo, lo sguardo della macchina da presa e le immagini che emergono dal suo testo e che trovano una mirabile sintesi soprattutto nella conclusione. Essendo la questione delle immagini ‘da dire’ e da ‘far vedere’ molto complessa quando poi soprattutto si affrontano quelle dell’Olocausto, quale crede da scrittore sia l’immagine che più incarna le intenzioni del suo lavoro?

L’immagine del volto allucinato del vecchio mentre ascolta, in sottofondo, le prime note di Elegia II per orchestra d’archi e timpano del M° Andrea Mannucci.  Un brano musicale appositamente scritto per questo monologo,  tanto elegiaco e struggente quanto lo può essere la musica che sale dal campo devastato di ogni un’infanzia perduta. E, come non bastasse, il tutto riflesso e deformato dentro uno specchio rivelatore collocato al centro della scena (una geniale trovata del regista Antonio Fuso), nonché opportunamente ripreso e dilatato in chiave espressionistica da Claudio Fausti, un giovane e promettente filmmaker bresciano.

Lei pensa che ancora oggi la poesia, la letteratura, l’arte possano assolvere a una funzione critica? Ovvero possono incidere a tal punto da invertire la coazione a ripetere dell’uomo nonché la tendenza talvolta a non voler sapere, a non voler vedere?

Penso che in genere l’arte – e la scrittura in particolare – siano più che altro una sorta di “testimonianza” della storia dell’uomo. Dei suoi splendori e delle sue infinite miserie. La critica è già implicita nella memoria, in quanto soltanto di ciò che è vera arte alla fine si serba memoria. Tutto il resto passa e scompare nell’immensa palude dell’oblio.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Attualmente sto lavorando a questi due:

Il primo è un’antologia di romanzieri e poeti italiani sul tema del coronavirus dal titolo Piccola antologia della peste con le illustrazioni di Roberto Abbiati.   La sto ultimando in questi giorni assieme a Beppe Cantele, direttore editoriale di Ronzani, un piccolo e raffinato editore di Vicenza che pare abbia raccolto l’eredità spirituale di un altro illustre vicentino, vale a dire di Neri Pozza.                                                                              

Il libro si presenta come “romanzo corale” dell’Italia attuale costituito dalle voci narranti di una trentina di autori, tra cui figurano Claudia Durastanti, Laura Pariani , Paolo Mauri, Pierluigi Panza, Cristina Battocletti, Andrea De Consoli, Silvio Perrella, Adrian N. Bravi, Leonardo G. Luccone, Italo Testa, Francesco Savio, Andrea Cisi, Mimma Rapicano e Andrea Cafarella. Mentre tra i poeti ci sono Fabio Pusterla, Valerio Magrelli, Elio Pecora, Luciano Cecchinel,  Franco Buffoni, Nino De Vita, Fabio Donalisio, Pasquale Di Palmo e infine Dacia Maraini con un suo video.

Il secondo lavoro a cui sto attendendo è invece un testo inedito (una sorta di romanzo breve o racconto lungo) con un saggio di Giulio Ferroni in postfazione. Esso narra la crisi di un intellettuale italiano di mezza età (un editor milanese di lungo corso) alle prese con il suo declino professionale e con un’improvvisa quanto avvilente passione per una giovane prostituta dalle simpatie apertamente parafasciste. Come già nell’antologia, anche qui c’è di mezzo la peste del coronavirus, tra l’altro vivamente invocata dal protagonista affinché lo liberi una buona volta dai troppi imbrattacarte con i quali ha quotidianamente a che fare: editori di fuffa mediatica, scrittori di plastica, docenti di scuole di scrittura creativa … e un gran coro di mattoidi e puttanieri vari. Il libello s’intitola IL RAPIDO LEMBO DEL RIDICOLO. Almanacco 2019 -2020 ad uso e diletto di ogni aspirante scrittore. E uscirà ad inizio del 2021 presso le edizioni Italo Svevo di Alberto Gaffi nella collana “Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile”. 

15 ottobre - Francesco Permunian - Casa della Letteratura per la ...

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